
L’approccio dei ricercatori del Dipartimento di scienze agrarie forestali e alimentari (Disafa) e Centro interdipartimentale Agroinnova dell’Università di Torino allo studio di Anthostoma decipiens – patogeno fungino agente causale, su nocciolo, del “Mal dello stacco” – combina una pluralità di strategie per fornire nuove armi di difesa contro una problematica divenuta endemica nei corileti del Piemonte. Tra queste: microrganismi, modelli predittivi e primer genetici per diagnosi precoci.
Problematica da monitorare in continuo
Vladimiro Guarnaccia, docente e ricercatore membro del gruppo di ricerca di Patologia vegetale, guidato dal professore Davide Spadaro, coordina le attività di ricerca sulla problematica. «Il disseccamento di una parte o dell’intera chioma della pianta, dopo la rottura delle pertiche principali, con perdita di produzione, è la manifestazione estrema di una problematica che richiede un monitoraggio continuo, a partire dalla selezione del materiale vegetale di propagazione nei vivai».

Le giovani piante messe a dimora nei nuovi impianti possono essere contaminate, ma asintomatiche. L’agente fungino, infatti, «penetra nell’ospite attraverso aperture di origine naturale – è il caso di ferite causate, ad esempio, dal vento o dalle gelate – o legate alle pratiche agronomiche - come le potature – e lo colonizza portando alla necrosi dei tessuti. Spesso passano anni prima di osservare i primi sintomi, perché la pianta riesce a bilanciare il passaggio dei nutrienti attraverso i tessuti ancora vitali». Il distacco della pertica, da cui la definizione di Mal dello stacco, si verifica «quando il marciume ne ha compromesso la maggior parte della sezione», prosegue il docente.
L’infezione si propaga attraverso cirri rossi, presenti sulla corteccia delle piante infette: «Sembrerebbe un essudato gommoso fuoriuscito dal legno, ma di fatto si tratta di masse di spore conidiche prodotte dai corpi fruttiferi del fungo. Il rilascio è favorito da elevate condizioni di umidità e se le spore raggiungono superfici di taglio o altre aperture avviano una nuova infezione». Anthostoma decipiens «è ubiquitario non solo nei più importanti areali corilicoli d’Italia, ma anche in Spagna, Serbia e Georgia. Dobbiamo imparare a convivere con il patogeno».
Materiale vivaistico sano
Le strategie di contenimento partono dalla sanità dal materiale di propagazione utilizzato vivaio: un test basato sulla metodologia Real time PCR, messo a punto nei laboratori di Agroinnova a Grugliasco, consente di rilevare, nell’arco di 48 ore, la presenza del patogeno nel materiale di propagazione.
«Lo strumento di diagnostica che abbiamo sviluppato prevede l’estrazione del DNA dal legno per valutare presenza e quantificazione di Anthostoma decipiens nel campione. Il metodo consente di ridurre i tempi: le stesse operazioni, svolte sul fungo, potrebbero richiedere fino a 20 giorni per isolare e coltivare il patogeno». Il protocollo si serve di primer genetici disegnati «a partire da sequenze di genoma del fungo altamente discriminatorie. Quelli elaborati sono stati confrontati, per la validazione, con altri funghi evolutivamente vicini al nostro target come Diaporthe e i patogeni responsabili di oidio e gleosporiosi».
Il protocollo si presta anche ad altri impieghi, in campo epidemiologico: «Applicato ai captaspore e a matrici vegetali, per capire quale sia il momento più indicato per lo sviluppo del fungo. In futuro si potrebbe utilizzare per determinare la quantità di patogeno presente, in qualità di corpo fruttifero, nel suolo», prosegue Guarnaccia.
Pratiche agronomiche in corileto
La corretta gestione delle pratiche agronomiche in noccioleto è l’altra macroarea sulla quale si concentrano le attività di ricerca dei patologi vegetali del Disafa. Anzitutto l’allontanamento del materiale infetto per ridurre le fonti di inoculo: «Bisogna capire se la rimozione dei residui vegetali dagli appezzamenti influisca o meno sullo sviluppo della malattia. Sono in corso diverse valutazioni nell’ambito di un progetto di ricerca finanziato dalla Regione Piemonte», riprende il docente.
La potatura è il momento cruciale, perché crea nuove vie d’accesso per il patogeno. La difesa diretta fino a pochi anni fa poteva fare affidamento sull’utilizzo del tiofanate-metile, un fungicida oggi vietato: «Il principio attivo autorizzato per alcune settimane in noccioleto, mostrava una buona capacità nella riduzione dell’inoculo. È dunque fondamentale l’utilizzo di composti rameici che, applicati sulle ferite, garantiscono una buona protezione», precisa il docente.
La lotta biologica, tuttavia, offre soluzioni ulteriori ed efficaci: «Funghi del genere Trichoderma, per i quali è ampiamente nota l’efficacia contro analoghe malattie di altre colture, colonizzano la superficie di taglio, sviluppando una barriera contro le infezioni».
Prove su giovani piante di nocciolo in serra
Le strategie per la prevenzione del “Mal dello stacco” sono state valutate dai ricercatori di Agroinnova nell’ambito di una serie di prove condotte tra il 2024 e il 2025 su giovani piante di nocciolo allevate in vaso nelle serre del centro. Per riprodurre le condizioni favorevoli all’infezione, sulle piante è stata praticata una ferita controllata, esponendo i tessuti interni del legno. Le prove hanno confrontato due approcci: da un lato l’applicazione di prodotti a base di rame per la protezione della ferita, dall’altro un trattamento preventivo con Trichoderma spp. A distanza di alcuni giorni è stata effettuata l’inoculazione del patogeno, coltivato in laboratorio.
Dopo circa sei mesi, le piante sono state analizzate per verificare l’eventuale presenza di alterazioni interne associate all’infezione. Il confronto tra le diverse strategie ha fornito indicazioni incoraggianti sul potenziale di Trichoderma spp. e altri antagonisti biologici nel contenimento della malattia. «I risultati ottenuti evidenziano una riduzione significativa della gravità dei sintomi, con livelli di protezione paragonabili a quelli osservati con l’approccio convenzionale», spiega Guarnaccia.
Lo studio ha inoltre approfondito l’interazione tra i trattamenti e il microbioma del legno, con le prime indicazioni utili per l’impiego di microrganismi antagonisti in noccioleto, anche se resta da chiarire la loro persistenza nel lungo periodo.
Interazioni fungo-clima
L’attenzione dei ricercatori di Grugliasco si è estesa anche al ciclo di vita di Anthostoma decipiens e al ruolo del cambiamento climatico nel favorirne lo sviluppo: «Puntiamo a creare un modello che ci faccia capire quali siano le condizioni di temperatura e umidità ideali, non solo per la crescita dell’agente fungino, ma anche per la produzione di inoculo». Per riuscirci, i ricercatori si sono concentrati sulle interazioni fra il fungo e il clima, alla luce della recrudescenza delle infezioni in noccioleto negli ultimi anni.
I test di laboratorio si sono sviluppati in due diverse direzioni. «Abbiamo incubato il fungo, su substrati agarizzati, a diverse temperature e contenuto idrico. Inoltre, abbiamo inoculato artificialmente il fungo in rami di nocciolo anch’essi posti in condizioni di temperature differenti, al fine di valutare due parametri, «la crescita micelica e la produzione di spore», precisa Guarnaccia. In questo caso, Anthostoma decipiens è stato inoculato su tralci mantenuti in incubazione e monitorati nel tempo. Le osservazioni hanno evidenziato che la produzione delle strutture riproduttive del fungo è favorita da temperature miti e costanti, tipiche delle condizioni sperimentali di laboratorio».
Sebbene tali situazioni difficilmente si presentino in modo continuativo nei noccioleti, l’aumento delle temperature medie registrato negli ultimi anni potrebbe favorire una maggiore produzione di inoculo - i cirri rossastri - e, di conseguenza, una più elevata pressione della malattia nei corileti. «Le condizioni climatiche stanno diventando sempre più favorevoli all’attività del patogeno». Questo significa che il fungo «può rimanere attivo per periodi più lunghi dell’anno, aumentando le opportunità di infezione e rendendo ancora più importante l’adozione di adeguate strategie di prevenzione».
Se da un lato l’innalzamento delle temperature medie e gli eventi climatici estremi creano condizioni ideali per Anthostoma decipiens, la siccità causa condizioni di stress per le piante che, si mostrano maggiormente suscettibili all’infezione e il fungo prende il sopravvento. «È fondamentale insistere sulla ricerca di composti efficaci ma, allo stesso tempo, conoscere le migliori modalità e tempistiche di applicazione. I nostri studi, uniti alla diagnosi precoce del patogeno sembrano supportare questa direzione, evidenziando potenziali prospettive per il contenimento della malattia», conclude Guarnaccia.







