Actinidia, riflessioni in attesa delle novità dal convegno Ishs in Portogallo

Actinidia.
Impianto di kiwi

Nei giorni dal 6 al 9 settembre 2017 si tiene a Porto, la splendida città sul Duro, in Portogallo, il IX Simposio internazionale dell’ISHS sull’actinidia. Le attese per le novità sono tante, soprattutto per quanto riguarda il controllo della batteriosi (PSA), le tecnologie di gestione della qualità e le nuove varietà che stanno per entrare sul mercato. Ma senza dubbio ci sarà dell’altro.
Il kiwi in Portogallo
In Portogallo l’industria del kiwi è una piccola realtà in rapida evoluzione. Rimasto per molti anni un Paese con superfici molto limitate e confinate nella costa settentrionale atlantica, ora la coltura è in rapida espansione anche a Sud della città di Porto. Il Portogallo produce principalmente Hayward, ma di recente ha introdotto molte delle nuove varietà, in particolare quelle a polpa gialla come Dorì, Sungold Gold 3, Jingold, Soreli ed ha mostrato interesse anche per quelle a polpa bicolore (rossa per capirci).
La qualità della produzione è di standard elevato, anche se a volte i calibri medio-piccoli sono presenti in percentuali elevate a causa di avverse condizioni climatiche in fioritura e della scarsa cura per l’impollinazione. La buona insolazione e le raccolte tardive rispetto ad altri Paesi europei favoriscono contenuti elevati di zuccheri e sostanza secca nei frutti.
Il Portogallo oggi vende in vari Paesi europei ed extra-Ue, comprese alcune ex-colonie, ma il vicino mercato spagnolo è certamente lo sbocco più immediato alla produzione portoghese, tanto da assorbire oltre il 90% dei volumi totali (analisi del CSO sul rapporto IKO 2016). Potremmo concludere che il kiwi non è la coltura cui punta la frutticoltura portoghese, ma qualche interesse per il kiwi certamente c’è ed è in aumento.
PSA: non abbassare la guardia
La batteriosi del kiwi ha avuto un impatto molto duro sui nostri agricoltori, ai quali va tutta la mia personale solidarietà. Consola il fatto che il problema è stato preso in seria considerazione fin dalle prime avvisaglie, da cui appariva che la malattia avrebbe avuto una virulenza non facilmente immaginabile.
Dico questo a onore dei nostri ricercatori, dei tecnici e dei Servizi Fitosanitari perché è evidente la differenza con quanto è avvenuto per la Xilella dell’olivo, per la quale – ho commentato il 5 luglio su Fresh Plaza a margine di una impressionante galleria fotografica proposta da Rossella Gigli – la stoltezza di alcuni politici, magistrati e ambientalisti ha avuto il sopravvento sulla competenza scientifica, che pure i colleghi batteriologi avevano ampiamente dimostrato. Se fossero stati ascoltati non saremmo in questa desolante situazione, di cui nessuno più ha il coraggio di parlare. Dove sono quelli che si sono battuti per impedire gli interventi di eradicazione degli olivi proposti dai colleghi?
Tornando al nostro famigerato batterio, la PSA (Pseudomonas syringae patovar actinidiae), poco abbiamo capito di cosa abbia scatenato tale virulenza su una pianta un tempo non ospite e poco abbiamo capito di come e quando il batterio attenua la morsa sul kiwi. Come ho detto in altre occasioni, il batterio andrà a dormire – si fa per dire – e non avremo capito perché questo sarà avvenuto. A dimostrazione di quanto sono complesse le interazioni ospite-patogeno e di quanta competenza serva in agricoltura, in particolare in frutticoltura.
Certamente, la recrudescenza della malattia di questo fine-invero/inizio-primavera, quando nel 2016 avevamo cominciato a tirare il fiato, ci deve far tenere alta la guardia. Con la PSA si può convivere, ma è necessaria una vigilanza continua.
Ricordo le buone pratiche agronomiche uscite dalle varie sperimentazioni: (a) il materiale di moltiplicazione deve uscire sano dal vivaio; (b) evitare gli stress idrici per mancanza e per eccesso d’acqua; (c) non esagerare con le concimazioni, in particolare con quelle azotate; (d) levare continuamente dall’impianto il materiale infetto e bruciarlo (abbandonarlo al margine dell’appezzamento per settimane è una negligenza grave); (e) disinfettare spesso gli strumenti di potatura e disinfettare e coprire almeno i tagli grossi durante la potatura invernale; (f) ridurre la potatura verde ed eseguirla solamente quando le temperature giornaliere salgono sopra i 30 °C; (g) eseguire trattamenti con rame almeno dopo la raccolta dei frutti e prima della ripresa vegetativa; (h) usare gli elicitori di resistenza (Bion, per capirci) ed usare anche i batteri antagonisti, sapendo che hanno bisogno di tempo (anni) per insediarsi stabilmente nel frutteto. Queste ed altre pratiche e prodotti sono efficaci se adottati insieme. Non c’è una tecnica o un prodotto che singolarmente preservino il kiwi dalla batteriosi, almeno per ora.
Altri composti sono in fase di sperimentazione e derivano dagli ultimi studi, in particolare quelli condotti dal gruppo del prof. Giorgio Balestra dell’Università della Tuscia (Viterbo) e da quello di Annalisa Polverari dell’Università di Verona.
In questo numero speciale si parla anche di miglioramento genetico varietale per la resistenza a PSA. È un settore importante su cui la Nuova Zelanda ha investito molto. Del miglioramento genetico parla Marco Scortichini del Crea di Roma, ma non c’è da illudersi. Siamo alla mercé di osservazioni sporadiche di piante che non si ammalano e poi ai primi controlli … non reggono le aspettative. Il “breeding” non si fa con un piatto di lenticchie. È una attività di lungo periodo e costosa. Non è nel nostro DNA fare investimenti di lungo periodo.
Prima di chiudere l’argomento, torno per un attimo sul materiale di moltiplicazione. I Servizi Fitosanitari Regionali, che hanno svolto fin qui un lavoro eccellente di monitoraggio della malattia, di sperimentazione di prodotti e di assistenza agli agricoltori, devono controllare bene il materiale in moltiplicazione. In passato ho difeso il mondo vivaistico, dicendo che anch’esso era vittima della situazione. Ora sarei più cauto nel dare loro l’assoluzione, perché alcuni mostrano una spregiudicatezza difficile anche da immaginare e sembrano non capire la gravità della situazione e i danni che possono recare agli agricoltori. Se poi operano in altri Paesi – ricordo che il vivaismo italiano esporta piante di kiwi in tutta Europa – ledono anche l’immagine dell’Italia e dei colleghi più seri. Questa consapevolezza in alcuni vivaisti non c’è di sicuro.
Il Metapontino nuovo Eldorado?
Il Metapontino sembra il nuovo Eldorado per la coltivazione del kiwi in Italia. La coltura viene bene e l’area è particolarmente vocata per le varietà a basso fabbisogno in freddo, come quelle a polpa gialla. In questo momento il Metapontino è esente da PSA. Spero si mantenga tale, ma – senza voler essere un uccello di malaugurio – temo sarà solamente questione di tempo. E se arriverà la malattia arriverà quasi sicuramente attraverso il materiale di moltiplicazione e scarpe, vestiti e auto dei ‘cercatori d’oro’ che passano settimanalmente da zone infette a zone indenni. Peccato. Tra un po’ dovremo cercare aree indenni in Val d’Aosta o sul Gran Sasso.
La moria del kiwi
È possibile che la moria del kiwi, registrata inizialmente nel veronese e poi segnalata in altre regioni, come Piemonte e Friuli, sia un fenomeno più complesso di quanto inizialmente intuito. Certamente è una fisiopatia legata ad asfissia radicale e l’irrigazione per scorrimento diffusa nel veronese, ma anche in Piemonte e in altre aree actinidicole, è una pratica da abolire, anche per una serie di ragioni ambientali, oltre che fitosanitarie. Ma il quadro che emerge dai vari studi è forse più complesso e bisogna lasciar lavorare i ricercatori, senza mettere loro pressione.
Buone notizie sul versante delle novità varietali
Mirco Montefiori, rientrato in Italia dopo una lunga esperienza di ricercatore presso Plant& Food Research in Nuova Zelanda e profondo conoscitore di ciò che bolle in pentola, ci racconta, nelle pagine che seguono, qualcosa sulle novità in arrivo. New Plant, una società costituita da alcune OP dell’Emilia Romagna e che ha come ‘mission’ la gestione di alcuni progetti di breeding nel settore orto-frutticolo, ha voluto il rientro di questo nostro ‘cervello’. La comunità dei kiwicoltori deve ringraziare. Nel disinteresse generale del comparto per il settore del miglioramento genetico, anche una rondine può fare primavera. Personalmente lo spero e ringrazio New Plant per la lungimiranza dimostrata.
L’incognita cinese
Ugo Palara ci racconta in questo numero speciale la sua esperienza in Cina e come vede lui l’evoluzione della coltura del kiwi in quel Paese. Ovviamente al momento di scrivere questa nota non so cosa dirà Ugo Palara, ma sarà interessante leggere le impressioni di un tecnico di grande esperienza e un attento osservatore.
Se posso azzardare un’opinione, la Cina nei prossimi anni produrrà molto per il mercato interno e probabilmente è pronta anche ad importare interessanti volumi di kiwi da entrambi gli emisferi. Lo hanno capito le compagnie straniere che stanno investendo sullo sviluppo della coltura del kiwi in Cina e che già esportano in quel Paese.
Propagazione, innesti e sovrinnesti
La sensibilità generalizzata delle varietà di kiwi a polpa gialla nei confronti della batteriosi stanno consigliando agricoltori e vivaisti a preferire piante di varietà a polpa gialla innestate su portinnesti ritenuti più tolleranti alla malattia, come Hayward o altre selezioni di A. deliciosa. La scelta non mi sembra dettata da dati sicuri. Quest’anno, a fine inverno, molti impianti di Hayward sono apparsi particolarmente attaccati da PSA e le certezze di una maggior tolleranza delle varietà a polpa verde alla malattia si stanno sciogliendo come neve al sole. Da breeder dico che è un problema di genotipo e non di specie, anche se alcune specie, come Actinidia arguta, hanno un “background” genetico estesamente più resistente/tollerante alla batteriosi, certamente più di altre specie.
Un secondo argomento di discussione con i kiwicoltori è il reinnesto di varietà sensibili con varietà ritenute più tolleranti. In mancanza di sperimentazione, niente si può dire sull’argomento, anche se gli impianti più vecchi che hanno subito questa evoluzione, come per esempio gli impianti di Hort16A (molto sensibile) reinnestati con Gold 3 (meno sensibile) stanno mostrando i limiti di questa fretta nel correre verso rimedi non sufficientemente sperimentati. Se poi questa soluzione ha anche costi elevati, restano alla fine il danno e la beffa.
Vorrei aggiungere un’ultima considerazione sulla corsa ad innestare varietà a polpa gialla su varietà a polpa verde. In un editoriale non esiste lo spazio per andare nei dettagli, ma ci sono molte evidenze che il colore giallo compare con maggior difficoltà e più lentamente quando le varietà a polpa gialla sono innestate sul verde. I produttori sono avvertiti.
Le reti gialle: ci sono reti e reti
Partiamo dalle reti gialle, di cui stiamo popolando la nostra penisola. Si raccontano meraviglie di queste reti, ma il prof. Guglielmo Costa dell’Università di Bologna, che ha esperienza nell’uso delle reti fotoselettive, è prudente: ci sono reti fotoselettive molto interessanti, ma reti anonime di colore giallo non sono garanzia di risultato né sulle prestazioni produttive dell’impianto, né sul possibile contenimento della batteriosi. Come al solito, ci sono ditte serie con alle spalle attività di ricerca e sviluppo nel settore e altre ditte che vendono materiali di cui non conoscono le caratteristiche. Come sempre il mondo è popolato di venditori e di ciarlatani. All’agricoltore l’intelligenza di saper trovare la persona onesta.
Gli impianti sotto copertura plastica
Mi è difficile immaginare una frutticoltura protetta da coperture di plastica in pieno campo o da reti anti-insetto che circondano completamente gli impianti. Eppure è questa la direzione che indicano non pochi tecnici e fornitori di materiali e servizi. E non solo per il kiwi.
Certamente le coperture funzionano. È importante che se si copre con film plastico l’intero impianto, ci si ricordi di irrigare le piante non solo d’estate e magari anche di impollinare artificialmente al momento della fioritura, ricordando che il kiwi è una specie dioica.
Contra res non fit argumentum, dicevano i latini. Detto in volgare, c’è poco da discutere di fronte all’evidenza dei fatti. E i fatti sono che le coperture funzionano, gli impianti di kiwi sembra vengano preservati meglio dalla batteriosi. Il problema sono i costi. Come in tutte le cose vale il rapporto costi/benefici. Se parliamo di un prodotto (una nuova varietà, per esempio) che promette di spuntare prezzi elevati sul mercato, il costo vale la candela. Tuttavia, se vogliamo parlare in generale di dove va il mondo, da qui a immaginare che la frutticoltura sotto copertura sarà il futuro … ne deve passare di acqua sotto i ponti.
Io penso che piuttosto di investire in tecnologie ‘dure’ di difesa (’hard’ nella terminologia anglosassone), varrebbe la pena investire nello sviluppo di conoscenze dei sistemi biologici complessi (patogeni e competitori, parassiti e predatori, ecc.). La natura, la biologia degli organismi viventi hanno molto da insegnarci e da darci in termini di soluzioni ai problemi di gestione degli impianti frutticoli e del kiwi in particolare.
Siamo una società che corre molto e pensa poco e soprattutto non cerca di capire quando le malattie ‘scompaiono’ quali sono stati i fattori che le hanno scatenate prima e fatte rientrare nella normalità dopo. Purtroppo questo tipo di studi richiede tempi lunghi e noi questi tempi lunghi non li vogliamo ammettere nella ricerca. E allora … avanti con pali, tubi, reti e plastiche!

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