Pero, impianti innestati su soggetti vigorosi per rinnovare la coltura

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Elevata produttività di Abate Fetel autoradicata
Si riaccende il confronto fra i sostenitori dei pereti fitti o ultrafitti, ad alta specializzazione, con portinnesti nanizzanti e coloro che ritengono più performanti gli impianti innestati su soggetti vigorosi

È ben noto che la crisi del pero è dovuta, oltre che nei ben noti aspetti sanitari, alla produttività troppo scarsa per coprire i costi di produzione, con i prezzi troppo bassi che il mercato riesce a pagare e con costi di coltivazione sempre più elevati. Se sul mercato è difficile intervenire, sull’aumento della produttività per ettaro e sulla diminuzione dei costi di produzione ci sono margini interessanti di intervento. Le cause della scarsa produttività e degli elevati costi di produzione sono imputabili prioritariamente:

1) all’adozione come portinnesto del cotogno (in particolare per la varietà Abate Fetel) in tutte le sue declinazioni (Cotogno C, Sydo, Adams, MH, Ba29 ecc.) che induce elevata disformità delle piante, moria più o meno accentuata dopo pochi anni di impianto, difficoltà di fornire pezzature soddisfacenti se non è stata ben predisposta l’impollinazione (si sono teorizzati e realizzati impianti di Abate Fetel senza impollinatori pensando di risolvere il problema con alleganti artificiali!);

2) la tipologia di impianti fitti e ultrafitti (da 3.000 fino a 10.000 piante/ha) comporta elevatissimi costi di investimento e si accompagna sempre alla necessità di utilizzare mezzi tecnici sempre più costosi, e non allineati agli indirizzi ecologici europei;

3) addirittura, proprio negli ultimi mesi è segnalata anche per il pero il fenomeno della moria delle piante, ascrivibile o a fitoplasmosi o, come avviene nel kiwi, legata alla problematica degli eccessi idrici che provocano marcescenza dell’apparato radicale (per inciso va detto che queste cause non sembrano neanche del tutto chiarite, lasciando ampi margini di incertezza e la necessità di approfondire la ricerca su eventuali altre concause scatenanti).

C’è un’alternativa alla scarsa produttività?

Un’alternativa a questo stato di cose può essere una rivoluzione totale della coltura, a cominciare dall’adozione di portinnesti diversi dal cotogno e appartenenti alla genetica del “franco”; il portinnesto vigoroso rappresenta il cardine di questa rivoluzione in quanto consente di:

1) diminuire i costi di impianto (con densità attorno alle 1.000-1.500 piante/ha);

2) utilizzare astoni nudi con costi vivaistici relativamente bassi (per ottenere una forma di allevamento a “spalliera” con svettatura dell’astone all’impianto);

3) aumentare la produzione per ettaro grazie alla più grande parete produttiva (obiettivo minimo per William è di 35-40 t/ha, ma facilmente si può arrivare vicino a 50; con Abate Fetel si mantiene una buona qualità e pezzatura dei frutti fino a 30-35 t/ha);

4) diminuire fortemente i costi di gestione in quanto le piante innestate su portinnesti “franchi” necessitano di minori input energetici, in particolare per la fertilizzazione.

Ci si può chiedere perché questo modello non si è affermato e non ha avuto grande diffusione; la scelta del cotogno come portinnesto nanizzante del pero è stata fatta (in parallelo all’uso dell’M9 per il melo) per favorire la riduzione della vigoria delle piante e facilitare la gestione, con buona allegagione ed elevata produzione di frutti di elevate caratteristiche pomologiche.

Ma, contrariamente a quanto successo con il melo, dove la scelta ha portato enormi vantaggi e pochi inconvenienti, per il pero è successo il contrario: ad alcuni effetti positivi (es. impianti fitti) hanno fatto da contraltare gravi difetti (disformità delle piante, clorosi fogliare, produttività insufficiente ecc.); in realtà, nei primi anni si ottengono buoni risultati produttivi (in terreni vergini, fertili, con materiali vivaistici di ottima qualità); esistono ancora pereti su cotogno che hanno diverse decine di anni e sono ancora perfettamente performanti.

Negli ultimi anni, però, per cause non tutte ben note (es. stanchezza dei suoli, tecniche di eccessiva nanizzazione, utilizzo massiccio di prodotti volti a modificare la fisiologia degli alberi) le piante innestate su cotogno hanno perso gran parte delle loro caratteristiche. I portinnesti appartenenti alla genetica del franco, scartati per vari anni, tornano perciò attuale e ad essere proposto non solo per Abate Fetel, ma anche per Kaiser e Decana del Comizio. Anche le piante di varietà autoradicate disponibili fin dagli anni ’90 hanno in parte dimostrato ottima adattabilità a diversi tipi di suolo, la necessità di pochissimi input esterni, elevata vigoria, ma a volte anche difficoltà di allegagione (es. Decana del Comizio) legati essenzialmente a errate pratiche di potatura; corrette queste le piante hanno mostrato tutte le loro enormi potenzialità quali-quantitative.

Esperienza diretta di gestione del pero

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Tino Cavallari negli anni 2000 mostra i risultati della sua potatura di Abate Fetel autoradicata

L’incontro con un potatore di Copparo (Fe) negli anni ‘90 mi ha fatto conoscere nella pratica i vantaggi conseguenti a questi diversi indirizzi di allevamento e potatura del pero. Tino Cavallari, questo il nome di un esperto potatore e produttore di pero, ha individuato e proposto una strada diversa e migliorativa rispetto a quella intrapresa; purtroppo, con rammarico, debbo dire che il suo messaggio è stato pressoché ignorato, ma posso testimoniare, dopo tanti anni, la validità delle sue idee e degli impianti “vigorosi” che lui ha sempre sostenuto, tuttora altamente produttivi e con rese qualitativamente eccellenti. Ecco alcuni concetti ispiratori della tecnica:

 

 

1) vanno favorite le forme in parete con puntatura delle piante per avere un robusto palco di branche basali (configurabili con il candelabro o la palmetta a 3 branche;

2) va abbandonata qualsiasi geometria della pianta, troppo impegnativa e costosa; si deve puntare a riempire ogni spazio della parete con rami produttivi (ciò massimizza anche l’efficacia degli interventi fitoiatrici);

3) in piante squilibrate, che presentano un eccesso di vigoria e scarsa produttività, la maggior parte del legno nuovo, compresi i “succhioni”, deve essere lasciato; la competizione vegetativa sulla pianta è il migliore brachizzante per la pianta stessa. Ritengo che questo sia uno degli aspetti più interessanti e giusti che ha introdotto Cavallari: se si osserva una pianta di pero si nota che invecchia e rallenta autonoma- mente la crescita molto più di qualsiasi altra specie se non potata;

4) la produzione deve essere portata per la maggior parte da rami di buone dimensioni, di 1, 2 e 3 anni; poi la vegetazione va rinnovata, a partire da quella di 3 anni che ha già prodotto; in questo modo piante potate correttamente mostrano pochissime zampe di gallo, strutture che nototoriamente danno origine a frutta di scarsa qualità

5) quando la pianta comincia ad invecchiare troppo allora occorre stimolare la creazione di legno nuovo per mantenere elevata la qualità della frutta;

6) la varietà Abate Fetel, contrariamente a quanto normalmente consigliato, è la prima a dover essere potata e comunque prima della fioritura; è noto che la potatura in fioritura, creando uno stress alla pianta, stimola l’allegagione, ma nel caso della tecnica introdotta da Cavallari è il tanto legno lasciato in pianta che causa esso stesso uno stress sufficiente a indurre un’ottimale allegagione; attendere la fioritura creerebbe uno stress eccessivo con cascola dei frutticini e produzione insufficiente oppure allegagione eccessiva con perdita di qualità dei frutti.

7) in Abate Fetel la spuntatura dei rami gemmati a fiore (quindi di due anni) va eseguita “lunga”, lasciando fino a 7-10 gemme per fare in modo che, oltre all’allegagione dei frutti vicino al taglio, il ramo differenzi gemme a fiore per l’anno successivo nella parte più basale, consentendo la produzione sul ramo per due anni consecutivi prima del rinnovo.

8) L’utilizzo unicamente dei forbicioni nelle operazioni di potatura può consentire di diminuire lo ore di potatura dalle attuali 250/300 a 100/120.

La scelta del portinnesto del pero

Per tanti anni, al di fuori dei cotogni, la scelta del portinnesto del pero è stata ristretta al vecchio franco e alle piante autoradicate; oggi, la possibilità di utilizzo di combinazioni diverse si è ampliata con l’individuazione di nuovi soggetti che potrebbero essere interessanti per futuri impianti. Di seguito riassumo brevemente i risultati ottenuti nel corso degli anni con le varie tipologie alternative ai cotogni.

Autoradicazione

William: è l’unica varietà che ha avuto una certa diffusione anche con piante autoradicate, vista la sua disaffinità al cotogno, la riduzione di vegetazione rispetto al franco, l’autofertilità e la generosità di produzione; si ottengono piante di buon sviluppo e alta capacità produttiva solo se si riesce a partire da materiale vivaistico di qualità, ben sviluppato in vivaio, intervenendo in maniera ottimale con nutrizione e irrigazione; in caso contrario si hanno pian di vegetazione debole, produttive ma in misura insufficiente per la quantità attesa per questa varietà.

Abate Fetel: l’autoradicazione consente di ottenere piante con vigoria simile al franco, con conseguente difficoltà a farla produrre se non si gestisce bene la spinta vegetativa; con i criteri di potatura introdotti da Cavallari si ottengono rese elevate (30-40 t/ha) e costanti nel tempo, con frutti di ottima qualità. Decana del Comizio: con questa varietà i risultati dell’autoradicazione sono stati negativi per la difficoltà a superare la fase giovanile e indurre la fioritura, che spesso avviene dopo diversi anni dall’impianto.

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Produzione di Abate Fetel/Conference autoradicata al 10° anno

Conference: presenta una vigoria media e una lenta induzione a fiore che inizia dalla parte alta della pianta e necessita di diversi anni per essere completa in tutte le altre parti; raggiunta la maturità, la produzione è abbondante e di buona qualità se ben diradata.

Kaiser: pochi sono gli impianti di Kaiser autoradicata e presentano i difetti tipici della varietà: eccessivo vigore, difficoltà nell’induzione a fiore, alternanza di produzione. Buoni risultati si ottengono con i portinnesti della serie Farold.

Franco da seme

Utilizzato con una certa frequenza solo per William e Carmen, induce elevata vigoria, ma ottima adattabiltà a tutti i tipi di terreno e ottima affinità di innesto con tutte le cultivar. Per la cv Carmen la vigoria è elevatissima, ma se ben gestita consente di ottenere produzioni quali-quantitative ottimali (30-40 t/ha).

Fox 9

Selezionato anni addietro da una popolazione di semenzali derivati dalla vecchia Pera Volpina, è un portinnesto franco oggi ottenuto da micropropagazione; induce notevole vigoria alle piante; ancora poche le esperienze di campo per potere trarre conclusioni definitive; sembra possa consentire di ottenere frutti di alta qualità.

Serie Farold

Dei diversi portinnesti della serie Farold introdotti una ventina di anni fa, quello che si è affermato di più è il OHF40; presenta vigoria media e buona adattabilità ai diversi tipi di terreno; particolarmente adatto alla cv Kaiser con la quale consente di ottenere una buona costanza produttiva. Poco adatto a William per l’insufficiente produttività dovuta al ridotto sviluppo vegetativo quando allevato in parete; con Abate Fetel ha presentato insufficiente pezzatura dei frutti; buone le performance in combinazione con Carmen.

Conference autoradicata

Si sta dimostrando un ottimo portinnesto per Abate Fetel, alla quale induce buona, ma non esagerata vigoria; ottima produttività e qualità dei frutti. Si sta testando anche in combinazione con altre cultivar, in particolare Carmen, e tutte le nuove varietà in corso di introduzione (es. Fred).

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Sviluppo di Carmen innestata su William autoradicata alla fine del secondo anno di sviluppo

William autoradicata

Viste le buone performance ottenute da Conference, si sta provando anche ad utilizzare William autoradicata come portinnesto di altre varietà di pere.

Le prime esperienze sembrano incoraggianti: induce una vigoria simile a Conference autoradicata o leggermente superiore, quindi molto buona; la qualità dei frutti, seppure osservata su poche piante, sembra ottima. A parere d chi scrive sembra una delle opzioni più interessanti per il futuro.

Ritorno a impianti di pero autoradicati

Il pero può tornare a essere una coltura frutticola interessante a patto di riconsiderare le scelte fatte in questi anni. Ma soprattutto servirebbe l’umiltà di mettere in discussione le tante scelte che negli anni si sono stratificate nella mente di tecnici e produttori ed essere disponibili a mettere in pratica il ritorno a una tipologia di impianti su franco o autoradicati con aggiornate tecniche di allevamento e potatura.
Un ulteriore aspetto particolarmente problematico appare in questo momento il reperimento di piante da vivaio di qualità garantita.

Pero, impianti innestati su soggetti vigorosi per rinnovare la coltura - Ultima modifica: 2022-02-28T11:05:52+01:00 da Rivista di Frutticoltura e Ortofloricoltura

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