Dove va l’apicoltura italiana?

apicoltura italiana
Ape intenta a raccogliere nettare e polline su fiori di prugnolo.
Le api sono fondamentali in agricoltura e costituiscono un importante indicatore di qualità dell’ambiente. È dovere di tutti proteggerle, evitando pratiche che possano pregiudicarne la sopravvivenza.

Se un giorno le api dovessero scomparire, all’uomo resterebbero soltanto quattro anni di vita”. Questa frase, attribuita ad Einstein, ma che non ha mai pronunciato, rende però perfettamente l’idea di quello che potrebbe accadere se le api dovessero effettivamente scomparire.

Perché le api sono così importanti per l’ambiente? Non certo per quello che producono (anche se molto importante), ma per il contributo che esse danno al mantenimento della biodiversità, grazie all’impollinazione di numerose specie vegetali. Naturalmente, l’attività pronuba non è a solo appannaggio delle api, ma gli altri insetti impollinatori selvatici sono ancora più sensibili all’inquinamento ambientale e hanno già iniziato un rapido declino. Al momento le api non sono a rischio di estinzione, quella che è a rischio è l’apicoltura così come noi la conosciamo, in particolare quella professionale, a causa di più fattori, i principali dei quali sono il cambiamento climatico e il massiccio impiego di fitofarmaci (o pesticidi che dir si voglia) in agricoltura e non solo. Ma andiamo per gradi.

Consistenza dell’apicoltura italiana

Qual è attualmente la consistenza del patrimonio apistico italiano? Fortunatamente attualmente è operativa l’anagrafe apistica nazionale, istituita con DM del 4 dicembre 2009. Grazie all’introduzione della Banca Dati Apistica (BDA), alla quale tutti gli apicoltori devono essere obbligatoriamente registrati, dichiarando gli alveari detenuti e la loro posizione geografica, si conosce la reale consistenza del patrimonio apistico nazionale. Dai dati della BDA emerge che al 31 dicembre 2018 gli apicoltori italiani detengono in totale 1.287.418 alveari e 216.996 sciami, per un totale di più di 1.500.000 famiglie. Gli apicoltori sono 55.877, di questi 36.206 producono per autoconsumo (65%) e gli altri 19.671 (35%) hanno partita IVA e producono per il mercato, per ricavare un reddito o per professione (Fig. 1). Quest’ultima categoria conduce il 78% degli alveari totali (circa un milione), a conferma dell’elevata professionalità del settore e dell’importanza del comparto nel contesto agro-economico (Fig. 2).

Gli effetti del cambiamento climatico

Il cambiamento climatico, ormai sotto gli occhi di tutti, rende più intensi e frequenti gli eventi estremi e questo ha un impatto assai dannoso per l’apicoltura. Solo a titolo di esempio, ricordo cosa è avvenuto nella primavera appena trascorsa. Le temperature invernali al di sopra della media hanno portato ad un buon sviluppo delle famiglie che all’uscita dell’inverno si presentavano ben popolate, ma con poche scorte a causa della scarsa importazione nettarifera dovuta al clima siccitoso e ventoso di fine inverno.

Il successivo abbassamento della temperatura (primavera 2019) e il perdurante maltempo, coincisi col periodo di massimo sviluppo delle famiglie, ha causato non solo la perdita dei raccolti primaverili (praticamente assente la produzione di miele di acacia), ma la perdita di numerose famiglie per fame, nonostante il massiccio intervento degli apicoltori con la nutrizione di soccorso; inoltre, si sono registrati frequenti episodi di sciamatura, che hanno complicato ulteriormente la vita degli operatori.

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Il miele si può presentare in forma liquida o solida, chiaro o scuro, dolce o amaro.

In alcune zone i forti venti hanno causato danni diretti agli alveari e le piogge molto intense hanno causato esondazioni di numerosi corsi d’acqua, coinvolgendo spesso interi apiari. Questa situazione conferma il peso dei fattori limitanti sulle grandi potenzialità dell’apicoltura italiana, fattori che rendono fragile il settore, senza considerare le gravi difficoltà di mercato dovute alla concorrenza del miele d’importazione, spesso di bassa qualità.

Diverse associazioni regionali di apicoltori hanno chiesto alla propria Regione incontri per valutare la gravità della situazione e gli eventuali provvedimenti da adottare. Tuttavia, interventi a sostegno del mancato reddito, anche se previsti dalle normative vigenti, sono di difficile attuazione in quanto, a differenza delle altre produzioni agricole, non sono definite le produzioni standard degli alveari e ciò finora non ha consentito l’accesso nemmeno a forme assicurative.

Biodiversità dell’Apis mellifera: la sottospecie italiana

Gli apicoltori possono fare ben poco per contrastare il cambiamento climatico in atto. Possono però agire sulla variabilità genetica delle loro api. La specie che alleviamo (Apis mellifera), infatti, si è evoluta in milioni di anni e ha occupato naturalmente un vasto areale che comprende tutta l’Africa e tutta l’Europa (Fontana et al., 2018). È poi stata diffusa dall’uomo in quasi tutto il mondo in quanto più produttiva delle specie indigene. L’ampio areale di diffusione ha fatto sì che si selezionassero numerose sottospecie (o razze) anche molto diverse fra loro per aspetto, comportamento e produttività, ciascuna però adatta a sopravvivere nell’ambiente in cui si è auto-evoluta ed è stata selezionata.

In Italia sono presenti 4 sottospecie: la più affermata è la ligustica (Spinola, 1806), denominata anche “ape italiana”, diffusa dalle Alpi alla Calabria, Sardegna compresa; in Sicilia era presente la sottospecie siciliana, quasi scomparsa a causa dell’introduzione della ligustica ad opera degli apicoltori; nel Nord-Est si trova la carnica, diffusa nel Sud dell’Austria, Slovenia e parte della Croazia; ai confini con la Francia si trovano delle popolazioni di mellifera (o ape nera), diffusa in Francia e tutto il centro-Nord Europa. Per anni l’ape italiana è stata considerata la più produttiva ed è stata diffusa in tutto il mondo, in particolare Americhe e Oceania, dove il genere Apis non esisteva.

Da qualche anno si stanno diffondendo degli ibridi (più propriamente degli incroci intraspecifici) ottenuti incrociando due o più sottorazze fra di loro. Tali ibridi in prima generazione appaiono più produttivi delle api locali, ma nelle generazioni successive perdono tale caratteristica, costringendo gli apicoltori a far continuo ricorso all’acquisto di regine ibride. Per limitare tale fenomeno, che rischia di impoverire il patrimonio genetico delle nostre api e di far perdere la tipicità dell’ape italiana, in molte parti d’Italia sono partiti dei progetti di tutela dell’ape ligustica. Affinché tali progetti possano dare i risultati sperati occorre operare in vaste aree, in modo tale che sia poi possibile effettuare una selezione nell’ambito della variabilità genetica di vaste popolazioni.

Una legge speciale in Emilia-Romagna

La recente legge 4 marzo 2019, n. 2 della Regione Emilia-Romagna (Norme per lo sviluppo, l’esercizio e la tutela dell’apicoltura in Emilia-Romagna), va in questa direzione, quando all’Art. 7 (Tutela dell’Apis mellifera sottospecie ligustica) stabilisce, fra l’altro, che:

  1. La Regione Emilia-Romagna tutela l’Apis mellifera, sottospecie ligustica, diffusa nel territorio regionale con le disposizioni di cui ai commi 2, 3 e 4, volte ad assicurare la conservazione di questa sottospecie autoctona e finalizzate al miglioramento genetico, alla successiva diffusione del materiale selezionato e a ridurre i fenomeni di erosione genetica derivanti dall’ibridazione
  2. Nel territorio della Regione Emilia-Romagna gli apicoltori non possono svolgere attività di selezione e moltiplicazione di api regine e di materiale apistico vivo di sottospecie diverse da Apis mellifera ligustica. Non è comunque consentito introdurre api appartenenti a sottospecie diverse da Apis mellifera ligustica.

La nuova normativa, se rispettata, consentirà di salvaguardare l’ape italiana in un vasto territorio. Inoltre, in Emilia-Romagna vengono prodotte e commercializzate ogni anno centinaia di migliaia di api regine appartenenti alla sottospecie ligustica; ora spetterà agli allevatori di api regine cogliere questa occasione per selezionare, a partire dal vasto patrimonio genetico disponibile, le api più adatte a sopravvivere e produrre in un ambiente in continua evoluzione.

Andamento della produzione di miele

La figura 3 mostra l’andamento della produzione di miele in Italia negli ultimi 19 anni (Pappalardo & Naldi, 2019). Il grafico mostra che c’è stato un incremento medio della produzione, ma con enormi fluttuazioni (da 4.000 a 30.000 t). Purtroppo, nell’ultimo decennio prevalgono i picchi negativi, con le sole eccezioni del 2011, 2015 e 2018, gli unici tre anni in cui si sono superate, anche se di poco, le 20.000 t.

Occorre poi segnalare che anche negli anni discreti si verificano enormi oscillazioni a livello territoriale. Ad esempio, il 2018 è stato un anno discreto per il Centro e per il Nord, anche se in modo molto variabile e disomogeneo, ma molto negativo per il Sud e per le Isole. Al Nord si è tornati a fare l’acacia, dopo anni molto magri, mentre il miele di agrumi è risultato il grande assente, con produzioni nulle in Sicilia e molto scarse nel resto del Sud e in Sardegna.

Per quest’anno le previsioni, come si accennava, sono pessime, in quanto sono state azzerate le produzioni primaverili, in particolare dell’acacia, il miele più importante per le regioni del Nord. Indipendentemente dall’andamento della produzione, l’Italia possiede una prerogativa unica al mondo: è in grado di produrre più di 50 tipologie di mieli monoflora, alcuni tutti gli anni, altri, più rari, solo sporadicamente. I mieli più comuni e importanti sono quelli di acacia, agrumi, asfodelo, cardo, castagno, ciliegio, corbezzolo, coriandolo, erba medica, erica, eucalipto, fiordaliso giallo, girasole, melata di abete e di bosco, melo, rododendro, sulla, tarassaco, tiglio, timo e trifoglio. Questo è possibile grazie alla conformazione geografica dell’Italia e alla biodiversità vegetazionale del suo territorio, oltre all’elevato grado di professionalità raggiunto dagli apicoltori italiani. Non si debbono poi scordare i mieli “millefiori”, in quanto rappresentano una gamma pressoché infinita, in funzione della zona geografica, del periodo della smielatura e dell’andamento climatico dell’anno.

L’Italia nel suo complesso è deficitaria di miele in quanto produce circa il 50% di quello che consuma, il resto è importato dall’estero (Fig. 4). Fra i mieli importati ci possono essere dei buoni prodotti, come pure dei pessimi, in particolare quello proveniente dalla Cina, uno dei maggiori produttori mondiali, la cui qualità può essere molto scadente.

Il mercato del miele in Italia

Il principale canale di vendita del miele in Italia è rappresentato dalla Grande distribuzione organizzata (Gdo) nella quale i supermercati svolgono un ruolo primario con il 41% del totale, gli iper con il 26% e i discount con il 19%. Al grande dettaglio si affianca poi il piccolo dettaglio, con l’11% per i liberi servizi e un 2%, stimato, per il dettaglio tradizionale. Quest’ultimo dato è di difficile rilevazione poiché le informazioni oggi disponibili sui consumi di miele in Italia derivano dal monitoraggio delle sole vendite a scontrino tra consumatore e distribuzione organizzata; sfugge quindi la vendita diretta, in particolare quella che avviene presso il produttore.

Nel 2018 i prezzi presso la Distribuzione organizzata si sono attestati attorno ai 10 €/kg, contro i 7 €/kg dei discount, mentre per il dettaglio tradizionale il prezzo medio risulta di circa 9,5 €/kg.

Nel 2018 i volumi di acquisto di miele in Italia delle sole vendite a scontrino si sono attestate sulle 14.637 t, per un valore di 138 Ml €, con una dinamica negativa (-5% in volume, -3,6% in valore) rispetto al 2017, che all’opposto aveva segnato buoni tassi di crescita, sia in volume (+5,4%) che in valore (+5,5%). Integrando anche la quota parte del dettaglio tradizionale che, come evidenziato, si attesta attorno al 2% delle vendite complessive, i valori di vendita di miele nazionale per il 2018 possono essere stimati in 141,3 Ml € (fonte Ismea).

Naturalmente i prezzi al produttore sono molto più bassi. La figura 5 mostra l’andamento dei prezzi medi alla produzione del millefiori degli ultimi 15 anni.
Sicuramente si deve diffidare di un miele venduto al pubblico a 4,5 € in barattoli da 1 kg; si tratta di un prezzo inferiore a quello percepito da un apicoltore che vende all’ingrosso in fusti da 300 kg. Nella migliore delle ipotesi non si tratta di un prodotto di qualità, sicuramente di importazione. Fortunatamente in Italia abbiamo una legge che tutela i consumatori ed obbliga i confezionatori a dichiarare in etichetta il Paese di origine del miele, quindi controllando l’etichetta si può sapere se il miele è stato prodotto in Italia o in un altro Paese o se è frutto della miscela di mieli di diverse provenienze.

In questo periodo sui media si fa un gran parlare delle sofisticazioni o delle adulterazioni del miele e in Internet sono diffuse le tecniche casalinghe per distinguere il miele genuino da quello adulterato o sofisticato. È bene qui precisare che si tratta di disinformazione, se non di vere e proprie “bufale”. Per mettere in evidenza eventuali frodi, che pur esistono, ma non ai livelli che si vorrebbe far credere, occorrono metodi analitici estremamente sofisticati, solo alla portata di laboratori specializzati. Più che ricorrere a prove da “fattucchiera”, occorre rivolgersi per l’acquisto alla rete commerciale che è sottoposta a rigidi controlli, dalla produzione fino allo scaffale, sia da parte dei produttori e dei confezionatori, sia dei servizi igiene pubblica delle ASL, o a produttori di fiducia, senza scordare mai di controllare il Paese di produzione, che deve essere riportato in etichetta.

Effetti dei fitofarmaci su api e miele

Infine, affrontiamo un annoso problema, le morie di api a causa dell’impiego di fitofarmaci, finora mai risolto (Maini et al., 2010). La legge 24 dicembre 2004 n. 313 (Disciplina dell’apicoltura), all’Art. 4 (Disciplina dell’uso dei fitofarmaci) stabilisce che:

  1. Al fine di salvaguardare l’azione pronuba delle api, le Regioni, nel rispetto della normativa comunitaria vigente e sulla base del documento programmatico di cui all’articolo 5, individuano le limitazioni e i divieti cui sottoporre i trattamenti antiparassitari con prodotti fitosanitari ed erbicidi tossici per le api sulle colture arboree, erbacee, ornamentali e spontanee durante il periodo di fioritura, stabilendo le relative sanzioni.
    Questo articolo, se pur meritevole, ha creato una vera e propria Babele, in quanto tutte le Regioni hanno legiferato in materia, ma in modo disomogeneo, tanto che si va da alcune Regioni che hanno vietato qualunque tipo di trattamento in fioritura a quelle che consentono anche trattamenti insetticidi. L’ultima Regione in ordine di tempo ad aver messo mano alla materia è stata l’Emilia-Romagna, con la L.R. 4 marzo 2019, n. 2 (già citata), che all’Art. 8 (Tutela delle api e degli insetti pronubi da trattamenti fitosanitari e conseguenti divieti) stabilisce che:
    “1. Al fine di salvaguardare le api e l’entomofauna pronuba, è vietato eseguire qualsiasi trattamento con prodotti fitosanitari ad attività insetticida e acaricida sulle colture arboree, erbacee, sementiere, floreali, ornamentali e sulla vegetazione spontanea, sia in ambiente agricolo che extra agricolo, durante il periodo della fioritura, dalla schiusa dei petali alla caduta degli stessi. Sono altresì vietati i trattamenti in fioritura con altri prodotti fitosanitari (es. anticrittogamici; ndr) che riportano in etichetta specifiche frasi relative alla loro pericolosità per le api e gli altri insetti pronubi.
  2. I trattamenti con i prodotti fitosanitari di cui al comma 1 sono altresì vietati in presenza di sostanze extrafiorali di interesse mellifero o in presenza di fioriture delle vegetazioni spontanee sottostanti o contigue alle coltivazioni, tranne che si sia provveduto preventivamente all’interramento delle vegetazioni o alla trinciatura o sfalcio con asportazione totale della loro massa, o si sia atteso che i fiori di tali essenze si presentino essiccati in modo da non attirare più le api e gli altri insetti pronubi.
  3. La Giunta Regionale, previa consultazione del Tavolo apistico regionale di cui all’articolo 4, può:
    a) individuare zone di rispetto intorno ad aree di rilevante interesse apistico e agroambientale, nelle quali sono vietati trattamenti con specifici prodotti fitosanitari alle specie arboree, erbacee, sementiere, floreali, od ornamentali per ovviare ai danni causati dai trattamenti agli insetti pronubi;
    b) escludere, solo in caso di comprovata necessità, dai divieti di cui ai precedenti commi 1 e 2, particolari prodotti fitosanitari ad attività insetticida o acaricida a base di microrganismi che esercitano un’azione generale o specifica contro gli organismi nocivi, quali prodotti microbiologici contenenti virus, funghi, lieviti o batteri, di cui sia comprovata l’assenza di effetti nocivi nei confronti delle api e degli altri insetti pronubi;
    c) stabilire eventuali ulteriori disposizioni per la tutela delle api e degli altri insetti pronubi da trattamenti fitosanitari.
  4. ogni sospetto caso di avvelenamento o fenomeno di mortalità di api deve essere segnalato, secondo le modalità previste dal Piano regionale integrato di cui all’articolo 3, commi 1 e 2.”
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Numerose api morte davanti ai predellini di volo degli alveari.

Nonostante tali tipi di normative, ufficialmente in Italia risultano pochi casi di avvelenamenti causati da trattamenti fitosanitari in agricoltura (Fig. 6). Infatti, i dati riportati nel grafico rappresentano solo la punta dell’iceberg, in quanto gli apicoltori raramente denunciano il fenomeno alle autorità competenti (i servizi veterinari delle ASL), per timore di vedersi bloccati gli apiari o, peggio, il miele prodotto. La figura 6 ci mostra comunque come gli avvelenamenti siano concentrati nel periodo primaverile e inizio estate, proprio quello delle principali fioriture di interesse agricolo.

Un patto per la convivenza

Proprio per affrontare la tematica dei trattamenti in fioritura, per iniziativa dell’Osservatorio Nazionale Miele, è stata firmata a Roma il 24 ottobre 2017, presso il Palazzo dell’Agricoltura, l’Intesa per l’applicazione delle buone pratiche agricole e la salvaguardia delle api nei settori sementiero e ortofrutticolo.

All’epoca i firmatari dell’intesa sono stati:
- la Confederazione Generale dell’Agricoltura Italiana (Confagricoltura);
- la Confederazione Italiana Agricoltori (Cia);
- l’Alleanza delle Cooperative Italiane Agroalimentari (Aci);
- l’Associazione Italiana Sementi (Assosementi);
- l’Associazione Sementieri Mediterranei (AS.SE.ME.);
- la Confederazione Agromeccanici e Agricoltori Italiani (Cai);
- il Consorzio delle Organizzazioni di Agricoltori Moltiplicatori di Sementi (Coams);
- la Federazione nazionale commercianti prodotti per l’agricoltura (Compag);
- la Federazione Apicoltori Italiani (Fai);
- l’Unione Nazionale Associazioni Apicoltori Italiani (Unaapi).

Più recentemente, esattamente il 14 settembre 2018, hanno sottoscritto l’intesa anche:
- la Confederazione Produttori Agricoli (Copagri);
- la Società Scientifica Veterinaria per l’Apicoltura (Svetap).

Gli obiettivi e gli impegni che sono stati presi con l’intesa nazionale sono di estrema importanza, in quanto le parti si sono impegnate a:

  • promuovere il protocollo di intesa e sensibilizzare i propri associati affinché non trattino le piante sementiere ed ortofrutticole in fioritura con insetticidi e altre sostanze tossiche nei confronti delle api;
  • predisporre un elenco di prodotti fitosanitari consigliati per la corretta difesa delle coltivazioni sementiere ed ortofrutticole in pre-fioritura, con particolare riguardo ai trattamenti effettuati con prodotti sistemici o molto persistenti;
  • definire, condividere e promuovere l’applicazione delle migliori pratiche agricole in grado di tutelare l’attività apistica, sementiera ed ortofrutticola, al fine di promuovere una produzione agricola sostenibile che salvaguardi la biodiversità;
  • attivare uno scambio coordinato e continuativo di informazioni fra le Parti e fra i rispettivi associati che consentano di ridurre le situazioni di criticità che in passato hanno coinvolto i settori interessati;
  • istituire un tavolo “tecnico permanente” con l’incarico di monitorare le produzioni in questione, individuando le problematiche di interesse quali, ad esempio, la disponibilità di prodotti fitosanitari idonei ed autorizzati per la corretta difesa delle coltivazioni sementiere ed ortofrutticole e la massima salvaguardia del patrimonio apistico, nonché individuare le eventuali soluzioni per superare le criticità riscontrate sollecitandone l’attivazione. Le parti auspicano che a detto tavolo, oltre ai rappresentanti dei firmatari, partecipino le Istituzioni pubbliche coinvolte, in particolare il Servizio Fitosanitario Nazionale, per il necessario supporto e l’opportuna azione di coordinamento tecnico;
  • promuovere la realizzazione di strumenti informativi e momenti formativi coinvolgendo tutte le componenti istituzionali e produttive interessate al fine di accrescere la conoscenza delle tecniche produttive e delle normative in vigore, nonché la consapevolezza della loro corretta attuazione ed applicazione.

Non c’è dubbio che la nascita del “tavolo tecnico” rappresenti un evento “storico”, in quanto per la prima volta si sono sedute attorno allo stesso tavolo categorie (agricoltori, sementieri, frutticoltori, contoterzisti, commercianti di fitofarmaci, veterinari e apicoltori) che pur appartenendo quasi tutti al comparto agricolo, finora si sono spesso considerate come controparti. Mettendosi a confronto si sono rese conto che gli interessi e gli obiettivi sono comuni e non divergenti.

Rispettare le api non significa solo non arrecare danni al settore apistico, ma significa salvaguardare la loro azione pronuba, sia nei confronti delle piante agrarie (sementiere e ortofrutticole in primis), incrementando le produzioni quantitativamente e qualitativamente, sia nei confronti delle piante spontanee, così importanti per la biodiversità, la difesa del suolo e più in generale dell’ambiente in cui viviamo.

Il raggiungimento dell’intesa ha costituito un importante risultato politico per i firmatari, il Ministero e le Regioni, un risultato che si proietta oltre il settore di riferimento (agricoltura-apicoltura filiera-miele) per riguardare l’interesse generale all’ambiente. Per la prima volta sono rappresentate tutte le più importanti associazioni nazionali degli apicoltori e quasi tutte quelle degli agricoltori, anche se non può passare inosservata l’assenza di Coldiretti, nonostante gran parte dei loro associati siano rappresentati nell’intesa in quanto associati all’Aci (Alleanza delle Cooperative Italiane Agroalimentari), al Coams (Consorzio delle Organizzazioni di Agricoltori Moltiplicatori di Sementi) e alle associazioni apistiche. Come primo atto del tavolo, sono state predisposte le Linee Guida per la salvaguardia dei pronubi, necessari per l’impollinazione.

Il testo integrale è consultabile al link https://www.informamiele.it/approvate-le-linee-guida-per-la-salvaguardia-degli-impollinatori.html

Leggi l’articolo completo di grafici sulla Rivista di Frutticoltura n. 6/2019

Dove va l’apicoltura italiana? - Ultima modifica: 2019-07-24T09:57:21+00:00 da Lucia Berti

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