Uniti con le istituzioni per rafforzare il comparto vivaistico nazionale

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Il quadro generale

È ormai consuetudine, da qualche anno, che lo speciale di fine anno di questa Rivista riporti un consuntivo ed una previsione delle attività ed azioni del comparto vivaistico professionale. Tutto ciò in un vorticoso mutamento del quadro regolamentare comunitario e nazionale, che fortemente incide sull’intera organizzazione professionale e sui continui adeguamenti cui sono chiamate le singole imprese.

In questa occasione non si vuole nuovamente affrontare quanto trattato in precedenti note (sostanzialmente il quadro normativo non dovrebbe cambiare nel prossimo anno). Si ribadisce, invece, con convinzione, che in ossequio al principio del libero mercato comunitario e delle uguali possibilità a tutte le imprese vivaistiche che vi operano, con il termine “certificato” è stato sancito un livello fitosanitario inferiore a quanto inteso in Italia per le piante prodotte nell’ambito del Servizio nazionale di certificazione volontaria del Mipaaf. Tutto ciò, associato ad alcune concessioni incomprensibili (come la possibilità di mantenere ed allevare le piante di categoria “pre-base” e “base” in condizioni di pieno campo, seppur con opportuni requisiti, invece che in “screen house”), significa minor garanzie dei materiali di propagazione e rischi per la filiera frutticola nazionale.

Sono anni che il Civi-Italia, in previsione di questa che a tutti gli effetti è una “deregulation”,  si sforza di proporre e condividere con le Istituzioni cui sono preposti i controlli ed il rilascio delle certificazioni dei materiali di propagazione vegetale, un sistema che, fatti salvi i compiti istituzionali dei Servizi fitosanitari regionali (competenze su organismi nocivi da quarantena = passaporto piante Ce e qualità Ce = CAC), permetta e riconosca all’organismo interprofessionale il ruolo, su base volontaria, di innalzare ulteriormente il livello qualitativo dei materiali di propagazione. Così operando non andrebbe disperso quel grandissimo patrimonio di esperienze ed investimenti maturati nell’ambito di quasi 40 anni dai programmi di certificazione regionali, poi faticosamente confluiti nel Servizio nazionale di certificazione volontaria.

Il vivaismo professionale ad oggi non ha ancora avuto dalle Istituzioni coinvolte – Mipaaf e vari Sfr - le chiare risposte che si attendeva, malgrado il tempo e gli sforzi profusi. L’amara constatazione è che persistano resistenze ad avviare un serio confronto su tali problematiche per affrontare in maniera serena e responsabile questioni di interesse essenziale, che costituiscono le fondamenta della possibilità delle imprese di competere sul mercato, concetto forse non del tutto chiaro a molti attori della “cosa pubblica”.

La crisi causata dall’epidemia di Xylella fastidiosa

In tale contesto, i divieti all’export di materiale vivaistico per l’epidemia di Xylella fastidiosa nel Salento rendono ancor più drammatici gli scenari futuri di un settore che costituzionalmente è proiettato verso i mercati esteri (vedi box). Questi divieti riguardano indistintamente non solo l’olivo, ma anche le produzioni di altre specie – fragola, pomoidee e prunoidee - realizzate a centinaia di chilometri dalla Puglia, colpendo distretti importantissimi come quello viticolo friulano o della fragola ferrarese.

C’è quindi uno stato di disagio generale derivante da una problematica per un intero comparto nazionale, seppur gravissima, che interessa però il territorio di 2 sole provincie del Sud Italia. L’“affaire Xylella” sta mettendo a nudo le fragilità del nostro sistema Paese di fronte a eventi connessi alla globalizzazione. Situazioni immaginate e preventivate, non per esser menagrami, da quanti fanno esercizio quotidiano di comportamenti che affondano le radici nel pensiero razionale di Cartesio o Galileo Galilei, piuttosto che nel fatalismo epico di Omero.

Le difficoltà che si stanno quotidianamente vivendo non sono ascrivibili a mancanze dei singoli, piuttosto all’inadeguatezza delle struttura preposte ad affrontarle. Da una parte il Mipaaf, con la sua cronica, mostruosa carenza di personale della DISR V che raggruppa in un’unica direzione competenze quali: servizio fitosanitario, materiali di moltiplicazione, sementi, privative per novità vegetali, fitofarmaci, fertilizzanti ed OGM. Il tutto gestito da un solo dirigente e meno di 10 funzionari, con collaboratori a contratto di pochi mesi. E’ mai pensabile che aspetti così strategici per la filiera agricola nazionale siano gestiti da forze così ridotte?

Dall’altra parte i Sfr a cui le modifiche costituzionali del 2001 hanno conferito le competenze in materia fitosanitaria, trattandosi di organismi tecnici; in molte regioni sono stati azzerati da una politica cieca, mettendone a capo non fitopatologi come ci si aspetterebbe, ma dirigenti che non hanno alcuna cognizione in materia. L’esiguità delle forze in campo, la scarsa o del tutto assente formazione di tanti e la mancata sensibilità su questioni d’interesse maggiore dei propri ambiti di competenza hanno fatto il resto.

Oggi, se da una parte molte realtà del vivaismo professionale nazionale rappresentano le punte d’eccellenza mondiale per innovazione tecnologica e varietale, costituendo virtuosi esempi da emulare, dall’altra l’apparato statale cui è delegata la questione fitosanitaria viene tacciata dagli ambienti comunitari di irresponsabilità ed inefficienza, tralasciando l’aggettivo di contorno. Come si può ben intendere, non è lo sforzo sovrumano, lo spirito di sacrificio ed il senso di responsabilità dei singoli funzionari, ai quali non saranno mai sufficienti i nostri ringraziamenti e gli attestati di vicinanza e solidarietà, a poter permettere un cambio di rotta. Devono essere invece messe in discussione la struttura del Servizio fitosanitario a livello centrale e presso le Regioni, avendo il coraggio di trarre utili indicazioni da errori e storture che viviamo, per riprogettare e riorganizzare il tutto secondo criteri di efficienza e funzionalità che scongiurino i nefasti effetti che stiamo vivendo.

 

Il difficile ruolo di proporsi come partner delle istituzioni

Il lavoro svolto in questi mesi dal Civi-Italia, anche di concerto con gli altri organismi di rappresentanza del settore (Miva – Moltiplicatori italiano viticoli associati; Anve – Associazione nazionale vivaisti esportatori e Associazione Vivaisti Viticoli Friuli-Venezia Giulia) è stato quello di cercare di accreditare il settore del vivaismo presso le autorità governative ed il mondo politico, per richiedere attenzione e sostegno dagli amministratori nazionali. Questo avviene nella consapevolezza che molti astoni o barbatelle di vite nazionali a dimora in tanti Paesi del bacino del Mediterraneo e del Medio Oriente, purtroppo, sono prodotte non in Italia, da vivaisti nostri competitori: in molti casi, per ovvie logiche commerciali, l’ingresso in tali mercati sarà pregiudicato per sempre o sarà estremamente difficile e costoso da riaprire.

Nel chiedere attenzione, il comparto vivaistico ha messo a disposizione la propria organizzazione per collaborare con le Istituzioni e cercare così di mitigare alcune delle criticità sopra descritte. L’attenzione ricevuta dal Governo, dal Ministro Martina e suoi consiglieri, dal consigliere diplomatico presso il Mipaaf, dal direttore del Dipartimento delle politiche europee ed internazionali dello sviluppo rurale, cosi come anche dal Ministero per lo sviluppo economico è stato ampio e non di facciata. Per la prima volta le difficoltà all’export del comparto vivaistico sono state affrontate e discusse anche nel tavolo agro-alimentare interministeriale.

E’ stato richiesto che l’ICE e la rete diplomatica lavorino per accreditare il comparto vivaistico presso le Istituzioni e gli operatori commerciali dei Paesi interessati alle piante prodotte in Italia che, pur apprezzandole, non possono importarle per i divieti fitosanitari in vigore. C’è la necessità di azioni mirate che assicurino i clienti stranieri sulla bontà e garanzie delle piante italiane.

Si sta operando per innalzare il livello di attenzione sulle problematiche del settore, coinvolgendo tutte le amministrazioni dello Stato su queste tematiche. Per noi italiani è uno sforzo enorme. In altre realtà – Olanda e Francia su tutte - un tale comportamento ricade nella normalità dell’attenzione che l’amministratore pubblico deve dare ad un settore produttivo, per giunta non assistito. La disponibilità a collaborare offerta, rientra nella filosofia di un settore che non chiede facili provvidenze e scorciatoie ai propri impegni imprenditoriali, ma che è maturo e consapevole che solo facendo sistema ci sarà un futuro per le proprie imprese.

Basterà questo comportamento responsabile e virtuoso a fronteggiare le difficoltà che ogni giorno insorgono sempre più insidiose?

Un futuro nelle mani di altri

Mentre questa nota viene redatta, sono state rese note le sentenze del TAR del Lazio a cui si erano appellati alcuni olivicoltori che dovevano estirpare le piante di olivo. Questo ingarbuglia ulteriormente il pasticcio sulla gestione del problema Xylella. Infatti, in un caso il Tribunale Amministrativo si è dapprima pronunciato confermando l’obbligo di estirpazione, così come prevedono le procedure di quarantena da attuare in ossequio alle norme comunitarie e al piano del commissario straordinario, salvo rimangiarsi in parte tale conferma 24 ore dopo, con una motivazione il cui senso sfugge ai comuni mortali; accogliendo invece nell'altro caso il ricorso di un agricoltore a cui concede di tagliare l’unica pianta dichiarata infetta e non quelle limitrofe. Altre sentenze si aspettano nei prossimi giorni in risposta ad altri ricorsi al Consiglio di Stato da parte di chi si ritiene ancora vessato. Sono attesi anche i pronunciamenti del Comitato comunitario fitosanitario permanente, e non c’è da sperare in sogni tranquilli.

A livello comunitario si stenta a comprendere e credere che il conflitto tra organi e poteri dello Stato sia giunto ad un a tale livello di confusione su una questione che invece dovrebbe interessare il bene pubblico e l’interesse comune. Ritorna così l’incubo della procedura d’infrazione comunitaria che si riteneva scampata e l’inasprimento sulla movimentazione dei materiali di propagazione dall’Italia, con la paventata minaccia di mettere in quarantena intere regioni della Penisola e decretare il blocco del vivaismo su tutto il territorio nazionale.

Questo accade in un clima di veleni nella comunità scientifica che, nella migliore tradizione italiana, si è spaccata tra strenui sostenitori delle norme emanate per cercare di arginare l’epidemia e coloro i quali propongono strategie e soluzioni colorite e a dir poco interessate. Pochi ricordano che Xylella fastidiosa è un organismo nocivo da quarantena e come tale va trattato. Analogie con la PSA del kiwi o il “colpo di fuoco batterico” delle rosacee, pur causate da batteri, così come il ricorso alle sole buone pratiche agricole, sono improprie e fuorvianti, in quanto non si tiene conto della sua epidemiologia.

E’ invece in atto una corsa a ricevere i finanziamenti stanziati per la ricerca, ignari del danno causato con dichiarazioni improvvide e azioni di lobby che dimostrano scarsa conoscenza scientifica del caso specifico: un altro aspetto che rende attoniti chi da Bruxelles deve gestire un’emergenza che rischia di essere ricordata tra le maggiori piaghe che hanno colpito le piante coltivate.

Come si vede, un intero settore è chiamato ora a pagare per inadempienze, incapacità, lentezze, invidie e giochi di potere altrui. Le azioni diplomatiche avviate con missioni tecniche dei funzionari fitosanitari nei Paesi più riottosi e i rapporti del Ministro si spera sortiscano lo sblocco delle forniture per svariati milioni di euro, dando così nuove prospettive al settore.

Non resta che attendere fiduciosi

Certo sembra difficile immaginare che nel “risiko” tra poteri dello Stato e “bastian contrari” per mero interesse, non debba prevalere un senso di responsabilità che garantisca e salvaguardi gli sforzi che il vivaismo nazionale quotidianamente opera. Ci vorranno anni di comportamenti virtuosi ed uno sforzo inimmaginabile del sistema Paese per risalire la china e riaffermare le garanzie che il comparto vivaistico ha faticosamente conquistato.

Se ciò accadrà, sarà sottostando continuamente al rischio di una “spada di Damocle” che può vanificare il tutto per colpa di un Paese che ha un’organizzazione pubblica incapace di tutelare imprese che sono un vanto nazionale, oggetto di ammirazione da parte di tanti altri sistemi frutticoli.

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