Castagno: coltura multifunzionale in ripresa nelle aree vocate

castagno
Un giovane castagneto in Galizia - Spagna (sesto di impianto 10x10)
Vuoi per il valore alimentare di castagne e marroni, vuoi per il valore economico degli scambi commerciali, vuoi per la nobiltà della pianta e il suo valore ambientale, il castagno merita maggiore attenzione da parte di istituzioni, ricerca e mondo produttivo. Non prima di aver risolto le problematiche tecnico-agronomiche che ostacolano la produzione e di aver dato vita a programmi di sviluppo economico e commerciale di una nuova castanicoltura da frutto.Non prima di aver risolto le problematiche tecnico-agronomiche che ostacolano la produzione e di aver dato vita a programmi di sviluppo economico e commerciale di una nuova castanicoltura da frutto.

Poco considerata, sebbene abbia contribuito a sfamare gli abitanti di aree montane, la castagna viene oggi rivalutata dal grande pubblico per le sue caratteristiche nutritive della farina “gluten-free”. La produzione mondiale di castagne supera i oltre 2,1 Ml t ed è concentrata prevalentemente in tre aree principali del mondo: Asia (1,8 Ml t pari all’80% della produzione totale), in Europa (163.000 t pari all’8 %) e in America del Sud (Cile 1.100 t) (dati Fao 2014). In Asia i principali Paesi produttori sono la Cina (1,7 Mlt), Corea del Sud (56.500 t) e Giappone con 21.000 t. Delle 163.000 t prodotte in Europa, 104.000 t sono prodotte nella Ue a 28, ottenute su di una superficie di 200.000 ha (di cui 120.000 nella Ue a 28) allevate da 100.000 produttori, di cui 70.000 nella Ue a 28.
Nell’Europa mediterranea è la Turchia il principale Paese produttore con oltre 73.000 t, seguita dalla Grecia (28.000 t) e dall’Italia con circa 25.000 t (prima dell’arrivo del Cinipide erano 52.000 t). A seguire il Portogallo con 18.500 t e la Spagna (16.000 t). Fra i Paesi emergenti, ricordiamo il Cile, gli Stati Uniti e l’Australia.
Le specie maggiormente coltivate sono la “castagna mollissima” in Cina e la “castagna sativa” nel nostro continente, mentre in Giappone si coltiva la “castagna crenata”. La destinazione del prodotto raccolto è legata al consumo fresco, anche se questa destinazione è in calo mentre è in netto aumento il consumo di castagne dedicate alla trasformazione industriale per produrre farina, puree, creme, castagne e marroni surgelati per la produzione dei famosi “marrons glacés”.
Ritornando all’Europa, la produzione molto importante nel XVIII secolo, ha subito una forte riduzione a causa delle malattie, per crollare proprio a partire dagli anni ‘60. La maggior parte dei castagneti in Europa è vecchia, con età superiore ai 100 anni. Questi alberi a causa del loro deperimento necessitano di numerose operazioni colturali per favorirne lo sviluppo: dapprima il mal dell’inchiostro (Phytophthora cinnamomi) e più recentemente dalla presenza del Dryocosmus kuriphilus, più comunemente chiamata vespa cinese o cinipide del castagno.
A tenere in tensione i sistemi produttivi mondiali sono le patologie che colpiscono questa specie, soprattutto in Europa, che negli ultimi anni hanno messo a dura prova un sistema produttivo già in calo per lo spopolamento delle aree di montagna, per la mancanza di reddito sufficiente e, in particolare, anche a causa dei massicci attacchi della vespa cinese. In diversi Paesi europei sono stati avviati progetti di ristrutturazione di questi castagneti seppur con interventi importanti e costosi che tuttavia non appaiono sufficienti al mantenimento di una produzione adeguata al fabbisogno. Si stima che per soddisfare il fabbisogno di castagne e marroni dell’odierno consumo siano necessari circa 40.000 ha di nuovi castagneti. Per raggiungere questo obiettivo, numerosi Paesi europei nelle regioni vocate hanno avviato progetti per impiantare nuovi castagneti moderni che esulano dalla logica del castagno considerato come pianta forestale per entrare invece in quella del moderno frutteto di castagno.
Un esempio significativo è quello del Portogallo, dove nelle regioni del Nord sono stati impiantati qualche migliaio di ha (al termine del progetto si prevedono circa 10.000 ha a dimora).
Lo stesso approccio vale per la Spagna, nella quale sia nelle regioni del Nord, ma anche del Sud, sono già stati impiantati molti ha di castagneti da frutto (circa 4000 ha nella sola Galizia finanziati anche con i contributi dei PSR).
In Francia, a partire dal 1960, è stato avviato un progetto dall’Inra che tutt’ora continua con la collaborazione di Ctifl e Invenio. Sono stati ottenuti nuovi ibridi da incrocio fra la castagna europea e castagna crenata e mollissima per migliorarne la resistenza alle malattie. Quelle maggiormente conosciute sono Bouche de Betizac e Marigoule. Queste varietà, seppur di grossa pezzatura e quindi apprezzate dal mercato, comunque non reggono, sotto il profilo qualitativo, il confronto con le varietà italiane di castagne e marroni del genere sativa. I francesi hanno differenziato nettamente i “castagneti frutteti” rispetto al castagno inteso come bosco. Il castagneto da frutto è costituito da superfici mantenute piantate con alberi di castagno selezionati per la produzione dei frutti che derivano soprattutto da cultivar innestate e da qualche produttore diretto.
Molto interessante in Francia è l’applicazione della meccanizzazione nei nuovi impianti, non solo per quanto riguarda la raccolta (molto conosciute le macchine italiane della Facma) e per la pulizia del castagneto. Sono anche in fase di sperimentazione le macchine per la potatura.
Sempre in Francia, proseguono le sperimentazioni per la ricerca di nuovi portinnesti in grado di ridurre il rischio di patologie e, al contempo, la selezione di nuove cultivar che dimostrino buona resistenza alla siccità, che in annate come quella appena trascorsa hanno provocato serie perdite. La castanicoltura rappresenta una delle specie frutticole emergenti anche in Cile, che per il settore ha fatto scelte tecniche precise con l’intento di limitare il vigore delle piante rendendole facilmente meccanizzabili.
La situazione in Italia
Dal 2009 la produzione ha subito una drastica riduzione a seguito dei problemi causati dal cinipide galligeno del castagno (Dryocosmus kuriphilus Yasumatsu, 1951) che nel 2014 ha portato la produzione Italiana al minimo storico (18.000 t). Oggi la produzione è in sensibile recupero, soprattutto nel Nord Italia, grazie ai risultati positivi ottenuti dalla lotta con il parassitoide Torymus sinensis. La produzione nel 2015 è stata stimata in circa 25.000 t. Quest’anno, invece, pur con i buoni risultati ottenuti nel controllo della vespa (con eccezione di qualche area del Paese), è stata la siccità a creare i problemi maggiori. In alcuni areali la mancanza di pioggia in agosto e in settembre ha ridotto la produzione fino al 50%, con gravi ripercussioni economiche in virtù dei prezzi contenuti per i piccoli calibri.
Le produzioni di castagne in Italia provengono da aziende di dimensioni piccole e medie. Il 40% della superficie produttiva nazionale è compresa nella classe SAU fino a 5 ha con una dimensione media delle aziende di circa 1 ha. Superfici più importanti, statisticamente segnalate, spesso non sono coltivate o lo sono solo parzialmente. Spesso le castagne di piccolo calibro sul mercato provengono da impianti non innestati e queste sono immesse soprattutto nel circuito della trasformazione industriale per la produzione di disidratati o farine. Spesso la produzione castanicola della collina e della montagna ruota attorno ai Gal (Gruppi di Azione Locale), i quali hanno contribuito, grazie all’elevata qualità delle nostre produzioni, ad ottenere il riconoscimento di 5 Dop (Denominazione di origine protetta) e 9 Igp (Indicazione geografica protetta).
Nonostante l’accresciuto interesse per questa specie, in Italia non esistono ancora dati statici affidabili. Gli ultimi dati relativi al Censimento 2010 offrono comunque un’idea della dimensione della produzione italiana (Tab. 1).
Gli scambi commerciali
dell’Italia
Nel 2014, a causa del calo produttivo, l’Italia ha ridotto notevolmente i volumi di esportazione, scesi nel 2015 a 12.500 t, per un valore commerciale di poco superiore a 50 Ml € e con un prezzo medio di vendita di 4 €/kg. I nostri migliori clienti sono la Svizzera (2. 850 t), la Germania (2.504 t), l’Austria (1.800 t), la Francia (1.295 t) e gli Stati Uniti (1.094 t). Sono in aumento le esportazioni nei primi tre Paesi, mentre sono in calo le vendite negli Stati Uniti, in Francia e in Canada.
I dati relativi alle esportazioni (dati 2013) evidenziano una forte territorialità; infatti, il 65% delle castagne esportate proviene dalla Campania, il 12% dal Piemonte, mentre la rimanente quota è esportata dalle altre regioni italiane.
L’Italia ha importato nel 2015 quasi 32.000 t di prodotto, per un valore di circa 60 Ml €, contro gli oltre 95 del 2014 quando ne furono importate quasi 40.000 t. Il principale Paese fornitore dell’Italia è la Spagna, con il 37%, seguito dal Portogallo con il 22%, l’Albania con il 10% e la Grecia con il 9%. Altri nuovi Paesi fornitori sono il Cile con il 3% (produzione in contro stagione), la Macedonia e la Bulgaria con il 2% ciascuno.
La castanicoltura da frutto può trovare nuovi impulsi dall’aumento dei consumi grazie alle caratteristiche nutritive del frutto, privo di glutine, rappresentando dunque una valida alternativa per gli intolleranti al glutine. Un secondo elemento di forza è la propensione del nostro Paese alla trasformazione industriale di questo prodotto. Farina, confetture, creme e marron glacé, i principali trasformati. La mancanza di produzione nazionale costringe l’Italia ad importare notevoli quantitativi di prodotto da Paesi della Ue ed extra-Ue. Dai dati esposti si evince come in Europa (e non solo) si stiano sviluppando nuovi metodi produttivi in grado di fornire notevoli quantità di castagne e marroni, con produzioni unitarie di estremo interesse. Si ricorda che questo è uno dei pochi frutti che si vende a prezzi sostenuti (qualche €/kg) quando la maggioranza delle specie frutticole del territorio sono invece commercializzate a prezzi nettamente inferiori. n

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