Possibile il rilancio qualitativo con una nuova generazione di susine

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Anzitutto prezzi troppo bassi. Di certo è mancato negli ultimi anni il rinnovamento varietale che ha contraddistinto altre specie da frutto, ma non va sottovalutato l’effetto “boomerang” dell’alta produttività a discapito della qualità. Il consumatore disaffezionato si riconquista solo offrendo susine di buon calibro, dolci, aromatiche e raccolte al giusto grado di maturazione. Non un compito impossibile!

Negli ultimi anni il mercato non ha valorizzato sufficientemente le produzioni di susine e questo è il motivo per cui mi sento sempre più frequentemente rivolgere domande del tipo “è ancora possibile produrre susine”? “È possibile rilanciare i consumi di questo prodotto”? Ritengo dunque che un’attenta analisi della situazione possa aiutare a fare scelte imprenditoriali corrette a chi ancora crede in questa coltura come il sottoscritto.
Cosa dice il mercato
Se prendiamo in esame le remunerazioni medie degli ultimi 5 anni delle susine estive (la varietà Angeleno è una categoria a sé) si nota un andamento piuttosto altalenante, ma mediamente i valori sono stati poco sopra o spesso sotto i costi di produzione, indipendentemente dall’epoca di maturazione e dalla zona di provenienza. Una delle principali cause di questa situazione dei prezzi è una quasi costante sovrapproduzione, sia nazionale che europea, nelle annate di normale fruttificazione (il 2017 è stato un esempio perfetto). La Spagna è cresciuta enormemente nell’ultimo decennio e esercita una forte concorrenza sui mercai continentali, ma anche la forte competizione con frutti estivi più vicini al gusto dei consumatori riduce lo spazio commerciale delle susine. Come esempi si possono citare le albicocche, una specie che negli ultimi 10 anni si è completamente rinnovata dal punto varietale-qualitativo, soprattutto allungando molto il calendario di offerta, oppure le uve da tavola apirene, sempre più precoci, come pure le pesche platicarpa di origine spagnola e le mele estive del gruppo Gala, ricercate dai mercati italiani già ai primi giorni di agosto.

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Un adeguato diradamento dei frutti è presupposto di calibri elevati e di migliori standard organolettici.

In un mercato che evolve così rapidamente il comparto “susine” paga più di altri la sua staticità o limitata capacità di innovarsi. Se escludiamo i primi tentativi di innovazione rappresentati dall’arrivo degli ibridi intraspecifici fra susino e albicocco facenti capo ai club “Metis” e “Pluot”, altre vere innovazioni di prodotto al momento non ce ne sono. Questa situazione la si ritrova nei banchi dell’ortofrutta soprattutto della grande distribuzione che negli ultimi anni ha dequalificato il prodotto susino facendolo diventare sempre più anonimo nei confronti del consumatore. Come spesso mi viene ricordato dagli operatori, si è passati dal venderle con il loro nome, a venderle per colore (gialle, rosse, nere), fino a trovarle su alcuni scaffali come “susine variegate”.

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La coltura del susino cino-giapponese ha bisogno di nuove varietà, con elevati requisiti qualitativi e di presentazione.

Povero consumatore, come può discriminare un prodotto buono da uno mediocre o peggio? Una piccola eccezione la si riscontra nelle poche susine europee ancora presenti, Stanley e President principalmente, che avendo ancora una buona quota di trasformazione industriale riescono a mantenere prezzi soddisfacenti, visto anche i volumi limitati che esprimono (qui più che mai servirebbe un’autentica rivoluzione genetico-varietale).
Anche la produzione, assistenza tecnica compresa, non è scevra da colpe. Abbiamo rincorso la massima produzione a discapito della qualità finale del prodotto. Ovviamente abbattere i costi di produzione aumentando le rese è sembrata la strada più ragionevole per mantenere la redditività dei nostri impianti, ma spesso abbiamo perso il controllo arrivando ad eccessi che il mercato non ci ha perdonato.
Come invertire la direzione
Se questa è la situazione attuale, cosa possiamo fare per rilanciare il consumo e il valore delle nostre produzioni? La prima cosa da fare è riconquistare la fiducia dei consumatori e per farlo è necessario che si ricominci ad offrire un prodotto di qualità, buono da mangiare. L’innovazione varietale è fondamentale, ma qui abbiamo bisogno che il breeding ci venga in aiuto; l’avvento di varietà molto produttive, ma non troppo buone non ha certo aiutato ad aumentare i consumi. Abbiamo bisogno di cultivar nuove, adatte ai nostri ambienti e che possano competere con la qualità di altre specie.

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Ad oggi, se si escludono i risultati ottenuti da alcune linee di incrocio interspecifico fra susino e albicocco (che come accennavo prima sono gestite solo attraverso club e che non offrono sufficienti garanzie di produzione se si vogliono mantenere elevati standard qualitativi), non esistono linee di prodotto così evolute da distaccarsi da quanto già viene abitualmente coltivato (salvo pochissime eccezioni che vanno difese e valorizzate nei mercati migliori).
È ovvio che sul mercato ci sono già ottime produzioni, ma sono una quota ancora troppo esigua; quello che dobbiamo fare è aumentare la qualità media della nostra offerta. Visto che il settore vivaistico al momento non ci propone materiali così innovativi, una strada percorribile è quella di cominciare ad eliminare tutte quelle cultivar che non esprimono più valori elevati di zuccheri o che sono troppo obsolete, mantenendo e impiantando solo le varietà migliori presenti nelle diverse aree produttive.

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Le nuove tecnologie di produzione sono una precondizione per un adeguato equilibrio vegeto produttivo nell'impianto.

La rincorsa al prezzo basso non ci deve indurre a rincorrere chi oggi ha costi di produzione più bassi dei nostri (esiste sempre qualcuno in grado di produrre ad un costo più basso), abbassando la qualità della nostra offerta. La strada che dobbiamo percorrere è la ricerca di un’elevata qualità con una corretta produzione per ettaro (ottenere ottimi frutti, ma con rese medie inferiori alle 20-30 t/ha, a seconda delle varietà, non produce nessun reddito). In questo, l’innovazione agronomica sta facendo passi enormi; bisogna porre la massima attenzione agli sprechi, alla corretta gestione delle risorse idriche e alla corretta nutrizione degli impianti per massimizzare i risultati produttivi e qualitativi. Quella che comunemente chiamiamo “agricoltura di precisione” è oggi alla portata di chiunque si voglia cimentare, grazie alla possibilità di accedere a capannine meteo e sensori (tensiometri, pluviometri, ecc.) sempre più precisi e sempre più economici.
Il caso Angeleno
Una nota a parte ritengo vada riservata alla cv Angeleno, una varietà con grandi potenzialità di mercato, vista la sua elevata conservabilità e l’assenza di cultivar alternative in grado di sostituirla (almeno nel breve periodo). Dobbiamo cercare di ottenere susine di elevata pezzatura e con un elevato grado rifrattometrico, che possano essere immesse sui mercati più remunerativi, e che non si allontanino troppo dalle attese del consumatore; diversamente, il rischio non è il prezzo, ma l’invendibilità.
La strada che dobbiamo percorrere non è sicuramente semplice, ma non vedo alternative se non quella di ricominciare un lavoro quotidiano per riconquistare il terreno perduto. In questo percorso ci deve essere la piena collaborazione fra il mondo dell’assistenza tecnica, il mondo della produzione e il mondo commerciale. Se impariamo a fare squadra questa è una sfida che possiamo vincere tutti, compreso il consumatore che potrebbe ricominciare a prediligere le susine perché soddisfano il suo desiderio di qualità, indipendentemente dal prezzo.n

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