Irrigazione degli agrumi strategica per produrre qualità

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Ala gocciolante in un aranceto di Navelina.

Gli agrumi comprendono un gruppo di specie capaci di economizzare acqua, superando periodi prolungati di siccità, grazie alla combinazione di fattori anatomici e fisiologici che limitano il trasporto dell’acqua nella pianta. La tecnica irrigua, da un punto di vista agronomico, tende a ristabilire le perdite provocate da evaporazione e traspirazione. L’obiettivo fondamentale dell’irrigazione è di attenuare al massimo gli effetti negativi del deficit idrico sullo sviluppo dell’albero, sulla produzione e sulla qualità del frutto.
Le precipitazioni piovose, in ambiente caldo-arido, risultano insufficienti sia come quantità (in media circa 400-600 mm l’anno nelle are agrumicole meridionali), sia come distribuzione nel tempo (in genere nel periodo autunno-vernino), per cui il ricorso all’irrigazione è indispensabile.
Negli ambienti colturali meridionali alla fine del periodo delle piogge, compreso tra ottobre e maggio, a causa delle perdite legate alla percolazione profonda dell’acqua, con velocità variabile in funzione della tessitura del terreno, il contenuto idrico accumulato tende gradualmente e ineluttabilmente a diminuire. Anche perché in primavera la pianta inizia la sua ripresa vegeto-produttiva con una richiesta di acqua e sali minerali, per cui presenta maggiori esigenze nutritive. Pertanto, si pone il problema del momento in cui iniziare l’irrigazione: si tratta di un periodo decisivo in quanto la pianta deve definire, in fase di allegagione, quanti frutti portare a compimento.

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Ala gocciolante in un nuovo agrumeto con sistemazione a baule.

Semplificando, nella tecnica irrigua è fondamentale stabilire quanta acqua apportare, quando e come irrigare e che tipo di acqua somministrare. I parametri pedologici, e ancor meglio quelli fisiologici, dovrebbero indicare quando irrigare e in base ai parametri climatici determinare la quantità di acqua da impiegare. Per definire in maniera corretta i quantitativi di acqua, i tempi e i modi di somministrazione è opportuno capire le variabili che entrano in gioco nello specifico terreno e clima.
Per quanto riguarda il terreno risulta importante capire la capacità dello stesso di trattenere l’acqua e renderla disponibile per le piante. Il suolo trattiene l’acqua con una tensione che va da 0,2-0,3 fino a 15 bar, valori medi riscontrati negli agrumi. Alla capacità idrica di campo la pianta riesce ad assorbire la soluzione senza grossi sforzi (potenziale idrico vicino allo 0); via via che diminuisce il contenuto idrico nel terreno la pianta per assorbirla dovrà applicare una forza maggiore, fino al punto di appassimento quando non riesce più ad assorbire acqua. Per cui l’acqua disponibile per le piante varia in base alla granulometria dei terreni: è alta nei terreni argillosi, è bassa in quelli sabbiosi. In tal senso questo inciderà sul regime irriguo intervenendo più spesso con minori volumi nei terreni sabbiosi e meno spesso con maggiori volumi nei terreni argillosi. In definitiva, l’acqua disponibile per le piante è data dalla differenza tra la quantità di acqua alla capacità idrica di campo e al punto di appassimento.
Altra variabile che entra in gioco è il clima; alcuni parametri come la radiazione solare, la temperatura, la ventosità e l’umidità atmosferica, hanno grande importanza nel determinare l’evapotraspirazione. A questo certamente si deve aggiungere la piovosità, da considerare sia per quantità di acqua che per distribuzione annuale, in quanto da questa, oltre che dalle caratteristiche del suolo, dipende quanto e quando irrigare.

Quanta acqua

Un sistema semplice, pratico, risultato valido nella gestione irrigua, è quello di correlare i fabbisogni idrici degli agrumi all’acqua evaporata da una vasca evaporimetrica. Il confronto scientificamente non è esatto in quanto l’evaporazione è un fenomeno esclusivamente fisico, mentre l’evapotraspirazione avviene, oltre che per effetto degli stessi parametri, sotto il controllo della pianta, la quale regola l’apertura e la chiusura degli stomi in funzione del proprio stato idrico e delle condizioni climatiche. Tuttavia, nonostante i limiti fisiologici oggettivi, la vasca evaporimetrica (quella più usata è la “classe A”) ha fornito utili informazioni ed è stata impiegata in tutto il mondo della ricerca come guida, integrandola con l’impiego di adatti coefficienti colturali.
Il problema dei coefficienti colturali
Il grado di copertura del terreno da parte delle piante (indice di area fogliare) ha un’influenza decisiva sull’evapotraspirazione, anche se per ottenere il massimo di copertura vegetale in un nuovo impianto occorre attendere un certo numero di anni. In questo periodo, a causa del cosiddetto “effetto oasi”, i volumi di acqua devono essere calcolati utilizzando coefficienti coltura (kc) molto più alti (partendo da valori pari a 2-3 al primo anno, per poi diminuire gradualmente) in confronto dell’età adulta e devono tenere conto di questa fase fino a quando la dimensione della chioma raggiunge il massimo sviluppo.
Tenendo conto di questi elementi, della superficie coperta dalla chioma e dell’efficienza dell’impianto irriguo, è agevole impostare il calcolo per la determinazione dei volumi irrigui. Infatti:
- V = E x Kc x S/R dove V = volume di adacquamento in m3;
- E = evaporato in mm; kc = coefficiente colturale;
- S = superficie coperta dalla chioma in m2;
- R = rendimento dell’impianto irriguo, variabile dal 60 al 70% per l’aspersione, dal 70 all’80% per gli impianti irrigui a spruzzo e dal 90 al 95% circa per quelli localizzati a goccia.
La ricerca ha consentito, grazie a idonee apparecchiature, di controllare lo stato idrico delle piante e quindi di decidere, di volta in volta, se aumentare o diminuire gli apporti irrigui. Nella suddetta formula l’unico parametro al quale si possono apportare correzioni è il coefficiente colturale.
Secondo alcuni, il valore di questo coefficiente è variabile nel corso della stagione irrigua, tende ad aumentare, non è costante negli anni e può cambiare anche in funzione di specie, cultivar e clone. Secondo altri, tra cui la FAO, vengono consigliati valori costanti. Il totale di acqua necessaria per uno sviluppo completo e per una produzione ottimale di un agrumeto è stato stimato tra 10.000 e 15.000 m3 per ettaro e dipende da diverse variabili come le caratteristiche pedoclimatiche, la specie, il portinnesto e l’età delle piante. Nella pratica, la quantità varia in base a diversi fattori in annate normali; con un carico produttivo adeguato possono essere sufficienti 2.500-3.000 mc/ha.

Quando irrigare

La scelta del regime irriguo da praticare dipende dall’approvvigionamento idrico e dalla qualità dell’acqua. Se l’offerta dell’acqua è gestita da impianti collettivi il singolo agricoltore è legato a schemi dell’organizzazione che la fornisce nel comprensorio dove opera. Pertanto, tutta l’organizzazione è condizionata dalle condizioni ambientali e di suolo comprensoriali e non tiene in conto le esigenze del singolo agricoltore. Laddove l’azienda ha la possibilità di rifornirsi di acqua in maniera costante e indipendentemente dalle forniture consortili, attraverso vasche di accumulo e pozzi aziendali, la gestione della tecnica soddisferà meglio le esigenze aziendali.
La tecnica in passato prevedeva un turno, intervallo di tempo tra due interventi irrigui molto lunghi, dell’ordine di 21 o 31 giorni, senza alcuna differenza se l’approvvigionamento avvenisse da reti collettive o aziendali. In questo caso i sistemi irrigui utilizzati erano la sommersione parziale da conche o l’infiltrazione, sistemi con cui conveniva somministrare elevati volumi di adacquamento con turni più lunghi e con un numero di interventi limitati nel corso della stagione irrigua per evidenti motivi economici. Con i moderni metodi irrigui, i volumi di adacquamento sono inferiori e i turni di irrigazione più brevi, senza elevati costi aggiuntivi (anche nel caso di turni obbligati purché si disponga di adeguate vasche di accumulo). In questo modo manterremmo un potenziale idrico del terreno costantemente tendente allo 0, alla capacità idrica di campo, quando pratichiamo con turno ad alta (giornaliera) o altissima frequenza (più volte al giorno), con un controllo dei valori massimi di temperatura e quelli minimi di umidità atmosferica, come per esempio nell’irrigazione climatizzante.
Per raggiungere entrambi questi obiettivi sarebbe necessario utilizzare un impianto irriguo misto, tecnicamente facile da realizzare: localizzato a goccia, da utilizzare nei periodi di minore evapotraspirazione, ed espanso nelle epoche (luglio e agosto) in cui le foglie soffrono per differenza tra la velocità della traspirazione e quella dell’assorbimento radicale e aumentano la propria temperatura nei confronti di quella atmosferica. La tecnica irrigua ideale dovrebbe prevedere un’altissima frequenza, con turni irrigui molto brevi e con erogazione nelle ore di massimo potere evaporante. Tuttavia, poiché i sistemi irrigui espansi, di giorno, consumano troppa acqua per evaporazione sarebbe opportuno irrigare nelle ore notturne o in quelle di minore luce. Se nella pratica è difficile adottare tale soluzione, tuttavia resta valido il principio secondo il quale bisognerebbe tendere verso l’alta frequenza per migliorare i risultati agronomici. n

Irrigazione degli agrumi strategica per produrre qualità - Ultima modifica: 2019-11-11T13:55:49+00:00 da Lucia Berti

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