Peschicoltura italiana, il mercato si riprende ma i problemi restano

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Dopo l’ennesima annata negativa sul piano commerciale registrata nel 2019, si analizza lo stato dell’arte della peschicoltura italiana e si traggono alcune considerazioni per il futuro

Ormai da molti anni si discute della crisi della peschicoltura italiana e i vari esperti del settore sono chiamati ad analizzare la situazione e a individuare le soluzioni per superare le crescenti difficoltà di una coltura che è tra le più importanti dell’economia agricola del Paese. Dopo l’ennesima annata negativa sul piano commerciale registrata nel 2019, si analizza lo stato dell’arte del comparto e si traggono alcune considerazioni per il futuro.

Leggi l'articolo completo surivista di Frutticoltura e di ortofloricoltura n. 6/2020

Innovazione globale, costi locali

Nel 2014, Sansavini, riprendendo concetti espressi da molti altri esperti, scriveva che “la salvezza della peschicoltura risiede nell’innovazione tecnica, di prodotto e di processo”. Il problema è che, come ricordava il politologo Giovanni Sartori in una lucida conferenza tenuta nel 1993 presso l’Accademia dei Georgofili a Firenze, “le innovazioni sono globali e i costi sono locali”. La globalizzazione in atto da alcuni decenni rende disponibili le innovazioni, sia di prodotto (cultivar, portinnesti, fitofarmaci, macchine) , sia di processo (forme di allevamento, irrigazione, difesa, post-raccolta) in tutti i Paesi del mondo, rendendo possibile produrre la stessa pesca (o albicocca, ciliegia, susina) a costi nettamente diversi in funzione principalmente del diverso costo del lavoro, ma anche dell’energia, dei servizi, della burocrazia; l’Italia, purtroppo, da questo punto di vista non è seconda a nessuno.

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Produrre qualità e non quantità

I Paesi ad alto costo di produzione hanno alcune armi per poter far fronte alla concorrenza: standard qualitativi elevati, aggregazione dell’offerta, programmazione degli impianti, esportazione, una politica dell’agricoltura “amica”. Produrre qualità, come da tempo fa la Francia, ha come costo il ridimensionamento della produzione che viene venduta ai consumatori di fascia alta che possono permettersi il maggiore prezzo che la qualità elevata comporta. È la strada che anche parte dei produttori italiani ha intrapreso, seppure ancora in misura insufficiente.

Produrre qualità significa curare di più le operazioni colturali (potatura, sia secca che verde, diradamento precoce tenendo conto del tipo di ramo e del rapporto foglie/frutto, ma anche delle caratteristiche pomologiche della cultivar, concimazione e irrigazione equilibrate, raccolta al giusto grado di maturazione, tecniche post-raccolta idonee a conservare la qualità dei frutti). Sembrano cose ovvie, ma troppi frutticoltori le hanno dimenticate avendo puntato prioritariamente a produrre il più possibile riducendo al minimo il lavoro manuale, a scapito della qualità. A questo proposito è abbastanza singolare che sia la potatura meccanica, sia il diradamento meccanico dei frutti siano poco praticati in Italia, pur avendo dimostrato la loro validità come operazioni complementari a quella manuale al fine di ridurre i costi di coltivazione. La produzione di frutti di qualità comporta anche una diminuzione delle rese per ettaro, con ricadute positive sull’equilibrio di mercato.

Organizzazione, punto debole della peschicoltura italiana

L’aggregazione dell’offerta è un altro dei punti deboli della peschicoltura italiana che, nonostante indubbi progressi, resta ancora molto frammentata e non si intravedono cambiamenti importanti a breve termine. Una forte aggregazione della produzione, oltre che un’arma importante per trattare sui prezzi di vendita alla grande distribuzione, sarebbe importante per una programmazione meno estemporanea di quanto avviene oggi.

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L’ottimismo suscitato nel 2018 dalla proposta di istituire presso il Ministero dell’Agricoltura un catasto frutticolo che potesse aiutare i frutticoltori a meglio programmare i nuovi impianti è, purtroppo, svanito con l’abbandono (rinvio?) dell’iniziativa. Presso il gruppo di lavoro Europech, che comunque svolge un lavoro molto utile pubblicando annualmente le previsioni di produzione europea, si è anche discusso della possibilità di concordare un contingentamento delle superfici coltivate nei 4 Paesi aderenti (Francia, Grecia, Italia, Spagna): credo che le possibilità di concreta applicazione siano poche.

Pochi finanziamenti destinati alla ricerca

L’ultimo punto debole sul quale voglio attirare l’attenzione è il modesto impegno della ricerca, sia pubblica che privata, e i pochi finanziamenti destinati a ricerca e sviluppo rispetto ai nostri principali Paesi concorrenti. Un recente studio del Centro Studi di Confagricoltura basato su dati Eurostat (www.confagricoltura.it), mette in evidenza che l’Italia, nel 2016, investiva l’1,35% del Pil per R&S (finanziamenti pubblici e privati), contro una media Ue del 3%. Dal 2008 al 2016, il totale dei finanziamenti è aumentato dell’11,2%, ma la quota pubblica, nello stesso periodo, è diminuita del 12,2%. Nello stesso lasso di tempo, gli stanziamenti pubblici per R&S destinati al settore agricolo sono diminuiti del 40%, contro una media europea di - 6,1%. Sempre per il settore agricolo, molto significativi, in senso negativo, sono i dati relativi al rapporto finanziamenti privati/finanziamenti pubblici che in Italia (dati riferiti al 2015) è pari al 3,8%, rispetto al 115,7 dell’Olanda e al 14,9 della Spagna e ancora più significativi sono i valori della quota relativa alla ricerca agricola vera e propria rispetto alla ricerca agroalimentare che in Italia è pari al 4%, in Spagna al 25, in Olanda al 40.
Se la frutticoltura italiana ha maggiori difficoltà rispetto ad altri Paesi molto dipende da fattori nazionali e internazionali, ma qualche responsabilità ricade anche sugli imprenditori.


L’andamento della produzione mondiale

La tabella 1 conferma l’andamento della produzione mondiale già messo in evidenza: la produzione complessiva continua il trend positivo per merito soprattutto dell’Asia (+ 50,7% negli ultimi dieci anni) e, in minor misura, dell’Africa (+ 13,4%). In netto calo il Nord America (- 37,7%), l’Oceania (- 20,5%) e l’Europa (- 14,1%); più contenuto il calo dell’America del Sud (- 5,2%). In Europa, la produzione, come è noto, è concentrata nei quattro Paesi mediterranei e la tendenza negativa riguarda, in particolare, Francia (- 38,2%) e Italia (- 27,3%), mentre la produzione spagnola mantiene un andamento positivo, seppure meno importante che nel recente passato (+ 9,7%).
La crisi produttiva di diversi Paesi a elevata industrializzazione e alto reddito pro-capite (Giappone, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Francia, Italia e, da un paio di anni, la stessa Spagna), oltre che a un cambiamento dei consumi, è dovuta alla difficoltà di reperimento e ai costi crescenti della manodopera stagionale (spesso di immigrazione) impiegata per le operazioni manuali di potatura, diradamento dei frutti e raccolta che, nel caso del pesco, sono particolarmente importanti e il cui costo è pari o supera il 50% dei costi totali.

 

Peschicoltura italiana, il mercato si riprende ma i problemi restano - Ultima modifica: 2020-07-17T15:23:15+02:00 da Lucia Berti

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