Crollo delle rese e avversità fitosanitarie. La crisi dell’albicocco, in Piemonte, ha determinato una brusca contrazione delle superfici coltivate - più che dimezzate nell’ultimo decennio - e la perdita di attrattività della coltura fra le aziende del settore frutticolo.
Davide Nari, agronomo di Fondazione Agrion, parte dai numeri per mettere a fuoco le difficoltà del comparto. «Dei mille ettari di frutteti censiti nel 2011 ne rimangono, secondo i rilevamenti del 2025, poco più di 450. L’albicocco alimenta, oggi, il mercato locale e nicchie commerciali legate a varietà autoctone come la Tonda di Costigliole, una cultivar di piccola pezzatura dolce e aromatica prodotta nel Saluzzese. In termini produttivi il Piemonte ha perso importanza sia nel contesto nazionale che nel mercato destinato all’esportazione».
I prezzi troppo bassi liquidati agli agricoltori hanno innescato un circolo vizioso dal quale la coltura fatica a risollevarsi, anche per le difficoltà nella gestione delle fitopatie: batteriosi da Pseudomonas syringae e fitoplasmi. «Nelle annate difficili il tasso di mortalità delle piante oscilla, negli appezzamenti, fra il 20 e il 30 per cento». La virosi da Sharka è un’altra criticità per i produttori: «Si manifesta, negli stadi iniziali, con deperimenti delle piante unite a clorosi delle foglie e anellature sulla buccia dei frutti. In 2 o 3 anni può portare alla morte dell’albicocco colpito, se si diffonde in 3 o 4 anni causa l’estirpazione del frutteto».

Valutazione di nuove varietà nei campi prova ad Agrion
Per scongiurare il collasso del comparto, Agrion punta sull’introduzione nell’areale piemontese di nuove cultivar, ottenute da tecniche di miglioramento varietale. Nel 2005, nei campi di sperimentali di Manta, nel Saluzzese, l’ente di ricerca ha allestito un frutteto che accoglie materiale proveniente da vivai e costitutori italiani ed europei. Il campo oggi ospita una settantina di varietà e selezioni avanzate, costituite da parcelle sperimentali di 3-5 piante. «Negli ultimi anni ci si è orientati verso il miglioramento dell’aspetto estetico dei frutti a discapito degli elementi gustativi, decisivi, invece, per chi porta avanti la coltura in Piemonte», precisa Nari.
Per questa ragione le linee guida che disciplinano la selezione delle nuove varietà testate a Manta, prima dell’introduzione in pieno campo, coniugano l’attenzione per le qualità organolettiche dei frutti con la resistenza alle fisiopatie e l’attenzione agli aspetti produttivi.
Buon sapore, aromaticità e bassa acidità sono uno dei punti di partenza per la valutazione delle albicocche. «Le titolazioni di frutti poco acidi oscillano fra i 10 e i 15 meq/100ml; con valori oltre i 25 sono ritenuti molto acidi». Il dato, da solo, è poco significativo, se non si considerano gli indicatori zuccherini di °Brix, «che possono contrastarne la percezione». Completano la rosa di caratteristiche del frutto ideale il colore aranciato, abbinato a un sovra colore diffuso, la forma rotonda con un calibro superiore ai 45 millimetri, una buona tenuta in pianta e la shelf-life del prodotto.
Resistenza o tolleranza a Sharka, cancri batterici, fitoplasmi sono centrali, nel protocollo di Agrion, per valutare le capacità adattive delle nuove cultivar agli areali regionali, assieme alla sensibilità alla batteriosi. «Un problema diffuso in Piemonte, dove le temperature sono più basse e l’umidità più accentuata rispetto ad areali come l’Emilia-Romagna e il Mezzogiorno dove la coltura è molto diffusa». Se si guarda alla produzione le varietà autofertili sono ritenute più interessanti rispetto a quelle autosterili in ragione delle rese: «Nel caso delle prime variano dai 230 ai 260 quintali per ettaro, contro i 200-230 delle seconde», precisa il tecnico di Agrion.

Altrettanto importanti sono le tempistiche di maturazione: in Piemonte la stagione viene suddivisa in cinque periodi. «L’epoca extra-precoce, che va dall’inizio alla metà di giugno ha come varietà di riferimento la Tsunami; quella precoce copre il periodo fino al 25 giugno ed è legata alla cultivar Pinkcot», cui si unisce la Kioto. Nella fase intermedia, fino al 5 luglio, «Laycot è la varietà storica. L’autoctona Tonda di Costigliole lo è per la fase tardiva, che arriva fino al 15 luglio». Nell’ultimo periodo, l'extra-tardivo, che si conclude a metà agosto, si raccolgono Faralia e Farbaly.
Le varietà più promettenti fra quelle piantumate a Manta si distribuiscono lungo l’intero ciclo produttivo. Nel periodo extra-precoce, le cultivar più performanti sono le autofertili «Smart Cot e Fiesta Cot, che uniscono all’aspetto estetico l’elevata aromaticità dei frutti». La pezzatura garantita da Fiesta Cot, inoltre, è leggermente superiore: 45 grammi contro i 30 di Smart Cot. Promettente, nell’epoca precoce è «Luxico, varietà a buccia interamente rossa, resistente a Sharka, dall’aspetto attraente e un buon sapore», grazie all’acidità contenuta, pari a 18,5 meq/100 ml; i frutti, inoltre, raggiungono pezzature superiori ai 47 grammi. Decisamente inferiori sono, invece, le dimensioni delle albicocche prodotte da Co Cot, «varietà francese autofertile molto buona al gusto», prosegue Nari.
Giunge a maturazione nello stesso periodo di Laycot, «Apribang, cultivar autofertile meno sensibile alla batteriosi, caratterizzata da elevata produttività e una buona pezzatura dei frutti», che raggiungono valori medi poco inferiori ai 60 grammi. Dimensioni in linea con la varietà Rubely, «bella da vedere ma contraddistinta da una concentrazione di acidità nella buccia, un elemento negativo».

L’acidità contenuta, 14,7 meq/100 ml, invece, è uno dei punti di forza di Noogat, cultivar tardiva «autofertile di grande pezzatura, oltre i 70 grammi, ed elevata aromaticità dei frutti». Nel periodo extra tardivo, infine, la cultivar più promettente è «Origat, varietà autofertile a marchio Aramis, resistente a Sharka e molto produttiva conclude Nari. La dimensione dei frutti, con peso medio attorno ai 68 grammi, è uno degli aspetti di maggiore interesse, che si accompagna a un’acidità attorno ai 26 meq/ 100 ml.

Il progetto di rilancio della Op Albifrutta
A Costigliole Saluzzo (Cuneo), la cooperativa Albifrutta ha legato la propria storia, iniziata nel 1977, alla Tonda, varietà autoctona di albicocca che matura nel periodo intermedio. Il prodotto, annoverato fra i Pat, viene venduto dalla cooperativa con il marchio “La Tonda” ed è al centro di una strategia di valorizzazione che coinvolge, con una fiera, anche gli enti locali.
«Negli anni Ottanta ne commercializzavamo 20 mila quintali: era l’unica varietà coltivata sulle colline fra Costigliole, Piasco, Verzuolo e Busca. Alla fine del decennio la virosi da Sharka ha portato all’espianto del 70 per cento delle superfici e la produzione è crollata a 6 mila quintali». Flavio Lovera dirige la Op che oggi raggruppa più di 100 soci con 200 ettari di frutteti e lavora il 90 per cento del raccolto della Tonda di Costigliole. «La produzione è scesa a 3-4 mila quintali: in molte aziende, all’inizio degli anni Duemila, è mancato il ricambio generazionale».
I soci di Albifrutta, infatti, sono per lo più piccoli e medi produttori e agricoltori part-time, elemento che ha contribuito a determinare la strategia commerciale della cooperativa: «I nostri clienti sono, per la maggior parte, negozi specializzati e ambulanti». La valorizzazione della varietà autoctona, coltivata su 20 ettari di frutteti, è uno dei pilastri del piano di sviluppo aziendale: «Puntiamo a piantumarne altri 5 nei prossimi anni, così da raggiungere i 6 mila quintali di prodotto. La Plv, attorno ai 10 mila euro per giornata piemontese (circa mezzo ettaro), suscita interessi crescenti, specie fra le piccole aziende», prosegue Lovera.
Il rinnovato interesse per la coltura è legato, oltre alle remunerazioni soddisfacenti, anche alla moria del kiwi. «L’areale di Costigliole è stato uno degli epicentri, i nostri soci che non si sono orientati verso il melo sono stati indirizzati verso la Tonda». La crescita delle superfici, localizzate quasi esclusivamente in collina – dove prevale la forma di allevamento a vaso per consentire le operazioni di raccolta da terra evitando l’uso di macchinari su terreni con forti pendenze- è alimentata dal successo commerciale di un prodotto capace di ritagliarsi una nicchia di mercato, anche fuori dal Piemonte. «Il 50 per cento della produzione viene venduta in Liguria, dove le albicocche sono apprezzate per l’affinità con la varietà Valleggia».
I tempi di maturazione, fra fine giugno e fine luglio, e le qualità organolettiche dei frutti - piccola pezzatura, un sapore intenso e valori zuccherini attorno ai 18 °Brix contro i 10-12 delle altre cultivar – alimentano l’apprezzamento crescente dell’industria di trasformazione, che ricerca il prodotto per i semilavorati da pasticceria, visto il bassissimo scarto di lavorazione. «I prezzi liquidati si avvicinano, talvolta, a quelli praticati per il fresco». Le quotazioni, per la parte agricola, «superano l’euro al chilo, nelle annate migliori e con il mercato favorevole. Valori che le altre varietà non raggiungono».
Il rovescio della medaglia è rappresentato dalla brevissima shelf life del prodotto, poco resistente alla manipolazione, e dalle difficoltà nel reperimento di materiale vivaistico. «Un accordo per la fornitura di 3-4 mila piante l’anno non risolve le criticità di approvvigionamento». Oltre ai nuovi impianti, infatti, le partite servono per rimpiazzare le fallanze in quelli esistenti. Le rese sono un altro neo: «Possono arrivare, nel caso di piante giovani e in pieno vigore vegetativo a 200 quintali per ettaro, che scendono a 120 negli impianti datati. Varietà a maturazione medio-tardiva, come Faralia e Farbaly, introdotte negli ultimi 15 anni nel nostro areale, possono produrre fino a 450 quintali per ettaro», precisa Lovera.
Diversificazione obbligatoria per stare sul mercato
Valutazioni che hanno indotto Albifrutta ad affiancare a quella tradizionale, nuove cultivar ottenute dal miglioramento varietale, diversificando l’offerta. Gli impianti si sono concentrati nell’areale pianeggiante dei comuni allo sbocco delle valli Maira e Varaita e puntano su sesti più fitti e forme di allevamento delle piante a fusetto. Le nuove varietà oggi hanno raggiunto gli stessi volumi della Tonda nella bilancia commerciale della cooperativa: «Fra i 3 e i 4 mila quintali», precisa Lovera. La stagione di raccolta incomincia con le precoci Pinckott e Tsunami, «500 quintali in tutto, fra il principio e la fine di giugno», e prosegue nell’epoca tardiva – dal 25 giugno al 25 luglio – con Kioto e Ladycot, «cultivar, quest’ultima, di grossa pezzatura». Nel complesso 1500 quintali conferiti, volumi analoghi a quelli delle albicocche tardive Faralia e Farbaly «raccolte entro la fine di agosto».
Rese maggiori garantiscono la sostenibilità delle nuove varietà per le aziende, in uno scenario di mercato segnato da una forte concorrenza. «Nel caso delle albicocche precoci soffriamo il confronto con areali come Emilia Romagna e le regioni del Sud Italia, Campania su tutte. In queste realtà le operazioni di raccolta raggiungono il picco mentre in Piemonte siamo appena agli esordi e la merce immessa sul mercato ha prezzi molto concorrenziali».
Il mercato delle varietà tardive è anche più pericoloso: «Le albicocche arrivano dalla regione di Murcia, in Spagna, un’area molto ventilata - aspetto che agevola il contenimento delle patologie - dove i costi di produzione sono inferiori e si utilizzano prodotti vietati dai disciplinari in Italia da decenni». L’annata 2025, tuttavia, è stata positiva: «I prezzi sono stati al di sopra della media».
Albifrutta guarda con interesse anche alle ultime innovazioni in fatto di miglioramento varietale. Il tecnico Alessandro Gabutto si occupa dell’assistenza ai soci della cooperativa: «Stiamo vagliando, in collaborazione con Agrion, alcune cultivar a maturazione precoce. Buona tenuta in pianta, ridotta alternanza produttiva, autofertilità e buon sapore sono parametri centrali nelle nostre valutazioni», spiega.
Il clima è parte integrante del quadro delle avversità per le aziende del Saluzzese: «Le gelate primaverili sono un problema per le cultivar che fioriscono nei primi giorni di marzo. L’albicocco è molto sensibile durante questa fase: piogge persistenti, oltre alle brinate, possono far cascolare i fiori». L’elevata mortalità delle piante nei frutteti, fino al 30 per cento, è il principale limite della coltura: «La disomogeneità degli impianti impedisce di produrre a pieno regime con riflessi sulla redditività. Nei nuovi appezzamenti, in pianura, si stanno testando sesti d’impianto superfitti per compensare le fallanze», prosegue Gabutto. La durata dei frutteti, che oscilla fra i 15 e i 20 anni, è un ulteriore aspetto da valutare, assieme ai costi di piantumazione, «che sono molto elevati».
La fioritura è il momento critico per le avversità. «La prevenzione della monilia richiede fra i 3 e i 4 interventi. È sufficiente poca umidità per causare disseccamenti», precisa il tecnico. L’attenzione all’infezione fungina prosegue fino a ridosso della raccolta, per evitare insorgenze di Monilia fructigena; il contrasto alla batteriosi inizia, invece, in pre-fioritura con un paio di trattamenti rameici, e prosegue fino all’indurimento del nocciolo alternando diversi formulati. Al quadro generale degli interventi fitosanitari, una decina da aprile a giugno, si aggiungono anche «due interventi contro afidi e oidio, dopo la scamiciatura dei frutti». Le forficole sono una nuova incognita per i produttori: «Le neanidi perforano i frutti nel periodo a ridosso della raccolta. Gli insetti svernano in profondità nel terreno e si muovono solo di notte: il problema ha assunto ampie proporzioni su drupacee negli ultimi 3-4 anni». I prodotti chimici sono, a oggi, l’unico sistema di contenimento, «trappole collose sui tronchi delle piante non hanno dato esiti soddisfacenti». Diverso è il caso delle lavorazioni di interfila e sottofila, «sperimentate da Agrion nell’ultimo triennio con risultati incoraggianti». Accanto agli insetti e alle virosi – «Sharka è ancora presente nonostante i controlli» - sono i fitoplasmi la vera emergenza: «Una patologia vascolare che determina una rapida perdita di capacità produttiva delle piante. Gli esemplari colpiti devono essere estirpati immediatamente per evitare rischi di contagio», conclude Gabutto.

Alcune esperienze produttive
Albicocche Tonda e Tsunami. Aurelio Giordanino, presidente di Albifrutta, gestisce una piccola azienda agricola sulle colline di Costigliole Saluzzo: 4 ettari in tutto, due coltivati ad albicocche. «Un ettaro piantumato con la cultivar extra precoce Tsunami, che matura verso il 20 di maggio, l’altro a Tonda con piante messe a dimora di recente». Il 2025 è stato un anno da dimenticare per le avversità meteorologiche: «Una grandinata a fine maggio ha distrutto l’80 per cento del raccolto», spiega. I temporali sono l’ultima di una lunga lista di avversità che chi coltiva albicocco nel Saluzzese deve mettere in conto: «La batteriosi ormai è fuori controllo a causa dell’anomala distribuzione delle piogge, un tempo concentrate fra novembre e maggio. Virosi da Sharka e fitoplasmi costringono spesso a espianti».
Una situazione paradossale perché, sui mercati, la merce -sia le albicocche precoci che la Tonda di Costigliole – è ricercata: «Il prodotto disponibile non copre la domanda e le quotazioni salgono, a differenza del melo che sta perdendo appetibilità. I prezzi della Tonda, nel 2025, oscillavano fra 1,20 e 1,40 euro il chilo», spiega Giordanino, che ha deciso di puntare sulla varietà autoctona, nei nuovi impianti. «Mezzo ettaro è già in produzione: le piante richiedono 4 anni per raggiungere rese ottimali, 150 quintali in collina. Stiamo valutando di estirpare i frutteti a Tsunami: da tre anni non riusciamo a raccoglierli, nonostante il nostro areale sia vocato per quasta varietà».
La gestione della coltura, in collina, richiede 7-8 trattamenti, «rame a caduta foglie e in pre-fioritura, interventi contro monilia e oidio durante la stagione produttiva. La potatura, un tempo eseguita d’inverno, è stata anticipata a fine settembre per favorire la cicatrizzazione dei tagli», conclude Giordanino.
Albicocca Ladycot. Enzo Garnero ha puntato sull’albicocco nel 2017, quando la batteriosi del kiwi ha imposto un cambio di coltura, con la conversione al melo della sua azienda agricola, situata nella pianura di Verzuolo, comune all’imbocco della valle Varaita. «Per diversificare la produzione ho messo a dimora piante della varietà precoce Ladycot e, in misura minore, della cultivar Bergeval, che non ha dato i risultati sperati», spiega.
La coltura occupa poco più di un ettaro dei 20 complessivi coltivati a frutteti, nei quali si raccolgono mele Gala, Golden, Red Delicious e Fuji. «Ladycot è la varietà più valida per l’elevata produttività, con rese che raggiungono i 250 quintali per ettaro. Altri aspetti positivi sono la buona resistenza a fitoplasmi e batteriosi, unita all’assenza di fenomeni di alternanza». La gestione dello sviluppo vegetale delle piante prevede due interventi di potatura. «Una invernale, per evitare carichi eccessivi sulle piante, e una estiva veloce: questa varietà non ha bisogno di contenimenti».
La tenuta in pianta dei frutti agevola le operazioni di raccolta, al via dal 30 giugno: «Effettuiamo tre stacchi, le albicocche resistono bene alla manipolazione e il colorito rosso intenso della buccia, accentuato dall’escursione termica del nostro areale, le rende molto appetibili sul mercato». Il calibro dei frutti è, per Garnero, un ulteriore punto di forza, a patto che si eseguano i diradamenti, «quando il frutticino ha le dimensioni di una noce. Nel 2025 l’80 per cento ha superato i 45 millimetri di calibro, con picchi fino oltre i 50».
Le partite, vendute a grossisti del Cuneese e sui mercati di Torinese e Milanese, hanno garantito, nella scorsa campagna, ricavi soddisfacenti: «I prezzi non hanno raggiunto i valori elevati che si prospettavano a inizio stagione, ma le varietà precoci come Ladycot sono richieste e conservano spazi di mercato», conclude Garnero.





