Vivaismo e innovazione varietale, punti di forza della frutticoltura italiana

Realtà, evoluzione e fabbisogni del vivaismo frutticolo in Italia e innovazione varietale sono stati i temi al centro della giornata di studio “Il vivaismo frutticolo italiano: i programmi di certificazione volontaria per affrontare le sfide del terzo millennio” organizzata dall’Accademia dei Georgofili

«Il vivaismo italiano frutticolo, ricco di storia, tradizione e innovazione e capace di affermarsi in ambito internazionale, può essere preso a misura dello sviluppo e della competitività della frutticoltura nazionale» ha affermato Luigi Catalano, direttore di Civi-Italia, in un recente convegno sul vivaismo frutticolo italiano organizzato dall’Accademia dei Georgofili.

Vivaismo italiano: patrimonio di capacità tecniche

«Il nostro vivaismo - continua Catalano - poggia le basi della sua eccellenza su fattori che lo pongono ai vertici internazionali fra le industrie di propagazione vegetale: un grande numero di materiali iniziali clonali, strutture al servizio della certificazione con le piante conservate in condizioni di isolamento (centri di conservazione e di premoltiplicazione), campi di piante madri e strutture vivaistiche, elevata professionalità degli operatori, innovazione varietale, vasto assortimento di materiali di propagazione offerti. Lo sviluppo dei programmi di certificazione delle produzioni vivaistiche è stato avviato negli anni ’80 a livello di singole regioni, quale strumento per affrontare e arginare problematiche fitosanitarie e di carattere genetico che si diffondevano con i materiali di propagazione. Ciò ha favorito l’aggregazione dei vivai in associazioni e cooperative che hanno coordinato la produzione di portinnesti e marze nei campi di piante madri, le attività di ammodernamento delle strutture e la qualificazione dei materiali di propagazione vegetale. In un secondo momento queste attività sono state svolte con un unico coordinamento nazionale, che vede la partecipazione anche delle organizzazioni dei produttori, cioè i clienti del settore vivaistico».

Oggi il settore vivaistico deve saper offrire, più che un prodotto, un pacchetto di servizi che comprenda anche le piante.

«Alcuni dei servizi offerti che offre sono la consulenza e il suggerimento delle pratiche agricole da effettuare pre/post impianto, la scelta del materiale di propagazione (portainnesto + varietà), la tecnica colturale specifica per il materiale di propagazione venduto. Non mancano punti critici, come la carente o assente programmazione da parte del frutticoltore circa il materiale da richiedere, la scarsa elasticità del sistema produttivo per rispondere alle esigenze di mercato, in molti casi, per le novità varietali, la mancanza di materiale di propagazione idoneo ad avviare lo schema di certificazione. Alcune soluzioni adottate sono la proposizione del migliore materiale di propagazione, in relazione all’ambiente pedoclimatico di coltivazione, nuove tipologie di materiale di propagazione per ridurre il ciclo produttivo al fine di rendere l’offerta più elastica alla domanda, nuovi prodotti per una più rapida entrata in produzione».

Piante madri di fragola

Le fragilità del sistema vivaistico

Il sistema di certificazione messo a punto dal vivaismo frutticolo sembra un sistema perfetto. Mostra, però, anche tutte le sue fragilità, ha sottolineato Catalano, per una serie di fattori: problemi fitosanitari che mettono in continua fibrillazione i vivaisti per il repentino cambio delle norme da rispettare, costringendoli a continui adeguamenti di strutture e organizzazioni aziendali; conseguenti difficoltà di esportazione (ad esempio i bandi all’export di cui soffrono fragola e melo a causa della presenza in alcune aree italiane di Xylella fastidiosa, sebbene il batterio non infetti le due colture); problemi derivanti dal cambiamento climatico in corso.

«Anche oggi, come in passato, occorre affrontare questioni di fondo che riguardano nuove emergenze fitosanitarie, ancora più pericolose di quelle affrontate in precedenza, ruoli ricoperti e servizi assegnati all’Ente pubblico nel rapporto tra Regioni/Stato/Unione europea, l’urgenza di recepire con celerità le norme comunitarie per permettere alle imprese vivaistiche italiane di competere sui mercati internazionali, la necessità di attuare in maniera efficiente e omogenea su tutto il territorio nazionale le norme che regolamentano il settore. E poi non bisogna dimenticare alcune criticità di sistema: la scarsità di uomini, mezzi e strutture dei Servizi fitosanitari regionali (Sfr), l’insufficiente professionalità dei Sfr a ricoprire ruoli come quelli relativi all’accertamento della corrispondenza varietale, la permanenza da parte dei Sfr di una diversa interpretazione delle norme nazionali, che finisce per creare fenomeni sperequativi, l’insufficiente azione dell’amministrazione pubblica per l’abbattimento delle barriere fitosanitarie per l’export verso paesi terzi».

Malgrado difficoltà comunque superabili oggi, ha assicurato Catalano, il vivaismo italiano è un grande patrimonio di capacità tecniche e imprenditoriali e propone continua innovazione alla luce delle attuali sfide produttive e commerciali che necessitano di: elasticità dei cicli produttivi per meglio rispondere alle esigenze del mercato, garanzie fitosanitarie dei materiali di propagazione, nuove tipologie di piante, capacità di esportare grandi quantità in piccoli volumi verso paesi terzi, sempre nel rispetto delle norme che disciplinano il settore. «Il vivaismo frutticolo continua a rappresentare una delle eccellenze delle filiere produttive nazionali e costituisce uno dei fattori che caratterizzano il grado di evoluzione e innovazione dell’intero sistema agricolo italiano. L’auspicio è che, facendo tesoro delle criticità emerse, si raggiunga un nuovo equilibrio che permetta di collaborare tutti insieme per permettere al vivaismo nazionale di operare in condizioni ormai realizzate in altri paesi, come l’Olanda».

Piantoni di agrumi certificati pronti per la consegna all’agrumicoltore

Miglioramento genetico contro i cambiamenti climatici

Perno della frutticoltura italiana è sicuramente il miglioramento genetico in termini di innovazione varietale, una importante chiave di adattamento ai cambiamenti climatici in atto, ha sostenuto Carlo Fideghelli, già direttore dell’Istituto sperimentale per la frutticoltura di Roma e Georgofilo.

«Le espressioni più evidenti e significative dei cambiamenti climatici sono l’aumento della temperatura, la maggiore frequenza di eventi estremi, la diminuzione complessiva della piovosità. L’aumento della temperatura interferisce con il fabbisogno in freddo delle piante per il riposo invernale, anticipa la fioritura e il germogliamento, accelera la maturazione dei frutti, ritarda la caduta delle foglie, favorisce la migrazione verso Nord di parassiti tipici del Sud come la mosca mediterranea della frutta (Ceratitis capitata), anticipa e intensifica gli attacchi di parassiti storici, agevola l’insediamento e la diffusione di nuovi parassiti. La maggiore frequenza di eventi estremi si manifesta in forma di gelate precoci in autunno, gelate tardive in primavera ed eccessi di calore estivo. La diminuzione complessiva della piovosità comporta il rischio di siccità, una maggiore variabilità fra le stagioni (meno precipitazioni invernali, più precipitazioni estive) e una maggiore intensità delle precipitazioni».

Tutte queste variazioni del clima hanno una forte influenza sulle avversità biotiche, causate da virus, batteri, funghi, insetti e nematodi, e su quelle abiotiche, che si esprimono sotto forma di siccità per assenza di piogge, asfissia radicale per eccesso di presenza di acqua nel terreno, elevate temperature estive e colpi di calore con aumento dei frutti doppi nelle drupacee e, quindi, deprezzamento della loro qualità.

Il miglioramento genetico è tuttavia orientato da tempo, anche in Italia, a ottenere varietà con un minore fabbisogno in freddo per favorire lo sviluppo della frutticoltura negli areali meridionali, ha puntualizzato Fideghelli.

«Per l’albicocco l’origine delle varietà adatte a superare positivamente gli inverni miti è l’areale nordafricano che comprende Algeria e Tunisia: ad esempio la varietà Ninfa, che ha avuto molto successo in Puglia e Basilicata, deriva da un incrocio della varietà tunisina Ouardi. Per il pesco il merito maggiore di aver valorizzato la peschicoltura nei climi caldi spetta all’Università della Florida: varietà di quel territorio vengono utilizzate a livello internazionale per portare il carattere di basso fabbisogno in freddo in varietà adatte ai nostri ambienti, cito ad esempio la varietà Sagittaria che proviene da un incrocio della varietà Flordastar. Per il ciliegio il carattere del basso contenuto in freddo è presente in varietà mediterranee, come la spagnola Cristobalina, la tunisina Bou Argoub e l’italiana Kronio, tutte e tre caratterizzate da un bassissimo fabbisogno in freddo, autofertili e in grado di maturare molto precocemente; di recente in Spagna è stato selezionato un ciliegio sempreverde, che non va mai in riposo pieno. Per il melo la varietà Stellar ottenuta in Spagna è un esempio recente di basso fabbisogno in freddo, altri esempi sono varietà storiche come Granny Smith, Anna, Fuji, Cripps Red, Cripps Pink e altre, perfettamente adattate alle aree più calde dell’Italia e del Nordafrica».

Astoni di pesco certificati, pronti per l’estirpazione e la vendita

Nuovi patogeni e parassiti

«In aggiunta ai cambiamenti climatici il forte incremento degli scambi fra paesi aumenta il rischio di arrivo di nuovi patogeni e parassiti. È infatti evidente l’aumento delle importazioni di frutta e altri prodotti agricoli da un numero crescente di paesi dei cinque continenti, degli scambi commerciali non agricoli a livello mondiale, del turismo di italiani all’estero e di stranieri in Italia. L’incremento degli scambi ha provocato l’arrivo in Italia negli ultimi 20 anni di parassiti come il cinipide galligeno del castagno (Dryocosmus kuriphilus), il batterio Xylella fastidiosa agente con la sottospecie pauca della sindrome del disseccamento rapido dell’olivo (OQDS = Olive Quick Decline Syndrome) e con la sottospecie fastidiosa della malattia di Pierce della vite, la cimice asiatica (Halyomorpha halys), il moscerino dei piccoli frutti (Drosophila suzukii) e il coleottero giapponese (Popillia japonica). È quindi chiaro che il miglioramento genetico varietale deve tenere conto dei mutamenti in atto e delle nuove esigenze dei frutticoltori».

Fideghelli ha evidenziato infine che il germoplasma autoctono italiano è una fonte preziosissima e, purtroppo, spesso ignorata e trascurata di caratteri di resistenza/tolleranza a numerosi stress biotici e abiotici. «Il Centro nazionale di conservazione del germoplasma frutticolo presso l’ex Istituto sperimentale per la frutticoltura di Roma, adesso sede del Crea-Olivicoltura, frutticoltura e agrumicoltura, ospita migliaia di varietà italiane ed estere».

Vivaismo e innovazione varietale, punti di forza della frutticoltura italiana - Ultima modifica: 2026-04-20T09:48:56+02:00 da Sara Vitali

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