La scommessa dell’albicocco

albicocca
albicocche su ramo

L’albicocca, da sempre, caratterizza per tipicità e identità frutticola, la produzione di alcune aree tradizionali, generando reddito e qualità di prodotto, sia fresco che industriale (concentrati e succhi, mezzene sciroppate e altre trasformazioni). La specie ha un ricchissimo germoplasma proveniente da diverse aree geografiche del globo, dell’Est e dell’Ovest, tanto che la specie si adatta alla coltivazione sia in aree del nostro Sud che del Nord, come dimostrato dalle varietà autoctone della Campania, da quelle della Romagna, fino all’albicocca della Val Venosta, ad oltre 800 metri di altitudine.
Non sono mancati un po’ ovunque grossi problemi di coltivazione, soprattutto agronomico-sanitari, che ne hanno frenato la diffusione, dalla monilia ai danni da gelo in fioritura (per la precocità), alla Sharka (il virus PPV venuto dall’Est), alle altre avversità biotiche, ai danni delle piogge insistenti e ai conseguenti spacchi e marciumi in prossimità della maturazione.
La rivoluzione varietale, soprattutto ad opera dei breeder francesi, negli ultimi dieci anni ha letteralmente cambiato il frutto che eravamo abituati a conoscere. Sono state introdotte, infatti, in anni recenti, alcune serie di varietà a frutto grosso e a buccia prima arancio-rossa e poi del tutto rossa, che hanno anche allargato il calendario di maturazione, dai due tradizionali mesi a quattro (in pratica da maggio ad agosto inoltrato). I buoni prezzi spuntati al consumo da queste nuove albicocche (anche doppio rispetto a quello corrente) hanno messo in discussione le vecchie varietà italiane e creato un improvviso interesse dei frutticoltori (per esempio i delusi dalla coltura peschicola) ad optare per impianti di albicocco, forse in misura eccessiva, visto che nel 2017 si è prodotto troppo e c’è stato un forte calo dei prezzi come non si verificava da diversi anni.
Riscoperta mediatica dell’albicocca
Le nuove cultivar sono spesso incomparabilmente molto più belle di quelle del passato, che pure avevano fatto per molti anni la fortuna della coltura. Ma queste nuove sono talmente grosse, rosse e lucenti, tanto da poter essere confuse con le nettarine quando sono negli scaffali fianco a fianco. Non sempre tuttavia le caratteristiche gustative e la bontà dei frutti corrispondono alle aspettative del consumatore. La sperimentazione deve prima caratterizzarle bene.
Gli esperti dei circuiti mediatici, che oggi dominano la comunicazione, diretta soprattutto alle nuove leve di consumatori e in particolare alle donne (per il loro potere d’acquisto), ci informano che l’albicocco è un frutto popolare di cui si parla molto, anche se si fatica a coglierne l’identità. Sono in particolare Twitter (il media più utilizzato) e Instagram i “blog/social” che hanno diffuso informazioni sugli utilizzi delle albicocche a 360 gradi, dalle ricette degli chef, ai prodotti dolciari, fino alla cosmesi (prodotti di bellezza al gusto di albicocca), suscitando un interesse trasversale che non è solo italiano, ma mondiale.
Nella prima settimana di maggio questi “media influencer” avrebbero raggiunto ben 1,7 milioni di contatti. Dunque, prepariamoci a coltivare e produrre albicocche per queste tante destinazioni commerciali, per le quali al momento questi influenti osservatori mediatici rilevano che il settore produttivo manca di un grande brand identificativo.
Monocoltura: possibili strategie
Qualcuno, però, ci ha pensato da tempo. Ne abbiamo individuato uno, la Società Guidi di Gian Carlo Guidi, operante da tre generazioni a Roncofreddo, in un’amena area collinare tra Rimini e Cesena (314 metri di altitudine) con un’azienda suddivisa in tre divisioni: zootecnica, la prima, con prodotti specializzati di nicchia (faraone, galletti, capponi, polli allevati senza antibiotici); ortofrutticola, la seconda, che per decenni aveva coltivato pesche e ciliegie; il pesco poi è stato abbandonato per virare a favore dell’albicocco; energia, la terza. Guidi pensa e agisce in grande, vuole raggiungere il primato fra le grandi aziende frutticole monocolturali italiane: i suoi impianti, infatti, nell’arco di 6-8, anni hanno superato i 300 ha di coltivazioni specializzate, concentrati sia a Roncofreddo sia a Carpinello (Forlì) ove i terreni sono molto fertili e serviti dall’acqua per l’irrigazione (già in pressione) di provenienza del Canale Emilia-Romagnolo.
Il piano dell’azienda Guidi prevede il raggiungimento, entro il 2020, di 450-500 ha di coltura, in modo da raggiungere i 100.000 quintali di albicocche complessive a pieno regime. Quella di Guidi è una società familiare con multi-competenze interne distribuite fra padre e figli. Ciò che caratterizza l’agire di questo coraggioso imprenditore (un tipo sanguigno e vulcanico, molto sicuro di sé) è di agire in totale indipendenza. Aveva fatto parte, in passato, di un grosso gruppo cooperativo da cui si è distaccato dopo aver fatto un decennio di coltivazione biologica, ora abbandonata.
Come spiegare la determinazione di Guidi nella realizzazione del suo “progetto albicocco”? a) consapevolezza delle proprie capacità imprenditoriali; b) sviluppo integrale di una filiera di produzione che non si esaurisce con la raccolta del prodotto, ma che prosegue nella lavorazione e nella successiva fase di selezione e packaging, poi della logistica (trasporto, distribuzione) fino al raggiungimento del mercato, per lo più attraverso le catene distributive della GDO (i contratti però vengono fatti anno per anno) o di grandi grossisti. L’azienda produce secondo i canoni dei disciplinari integrati e dispone di varie certificazioni, inclusa quella dei grandi canali delle multinazionali estere (es. Global/Gap)
Il valore fidelizzante dei marchi
C’è un’altra particolarità che distingue l’operato di Guidi; infatti, ha già creato un marchio per la promozione mercantile che andrà presto anche in TV e sulla stampa. Il marchio è “Albisole” e serve a fidelizzare i consumatori che non conoscono ancora le sue albicocche e che sono già sui grandi mercati e nei migliori supermercati per quattro mesi all’anno. Un grande magazzino di lavorazione e confezionamento è stato costruito per servire l’intera azienda a Carpinello, vicino all’area di coltivazione delle albicocche; lo stabilimento è stato appena inaugurato con la presenza di molte autorità regionali e governative. L’azienda Guidi, a completamento del piano di investimenti, manterrà la sua sede dirigenziale a Roncofreddo dove vengono gestite le tre divisioni, zootecnica, ortofrutticola ed energia. In totale, l’azienda dispone di circa 1.100 ha. Parte dal cuore operativo aziendale, però, per assecondare la nuova avventura sull’albicocco, è stato spostato a Forlì-Carpinello, sede dello stabilimento, da cui parte la distribuzione del prodotto confezionato.
Rischi del mercato
Principale rischio è quello derivante della monocoltura, pure essendo state scelte aree fortemente vocate. Sorgono spontanei alcuni quesiti: sono più i vantaggi organizzativi-gestionali dell’impresa o le possibili conseguenze negative del mercato? Di quale paracadute dispone se le cose si mettono male? La risposta di Guidi a entrambi i quesiti è tranquillizzante: è fiducioso che l’azienda possa farvi fronte, sia per le diversità di indirizzo (avicolo/frutticolo), sia perché controlla l’intera filiera (sta pensando anche di realizzare un impianto di trasformazione in concentrato nei periodi dei prezzi sottocosto).
Certo è che per queste sue rivelate caratteristiche l’impresa Guidi sta diventando un punto di riferimento per l’albicocco nel Paese e non solo in Romagna. In Italia sono già sorte iniziative simili, per esempio quella del Gruppo Agricor, con l’azienda N. Gallo nella Piana di Sibari in Calabria (progetto di 250 ha di albicocco). Il vivaismo ha fortemente contribuito all’ampliamento dell’offerta varietale sposando le “rosse”; oltre alla Zanzi Vivai, gli altri vivaisti italiani, co-gestori delle varietà arancio-rosse e rosse di IPS sono: Geoplant, Vitroplant, Dalmonte G. e V., Vivai Battistini, Dalmonte Natale.
Gestione dell’intera filiera
L’Az. Guidi è orgogliosa anche per un altro obiettivo raggiunto. Nel suo piano di investimento ha inserito anche un requisito di alta sostenibilità, il “greening” energetico. Ha già installato un impianto fotovoltaico per 1,2 milioni di KWatt di cui per ora ne consuma poco più di un terzo l’anno. Il resto viene ceduto alla rete nazionale dell’energia elettrica. I pannelli fotovoltaici non sono stati messi solo nel tetto dei nuovi capannoni, ma in parte sono andati a copertura di campi sottratti alla coltivazione.
Se il futuro della nostra frutticoltura sta nell’innovazione varietale e nell’aggiornamento tecnico di tutta la filiera, l’azienda Guidi ha colto al volo questo elemento di competitività mercantile (per farne un “plus”). Gestire da solo tutte le fasi della produzione e della logistica ha portato ad un accorciamento della filiera, con l’eliminazione di tutti i passaggi intermedi. Guidi può sperare di guadagnare soprattutto sul valore aggiunto finale. Il “progetto albicocco” di una azienda come quella di Guidi va seguito da vicino; il suo esempio non significa che il sistema produttivo italiano che premia e incentiva le aggregazioni cooperative e l’associazionismo delle OP sia meno efficace di quello di un libero imprenditore. Ancora oggi, infatti, almeno la metà della produzione ortofrutticola italiana non sta sotto l’ombrello protetto delle OP; sta soltanto a significare che si può fare da soli quando si ha una sufficiente forza per negoziare e gestire tutte le fasi della filiera e strappare quindi alle grandi catene di distribuzione e ai mercati generali delle grandi città condizioni di vendita più favorevoli.

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