Il futuro? Più del biologico conterà l’integrazione delle tecnologie avanzate

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Da alcuni mesi domina la scena il dibattito, talora acceso e polemico, sui pro e contro dei sistemi di coltivazione biologica. Dopo il mondo della ricerca, le associazioni dei produttori e gli enti di certificazione, anche la politica si è diversamente espressa sul tema. Qui il pensiero dei “300”, fra ricercatori e operatori italiani, su bio e biodinamico a seguito del Disegno di Legge presentato a dicembre 2018.

A seguito della discussione e voto alla Camera dei Deputati, nel dicembre 2018, del Disegno di Legge (DdL) sul biologico, ora calendarizzato in Commissione Agricoltura del Senato nelle prossime settimane, un gruppo di docenti, ricercatori, tecnici, imprenditori e agricoltori hanno deciso di analizzare il contenuto del DdL relativo all’agricoltura biologica, per contribuire a sottolinearne pregi e difetti dello stesso e, in generale, del biologico per la nostra agricoltura.

Questa attività ha portato alla preparazione di 2 documenti, disponibili sul sito di Agrariansciences (documento inviato alla Camera https://agrariansciences.blogspot.com/2018/12/agricoltura-esperti-scrivono-al.html#more e al Senato https://drive.google.com/file/d/1oCV7C1YyUhriqkkowTDMV5iDd4bFkJE_/view), sottoscritti da oltre 300 persone, fra cui 85 docenti universitari (di cui 48 ordinari), 35 ricercatori universitari e di enti di ricerca agraria (Crea, Cnr, ecc.), 97 agronomi e agricoltori, nonché i rappresentanti di alcune importanti Accademie agrarie e associazioni nazionali: Federazione Italiana Dottori in Scienze Agrarie e Forestali, Accademia Nazionale di Agricoltura, Società Agraria di Lombardia, Accademia della Vite e del Vino, Associazione Nazionale dei biotecnologi, ecc.

In aggiunta e in linea con questi documenti, si aggiunge quello diffuso dall’Associazione Italiana Società Scientifiche Agrarie (AISSA) che mette in evidenza le problematiche che possono derivare nel promuovere specifici corsi di laurea e dottorati di ricerca, cosi come decretare per legge che parte dei fondi di Cnr e Crea siano obbligatoriamente dedicati all’agricoltura biologica (alla quale, fra l’altro, il DdL in questione equipara l’agricoltura biodinamica (vedi Art. 1), una pratica senza basi scientifiche); tutto ciò con forti rischi di condizionamento sui programmi didatti e sulla ricerca scientifica.

È fondamentale sottolineare che le riflessioni incluse in tutti questi documenti sono a favore del progresso dell’agricoltura, della sicurezza ambientale e del consumatore e non contro qualcuno o qualcosa. Sono dalla parte della libertà e non del divieto, della ragione e non del pregiudizio, dello studio e non dell’irresponsabilità. Resta altresì inteso che l’imprenditore agricolo è libero di adottare il processo produttivo (convenzionale, biologico, integrato, ecc.) che meglio gli consente di confrontarsi con il mercato, a condizione che tale processo avvenga nel pieno rispetto delle normative e fornisca i prodotti attesi e che il produttore dichiara di rendere disponibili. Chiaro che si ritiene opportuno evitare di considerare sullo stesso piano “biologico” e “biodinamico” cosi come è riportato nel nuovo DdL. Questo accostamento è particolarmente grave a livello culturale perché in tal modo si perora il ritorno in agricoltura di pratiche a base magica, in analogia con quanto accade con la pranoterapia in medicina.

L’analisi condotta, in primo luogo, riassume, elencandoli, aspetti conflittuali e negativi del biologico ancora poco conosciuti a una larga parte dei consumatori italiani; poi evidenzia le attese di intervento legislativo del settore a tutela dell’interesse generale; e sviluppa un’analisi del DdL articolo per articolo nell’insieme degli obiettivi che si propone e dei risultati che vorrebbe raggiungere.

I conflitti del bio e il Ddl
L’agricoltura italiana produce solo il 70% delle derrate alimentari e dei prodotti agricoli di rilevanza industriale ed energetica necessari per il Paese. Vengono coltivati 13 milioni di ettari di Superficie Agricola Utile che, quasi ovunque e in modo intensivo, hanno goduto di due secoli di innovazione tecnologica. Nonostante questo, siamo lontani dal raggiungere l’autosufficienza alimentare che è sempre stata ritenuta alla nostra portata. Di conseguenza, l’azione legislativa in campo agricolo dovrebbe in primis proporsi di promuovere l’uso di tecnologie oggi disponibili, allo scopo di ottenere un reale e quantitativo sviluppo delle produzioni agricole, a garanzia strategica del soddisfacimento della domanda, obiettivo ambizioso se si deve contestualmente garantire la sostenibilità economica, sociale e ambientale dei sistemi agricoli in uso e del futuro.

Riteniamo, invece, che, nella forma in discussione, il DdL non affronti i gravi limiti – anche in prospettiva futura – dell’agricoltura biologica in termini di efficienza produttiva e di impatto ambientale per unità di derrate prodotte, in questo evitando di allinearsi ai principi, illustrati dal documento, che tengono conto dell’interesse generale dell’agricoltura nazionale. Non viene, inoltre, affrontato il nodo dei controlli delle produzioni biologiche, controllo attualmente lacunoso se non poco affidabile a causa del rapporto anomalo esistente tra valutatori e produttori e che vede il controllore pagato dal controllato: in questa situazione il consumatore di prodotti biologici non è certo della salubrità dei prodotti acquistati e, inoltre, si nega il diritto dei produttori agricoli, biologici inclusi, ad essere protetti dalla concorrenza sleale da parte di produttori biologici “poco onesti”.

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Viene altresì considerato che il testo della proposta di legge da un lato recepisce il regolamento Ue 848/2018 in modo acritico, senza evidenziare i problemi insiti nel regime di deroga sulle sementi, previsto fino al 2035, e nella mancanza di una distinzione chiara fra biodinamico e biologico (è ammesso l’impiego in biologico dei preparati biodinamici) e, dall’altro, mette drammaticamente a repentaglio la razionalità della legislazione sementiera nazionale, contravvenendo alle necessità per gli agricoltori di veder rispettati i requisiti di purezza, germinabilità ed energia germinativa del seme che sono adottati in qualunque Paese ad agricoltura evoluta. L’impatto è ancora maggiore se si pensa alle problematiche e normative che interessano la certificazione delle produzioni vivaistiche, aumentando il rischio pandemie (esempio Sharka, PSA, Xilella, ecc.) determinate dal mancato rispetto di regole nella gestione del rischio di diffusione di parassiti e patogeni alieni in risposta ai cambiamenti climatici e alla globalizzazione dei mercati.

Enorme distanza fra i “300” e i sostenitori del bio
Sul piano del merito, il dibattito ha quantomeno consentito di misurare le distanze che separano i “300” dai sostenitori del biologico. I motivi della distanza sono a mio avviso i seguenti.

Il problema della sostenibilità economica dell’attività agricola non si risolve certo per merito di un’entità statale che fissa un “prezzo giusto”. Il prezzo giusto in economia non esiste e non si sa in base a quali criteri si possa ritenere tale. Quello che è per il produttore non lo è infatti per il consumatore. Il prezzo è dettato dal mercato e si forma nel punto in cui domanda e offerta coincidono, senza l’imposizione di alcuna autorità. La sostenibilità economica in qualsiasi settore produttivo si risolve con l’innovazione tecnologica (di processo e di prodotto) il che non può che accadere anche in agricoltura. Se non si innova si finisce inesorabilmente fuori mercato e cessa la sostenibilità economica. Poiché la competizione è ormai globale, saranno altri a risolvere il problema alimentare italiano, anche nel bio che risolverà (forse) solo il problema economico di una parte dei propri associati, ma che comunque dovrà fare i conti con i prezzi di un mercato internazionale non protetto artificialmente.

Il problema della sostenibilità ambientale non si risolve certo con slogan “usiamo solo prodotti naturali” ammesso che naturali si possano definire i derivati del rame o lo zolfo usati in biologico e che sono frutto dell’industria chimica. Ammesso e non concesso che si possa eliminare il rame lavando la frutta non si può certo lavare il terreno. Il problema si risolve invece adottando le migliori tecnologie in ambito genetico e delle tecniche colturali più appropriate per la difesa dell’ambiente e del consumatore già previste nei disciplinari di agricoltura integrata.

Il problema della nutrizione delle piante coltivate, che per l’azoto oggi dipende per il 50% dall’ammoniaca sintetizzata a partire dall’azoto atmosferico, non si può certo risolvere solo con la sostanza organica di origine animale e le leguminose.

Il problema della salubrità per gli operatori agricoli e i consumatori non si risolve lavando la frutta (peraltro il 50% degli antiparassitari a livello italiano – bio incluso – è usato in viticoltura e l’uva non si lava dopo la vendemmia), ma utilizzando prodotti con quadri tossicologici lievi, come il rame, della stessa classe del Glyphosate, oggetto di ossessiva demonizzazione a fronte di tossicità acute e croniche bassissime e assenza totale di cancerogenicità (attestata anche da recentissime indagini epidemiologiche). In proposito crediamo sarebbe illuminante ascoltare i produttori di vino, di uva da tavola e mele per i quali rinunciare ai fitofarmaci significherebbe perdere ogni produzione. Ma va tenuto presente che anche i viticoltori biologici, senza i fungicidi rameici, perderebbero ogni produzione. Al riguardo si tenga presente che la direttiva comunitaria che regola l’agricoltura integrata (Directive 2009/128/EC -https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX%3A32009L0128) offre un quadro normativo molto più preciso e sicuro circa l’utilizzo dei presidi fitosanitari in agricoltura, con livelli di controllo assai più elevati rispetto a quelli dell’agricoltura biologica, che sono prevalentemente autocertificati.
ll biologico fatto in modo serio (e cioè utilizzando solo e unicamente la sostanza organica aziendale) non potrà che essere una tecnologia di nicchia, nel senso che non ha la benché minima possibilità di risolvere il problema alimentare globale. Ciò tuttavia non esclude che possa dare soddisfazioni economiche di rilievo a chi lo pratica. Circa i dati ufficiali forniti dall’ufficio studi della Camera dei Deputati rileviamo, per chiarezza e correttezza d’informazione, che la somma di 1,8 miliardi di euro complessivamente destinati al biologico nel periodo di programmazione PAC 2014-20, rappresenta un incentivo specifico per una sola misura del PSR (la Mis. 11) ad adesione volontaria. Cui si aggiungono i finanziamenti pubblici che l’agricoltore biologico riceve in proporzione alla superficie investita, come qualsiasi agricoltore attivo in Italia, beneficiando rispetto al convenzionale di numerosi privilegi burocratico-amministrativi. Questo è un dato di fatto oggettivo, verificabile e incontrovertibile.

Nel testo della proposta di legge si parla dell’introduzione di specifici corsi formativi nelle università pubbliche, dai corsi di laurea ai dottorati di ricerca ai corsi di formazione. I corsi di laurea in Scienze Agrarie sono già oggi ampiamente finalizzati alla formazione su conoscenze pratiche e sistemi di coltivazione sostenibili e sicuri. Corsi di formazione sulle pratiche dell’agricoltura biologica risulterebbero fortemente limitativi vuoi perché riferiti a tematiche e pratiche non in grado di garantire efficienza produttiva e sicurezza, vuoi perché escluderebbero intere materie fondamentali sia per le conoscenze degli agronomi (tra cui la chimica di sintesi e la genetica-biotecnologie), sia per garantire prospettive di sviluppo basate sull’innovazione.

Per quanto riguarda poi la biologia, verrebbero completamente escluse le biotecnologie, forzando la chiusura di corsi di laurea e linee di ricerca fondamentali e richieste da molti studenti. Al legislatore pare sia sfuggito il fatto che se il biodinamico è un’agricoltura a base esoterica, il biologico segna in sostanza il ritorno alle tecnologie agricole di fine ‘800. Da ciò deriva che i dottori in Scienze Agrarie prodotti dagli attuali corsi di laurea sono perfettamente in grado di adeguarsi all’arretramento tecnologico imposto dal biologico, come immaginiamo accadrebbe agli ingegneri cui fosse richiesto di progettare automobili o case con le tecniche di un secolo fa. Sul piano etico dobbiamo tuttavia domandarci che senso abbia formare professionisti che ignorino oltre un secolo di progresso scientifico e tecnologico.

Il ruolo dei processi di innovazione nella genetica e nell’agricoltura integrata è oggi, a nostro avviso, una straordinaria porta aperta verso il futuro. È questa porta che i sostenitori del biologico vogliono tenere sbarrata. Tale palese incapacità di capire i nostri tempi è la vera posta in gioco in termini di sicurezza alimentare, salubrità e sostenibilità e resta la più grave responsabilità sul piano storico di chi sostiene il biologico. L’innovazione dovrebbe a nostro avviso pervadere tutte le metodologie di produzione adottate in ambito agricolo (biologico, integrato di base e avanzato, nonché convenzionale). Un chiaro freno in tal senso si traduce nel rischio concreto di decadenza del nostro sistema produttivo agricolo. Sottrarre a questo rischio la nostra agricoltura è oggi una grande priorità e un dovere non solo per gli aspetti agricoli, ma anche ambientali e di sicurezza alimentare: un’agricoltura scarsamente produttiva porta all’abbandono, esponendo i territori agli innumerevoli problemi che ne derivano.

Cosa fare di fronte a tutto ciò?
Con i nostri documenti indirizzati alla Camera e al Senato crediamo di aver offerto al pubblico tutti gli elementi per potersi fare un’opinione fondata sulla questione venuta a galla grazie al DdL 988 in discussione al Parlamento. Chi intende consolidare il bio/biodinamico nel nostro sistema agricolo con la proposta del nuovo DdL e le forze politiche che contribuiranno ad approvarlo deve essere consapevole che, come ampiamente descritto nei documenti inviati a deputati e senatori, si sta assumendo la responsabilità di mettere a rischio sostenibilità e qualità delle produzioni agricole del nostro Paese e la sicurezza dei consumatori.

Occorre altresì prendere atto che i “300” e chi propone e sostiene il biologico non sono sulla stessa “lunghezza d’onda”, il che rende di fatto impossibile un punto di incontro. Su queste considerazioni si ritiene che esistano le ragioni necessarie e sufficienti perché si provveda a ritirare il DdL 988, da ripresentare eventualmente solo dopo una profonda modifica nell’impianto e nei contenuti, prevedendo, con termini cogenti, l’istituzione di un progetto di ricerca pluriennale da affidare ad un qualificato ente terzo (Crea, Cnr, Università, con più siti territoriali) che confronti l’agricoltura biologica e quella integrata a livello di pieno campo e su prove parcellari idonee. Ciò andrebbe fatto per tutte le colture (erbacee e arboree), nonché per la zootecnia bovina, suina, ovi-caprina, avicola, per l’acquacoltura e, soprattutto, prevedendo la possibilità di utilizzare tutti gli strumenti tecnologici ora a disposizione.

Il futuro? Più del biologico conterà l’integrazione delle tecnologie avanzate - Ultima modifica: 2019-03-12T15:21:10+00:00 da Lucia Berti

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