Actinidia, la “transizione” dal verde al giallo: problemi sanitari prioritari

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Biodiversità del kiwi: una grande resistenza genetica per il futuro.

In occasione dell’ultimo Simposio sull’actinidia organizzato dalla ISHS in Portogallo (settembre, 2017) abbiamo avuto l’onore e l’onere di aprire il Simposio con una relazione sulla situazione della coltura a livello mondiale. Avendo anche partecipato a quelli precedenti (il primo a Padova nel 1987) abbiamo avuto la possibilità di seguire l’evoluzione di questa coltura, in particolare nel Paese di origine (Cina), che ancora oggi rappresenta il maggiore serbatoio di germoplasma della specie.
Qualche breve considerazione sull’evoluzione della coltura in Italia: il mercato del kiwi è stato dominato per 40 anni da un’unica cultivar, Hayward, varietà a polpa verde che si è imposta per la buona pezzatura, la qualità organolettica e la conservabilità dei frutti. Circa 20 anni fa nei mercati dei principali Paesi produttori, e non solo, compaiono nuove varietà: alcune precoci a polpa verde e, soprattutto, nuove varietà a polpa gialla che, oltre a rappresentare una forte innovazione, incontrano il favore dei consumatori. Il mercato risponde entusiasticamente, segno che l’attesa per qualcosa di diverso da Hayward era grande e il comparto del kiwi, che stava subendo una stasi, ritrova così nuovo entusiasmo.
Un diverso quadro fitopatologico
L’irrompere sulla scena della batteriosi del kiwi causata da Psa (Pseudomonas syringae pv actinidiae) che sconvolge un’industria in crescita e tra le poche attive nella bilancia commerciale dell’ortofrutta italiana. Il disorientamento tra i produttori è forte, il mondo del kiwi intravvede una via di uscita nella convivenza con il patogeno e - pur rispettando chi ha subito pesantemente questa epidemia – il comparto, ridimensionato soprattutto in alcune regioni del nostro Paese, è capace di rimettersi in marcia.
I nuovi impianti sono in ripresa in molte aree actinidicole del Paese, nonostante i rischi legati alla persistente presenza della malattia. Va sottolineato che la specie diventa una coltura per imprenditori agricoli a tempo pieno, mentre lo spazio per le persone che sino a quel momento l’hanno coltivata dedicando ad essa solo scampoli di tempo si riduce drasticamente. Le cure e le attenzioni che debbono essere dedicate diventano fondamentali per “convivere con la batteriosi”. Non è più sufficiente potare, irrigare, raccogliere e poco altro. La coltura richiede attenzione continua e decisioni professionalmente all’altezza per fronteggiare l’evoluzione della malattia.
La situazione attuale è in ogni caso preoccupante; per ora non abbiamo varietà resistenti perché i programmi di miglioramento genetico non sono in grado di promettere soluzioni in tempi brevi. Ciò nonostante, grazie anche alla ridotta sensibilità di qualcuna delle selezioni disponibili, si è ripreso a piantare. Alcuni impianti di Hayward vengono sostituiti perché obsoleti e/o pesantemente colpiti dalla batteriosi, ma molti dei nuovi impianti vengono realizzati con le nuove cultivar di Actinidia chinensis var chinensis, a polpa gialla o rossa, nonostante la ricerca allerti sulla “potenziale” maggiore sensibilità alla batteriosi delle nuove varietà, soprattutto quelle a polpa rossa. Queste nuove cultivar si affiancano a quelle esistenti modificando di fatto il patrimonio varietale del nostro Paese che era rappresentato dall’Hayward e da alcune altre cultivar a polpa verde a maturazione precoce (Summer 3373; Greenlight, Early Green) da due cultivar a polpa gialla (Hort16A e Jintao). Oggi alcune di queste varietà sono praticamente scomparse e sono state sostituite da altre cultivar, soprattutto a polpa gialla (Soreli, Sungold Gold 3, Dorì, Jinyian) e da alcune a polpa rossa (RK2018, Dong Hong, HFR18, Hongyang).
Perchè gli agricoltori corrono questo rischio?
I motivi possono essere diversi. L’imprenditore è colui che si assume il rischio delle proprie scelte e gli imprenditori agricoli non sono certo inferiori ad altri per intraprendenza. Si è spesso detto: la PSA è una malattia molto aggressiva, sarà difficile eradicarla nel giro di pochi anni, è necessario imparare a conviverci; è vero e gli adeguamenti alla situazione sono stati messi in atto.
Le imprese vivaistiche hanno dovuto cambiare radicalmente il loro modo di produzione. Il materiale vivaistico da mettere a dimora viene oggi prodotto in ambienti completamente protetti (sotto tunnel di plastica o serre che escludono completamente le piante dall’ambiente esterno). Molti vivai sono stati realizzati in zone dove la coltura non è praticamente presente, limitando così le possibilità di infezione e il materiale usato per la propagazione viene controllato prima, durante e alla fine del periodo di allevamento da parte di laboratori specializzati autorizzati da organismi regionali.
La ricerca ha affrontato molti altri aspetti legati alle diverse fasi di produzione suggerendo soluzioni e attenzioni da adottarsi sia in vivaio che in campo:
(a) interventi dedicati a garantire che il materiale di moltiplicazione prodotto dai vivai sia esente da Psa, che comporta la verifica che il materiale che viene impiegato per la propagazione derivi da impianti sani e controllati; analisi della presenza del batterio nel materiale pronto per la commercializzazione, ecc. Va dato anche merito ai diversi Servizi Fitosanitari Regionali che, oltre ad avere controllato il materiale di propagazione, hanno anche svolto un lavoro di monitoraggio della malattia e, di fatto, di assistenza agli agricoltori;
(b) gli studi sulla tecnica colturale hanno evidenziato che le piante devono essere mantenute nelle migliori condizioni onde evitare stress, sia idrici (mancanza o eccesso d’acqua), sia di tipo nutrizionale (carenze o eccessi di elementi nutritivi – azoto in particolare – che tendono ad alterare l’equilibrio vegeto-produttivo della pianta);
(c) la stessa potatura è stata affrontata dalla sperimentazione, che ha suggerito intensità e tempi di esecuzione differenziate. Ad esempio, è stato dimostrato che la potatura verde deve essere ridotta e possibilmente effettuata quando le temperature giornaliere salgono sopra i 30°C. È risultata inoltre buona norma disinfettare spesso gli strumenti di potatura e disinfettare e coprire con prodotti rameici o simili almeno i tagli grossi durante la potatura invernale;
(d) diverse sono state le molecole testate per contenere la batteriosi (rame, elicitori di resistenza, batteri antagonisti). Purtroppo nessuna delle molecole e dei prodotti sino ad ora testati è risultata in grado di eradicare il cancro batterico, soprattutto se le condizioni climatiche sono favorevoli allo sviluppo del patogeno, ma sono in grado di ridurre la popolazione epifita del batterio e in annate dove non si verificano condizioni meteorologiche particolarmente avverse (grandinate, abbassamenti di temperature invernali e primaverili) possono ridurre l’infezione. In ogni caso è stato anche evidenziato che una pulizia costante dell’impianto (eliminazione del materiale infetto e/o sostituzione delle piante compromesse) è importante poiché, non esistendo attualmente una tecnica o un prodotto capaci di evitare l’infezione, le pratiche con i prodotti elencati debbono essere eseguite per ridurre l’impatto della malattia.
La possibilità di ridurre la virulenza dalla malattia attraverso una modifica delle condizioni ambientali ha fatto proliferare la realizzazione di impianti sotto tunnel di plastica (strutture simili a serre per essere efficaci) o addirittura in alcune situazioni particolari sotto serre fotovoltaiche – in quanto non utilizzate – soprattutto nelle regioni caratterizzate da abbassamenti di temperatura importanti.
Laddove il rischio principale è rappresentato dalla grandine si sono invece diffuse le reti, di colore generalmente giallo.
Va considerato che al di la del colore vanno attentamente considerate le caratteristiche del materiale che viene impiegato che può fare una grossa differenza.
Parlando dei tunnel o delle “serre” in plastica, sicuramente le più efficaci nel contenimento della malattia, va considerato che queste strutture vanno mantenute sempre aperte, anche nei mesi invernali e quindi debbono essere realizzate in modo da garantire strutturalmente una resistenza agli agenti meteorologici avversi (vento e neve). Inoltre, rispetto alla situazione di “pieno campo” va completamente modificata la tecnica colturale (irrigazione in particolare, anche durante i mesi invernali poiché di fatto si impedisce alla pioggia di arrivare nelle vicinanze dell’apparato radicale, e durante i mesi estivi quando le temperature possono salire di molto, anche in relazione al materiale usato), va curata l’impollinazione e adeguate sia la potatura che la nutrizione delle piante.
Parliamo sicuramente di strutture costose, giustificate solo quando si coltivano varietà a polpa gialla o rossa, particolarmente premiate dal mercato.
Con la Psa si può convivere, ma è necessaria una vigilanza continua. L’ultimo inverno, caratterizzato da basse temperature in alcune importanti regioni italiane, dove alcuni impianti avevano anche subito importanti grandinate, ci ha fatto capire che la guardia deve essere mantenuta alta, che non esistono prodotti miracolosi in grado di eradicare la malattia e che tutto quello che è stato e viene fatto per ridurre il rischio di infezione deve essere continuato.
Stiamo tutti aspettando nuove cultivar realmente tolleranti o addirittura resistenti, capaci di fornire alte produzioni per ettaro e una qualità tale da non far rimpiangere le varietà che coltiviamo oggi.
La genetica
Disporre di cultivar resistenti a Psa sarebbe la soluzione più pulita e ideale, ben considerando che il panorama attuale verrebbe completamente modificato. I “breeder” stanno analizzando il materiale presente nei loro “repository” per individuare genotipi tolleranti se non resistenti. Tuttavia, la presenza di ceppi diversi del patogeno nei vari Paesi complica sia il trasferimento di materiale vegetale tra Paesi, sia l’individuazione di materiale resistente ai vari ceppi.
Non vogliamo essere pessimisti, ma, nonostante gli avanzamenti della ricerca sul miglioramento genetico, l’introduzione di nuove varietà con le caratteristiche di tolleranza o resistenza alla Psa non è nè semplice, nè breve. I programmi di miglioramento genetico “tradizionali”, in corso in Cina e in altri Paesi, non hanno offerto sino ad ora selezioni sicure sul mercato. Probabilmente ci sono selezioni interessanti, ma la grande sensibilità alla Psa di questi genotipi ha creato molte preoccupazioni circa l’opportunità di propagare commercialmente queste cultivar. Crediamo sia giusto diffidare o andare con molta cautela nel cantare vittoria avendo individuato “casualmente” piante che non si sono ammalate in alcune situazioni, che poi non reggono le aspettative.
Diversi ricercatori ci stanno lavorando, ma al momento sono estremamente cauti nel proporre varietà “tolleranti “ o “resistenti” .
Prova ne sia che Hayward, considerata “tollerante”, è stata una delle varietà tra le più colpite in questa e nella precedente annata.
Crediamo sia giusto spendere anche qualche considerazione sulla “moria del kiwi”. Questa malattia va affrontata con lo stesso impegno con il quale è stata e viene affrontata la Psa. Non è un fenomeno circoscritto alla sola area veronese; essa è comparsa anche in altre regioni italiane dove la coltura è importante e le cause, sicuramente molteplici, non sono state ancora completamente individuate. La nuova varietà
Green Angel e alcuni portinnesti, come il neozelandese Bounty 71, recentemente sono stati proposti da alcune aziende vivaistiche come soggetti capaci di offrire una valida soluzione al problema moria. Ci auguriamo che questo materiale sia in grado di rispondere alle aspettative e di contrastare anche questa calamità che ha cambiato la fisionomia produttiva di alcune aree actinidicole del nostro Paese.
Ci siamo spesso sentiti dire che non si può introdurre nuove varietà senza avere fatto un adeguato periodo di sperimentazione. Dorì, l’ultima delle varietà introdotte in Italia, deriva da un programma di miglioramento genetico svolto da due Università: Udine, che ha avuto la responsabilità di effettuare l’incrocio con il materiale allora disponibile e per gli scopi che non contemplavano la resistenza a Psa unicamente perché la Psa non era ancora comparsa; Bologna, che ha avuto la responsabilità di effettuare le osservazioni in campo per circa una decina di anni.
Se la serietà di due Università viene messa in discussione e 10 anni sono considerati un periodo di osservazioni troppo breve, ci domandiamo come sono state individuate alcune delle varietà e portinnesti considerati “tolleranti” o “resistenti” e per quanto tempo siano state condotte le sperimentazioni e da chi.
Abbiamo personalmente accolto la proposta di alcuni ricercatori cinesi di collaborare con loro, di istituire sotto l’egida dell’ISHS un gruppo internazionale di ricercatori che possano scambiare materiale (tollerante o resistente alla PSA, nuove varietà da testare in diversi Paesi e aree interessate alla coltivazione del verde, del giallo, del rosso, ecc.) in modo da abbreviare i tempi di soluzione di alcuni problemi che stanno attanagliando la nostra industria actinidicola ed evitare che materiale non idoneo venga introdotto in Italia.
Gruppi, consorzi, alleanze
Tanti… troppi che operano in Italia e nel resto del mondo. In America Latina diversi imprenditori italiani hanno iniziato anni fa la coltivazione in Cile, estendendola successivamente in Argentina, Perù e Paesi limitrofi. In Europa, in particolare in Grecia, da tempo si sta coltivando Hayward e altre selezioni a polpa verde e, più recentemente, in Turchia, che ha avuto negli ultimi anni uno sviluppo particolarmente importante raggiungendo i 20.000 ha circa e che sta di fatto occupando spazi commerciali tradizionalmente nostri grazie ai diversi embarghi e sanzioni che ovviamente non possono tenere conto delle esigenze dell’agricoltura italiana, né tantomeno del settore actinidicolo. In ogni caso queste sanzioni hanno creato danni non di poco conto ad un certo numero di produzioni ortofrutticole “made in Italy”. Queste iniziative di penetrazione in Paesi diversi dall’Italia sono interessanti, soprattutto in vista di competere con “player” importanti per una fornitura dei mercati 12 mesi all’anno. Ma si tratta di iniziative di modeste dimensioni e scoordinate, che non aiutano l’Italia a guadagnare prestigio sui mercati globali.
Alla luce di tutto questo, perché non deve essere possibile che i diversi attori coinvolti nella filiera possano trovare un accordo e studiare strategie comuni capaci di imporre il prodotto italiano sul mercato internazionale? Siamo o non siamo il secondo Paese di produzione del kiwi (la Cina è il primo con circa il 60% della produzione mondiale)? Perché subiamo le regole di altri Paesi manifestando spesso una sudditanza a fronte di chi o di che cosa?

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