Agrofarmaci in frutticoltura: troppi o troppo pochi?

prodotti fitosanitari
Un gioco, quello dell’eliminazione dei prodotti fitosanitari, fra Gdo e consumatori che pesa sulle spalle degli agricoltori. Ma se le nostre aziende agricole chiudono, ci dovremo fidare di qualcuno che produce frutta e ortaggi sempre più lontano da noi

Gli agrofarmaci o prodotti fitosanitari, chiamati a livello comunitario plant protection products (cioè prodotti per la protezione delle piante), vengono utilizzati per la salute delle piante, con l’obiettivo di prevenire o curare attacchi di avversità, quali patogeni o fitofagi, e limitare la competizione con le infestanti. Si tratta di prodotti utilizzati in frutticoltura e in altri contesti produttivi dai tecnici del settore, che ne conoscono le caratteristiche e le modalità di applicazione utili a garantire buoni livelli produttivi dal punto di vista quantitativo e qualitativo. Il consumatore pretende prodotti ortofrutticoli perfetti, ma non sempre è cosciente dell’impegno necessario e delle difficoltà che si incontrano per ottenere tali produzioni.

L'editoriale di rivista di Frutticoltura n. 2/2024

L’agricoltore tedesco Willi Bauer ha scritto in un recente libro che l’agricoltura esiste da circa 10000 anni, e per 9950 anni l’uomo è stato cosciente del fatto che l’attività agricola consiste in una lotta con la natura, mentre solo negli ultimi 50 anni è emersa la convinzione che la natura può darci tutto quel che necessitiamo, senza muovere un dito. Delle difficoltà ad ottenere produzioni di qualità e in quantità ce ne rendiamo conto quando coltiviamo il nostro orticello o frutteto familiare, senza alcun trattamento, e sia patogeni, sia fitofagi, sia le infestanti si sviluppano e riducono la produzione, alimentandosi e riproducendosi come ogni organismo vivente vorrebbe fare.

Le statistiche dicono che per frutta e verdura, quel che utilizziamo è circa la metà della produzione potenziale, in quanti intervengono perdite (loss), che intercorrono fra l’azienda agricola e l’interazione con il consumatore (sempre più il supermercato), e sprechi (waste), che vanno dal momento dell’acquisto fino all’uso, o talvolta al bidone della spazzatura, sperando che sia almeno quello dell’umido. Il dimezzamento degli sprechi è uno degli obiettivi della strategia Farm to Fork del Patto Verde Europeo (Green Deal), che ha adottato uno degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) della Fao, il 12.3.

Molte delle perdite e degli sprechi di prodotti ortofrutticoli si originano da una non adeguata protezione in campo, con lo sviluppo di infezioni latenti, che trovano un frutto o un ortaggio meno reattivo, talvolta tenuto a bassa temperatura e con elevata umidità, e quando ci rendiamo conto dell’infezione è ormai troppo tardi. L’agricoltore in genere applica una serie di trattamenti antiparassitari non per puro piacere, ma per prevenire o limitare lo sviluppo di avversità, che in assenza di appropriate applicazioni potrebbero compromettere quantità e qualità della produzione, ed in qualche caso (si pensi a molti vigneti attaccati da peronospora nel 2023 sulla costa adriatica, o a molti pereti attaccati da cimice asiatica o da maculatura bruna) finanche perderla del tutto. Pertanto, visti dall’agricoltore, i trattamenti fitosanitari sono una necessità, della quale se possibile farebbe a meno, anche considerati i costi diretti ed indiretti delle applicazioni.

La strategia Farm to Fork prevede, tra le misure, il dimezzamento dell’uso dei prodotti per la protezione delle piante (che i non addetti ai lavori talvolta chiamano pesticidi) entro il 2030, lasciando intendere che la metà di tali trattamenti è inutile e dannosa. L’Europa è il posto al mondo dove si mangia meglio, e i tecnici del settore sanno bene che per registrare un novo prodotto fitosanitario occorrono una serie di studi, dal costo di circa 300 milioni di euro e con una durata attuale di circa 13 anni, volti soprattutto a garantire l’assenza di rischi, nelle condizioni d’uso, per gli operatori, i consumatori e l’ambiente. Per ogni agrofarmaco c’è un limite massimo di residuo (LMR), calcolato prudenzialmente con un fattore di sicurezza pari a 100, che garantisce il consumatore.

Le indagini svolte annualmente da diversi Enti pubblici e privati (inclusa quella “Pesticidi nel piatto” di Legambiente) evidenziano una percentuale di prodotti italiani irregolari (con quantità superiori ai limiti di legge o con applicazione di prodotti non registrati per la coltura) inferiori all’1%, con livelli più bassi della media europea, a sua volta più bassa rispetto a prodotti soprattutto esotici importati da Paesi extra-europei (che si attesta fra il 3 ed il 4% di irregolarità). Qualche mese fa Paolo De Castro, membro della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo, ha scritto che l’uso di prodotti chimici di sintesi in Europa non è mai stato così basso. Pertanto, i consumatori italiani potrebbero dormire sonni tranquilli. Ma ciò non sempre avviene, in quanto sono rare, o assenti, campagne pubbliche di informazione dei consumatori, mentre non sono infrequenti campagne volte a sensibilizzare le paure dei consumatori, garantendo contenuti di residui di agrofarmaci inferiori al limite di legge, con claims più o meno attrattivi (ad es. residuo zero), volti ad attirare ignari consumatori verso una catena commerciale a scapito di una concorrente.

Questa sensibilizzazione ha portato, soprattutto in alcune nazioni (ad es. Germania e Francia) a generare timori dei consumatori verso i residui di agrofarmaci (o meglio, di pesticidi), generando correnti di opinione che a livello politico hanno indotto una chemiofobia (lo stesso discorso vale per gli antibiotici utilizzati in zootecnia), che ha prodotto la strategia Farm to Fork, già diversi anni fa, verso la quale il mondo agricolo non ricordo abbia avuto particolari reazioni. La bozza di regolamento sull’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari (noto come SUR) declinava in pratica i dettami della Farm to Fork, prevedendo una riduzione dell’uso di prodotti fitosanitari a livello comunitario del 50%, con una ripartizione fra i Paesi proporzionale al loro utilizzo. Pertanto, all’Italia, paese ricco di colture arboree ed ortive, che richiedono maggiore qualità e quindi maggiori applicazioni, è toccata una riduzione del 62%.

Anche in questo caso, la bozza di Regolamento è stata per mesi in pubblica consultazione, da giugno a settembre 2022, con diverse migliaia di commenti da parte di cittadini francesi e tedeschi e solo qualche centinaio di italiani. Come spesso accade, ci svegliamo tardi, siamo poco partecipi ai processi decisionali, e dobbiamo accontentarci di quello che gli altri propongono, salvo poi lamentarci contro l’Europa. La proposta di Regolamento è passata attraverso un tira e molla fra le diverse Commissioni del Parlamento Europeo, con la Commissione Agricoltura che ha proposto di attenuarlo e la Commissione Ambiente, relatrice al Parlamento Europeo, che invece ha provato ad irrigidirlo ulteriormente, e complici le imminenti elezioni, il Parlamento ha bocciato la proposta.

In questo caso, dobbiamo ringraziare gli agricoltori di altri Paesi europei, che hanno fatto sentire il proprio malcontento per la situazione complessiva, e per placare la protesta la Commissione ha adottato una delle azioni più agevoli sul tappeto, il ritiro della proposta sugli agrofarmaci, probabilmente ben conscia del fatto che le modifiche alla Politica agricola sono ben più complesse e più difficili da applicare nel breve periodo.

La protesta degli agricoltori ha avuto il merito di riportare l’agricoltura al centro della scena (anche politica, soprattutto in altri Paesi europei) e si auspica che il cittadino comunitario diventi sempre più consapevole dei reali pericoli che corre, soprattutto se l’agricoltura europea viene messa in ginocchio, stritolata fra i diversi interessi di entità che più facilmente si coalizzano.

Dobbiamo ricordare più spesso che se riusciamo a nutrirci almeno 3 volte al giorno, da qualche parte, anche vicino a noi, c’è un agricoltore che sta lavorando in situazioni di complessità crescente, sia dal punto di vista tecnico (avversità emergenti, revoca di prodotti fitosanitari dal mercato, crescente complessità di utilizzo delle alternative a disposizione), sia dal punto di vista economico. Se le nostre aziende agricole chiudono, ci dovremo fidare di qualcuno che produce frutta e ortaggi che consumiamo in grandi quantità sempre più lontano da noi.

Agrofarmaci in frutticoltura: troppi o troppo pochi? - Ultima modifica: 2024-03-08T10:29:38+01:00 da Sara Vitali

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