Il comparto della pericoltura italiana si appresta a vivere una stagione 2026 caratterizzata da una parziale risalita rispetto ai livelli contenuti del 2025: questo è quanto si desume dai risultati delle stime di produzione realizzate da Cso Italy ad inizio luglio per il 2026. La campagna entrante, in base all’analisi di Cso Italy, potrebbe disporre di un volume di circa 347.000 tonnellate, un dato che include sia il prodotto fresco che quello destinato alla trasformazione industriale. Nel confronto con la stagione precedente la crescita si concretizza in un +17%.
Per questo prodotto, flagellato negli anni da una grande crisi produttiva, il calo delle superfici dal 2019 ad oggi è diventato strutturale. Non ha quindi senso oggi fare confronti anche con i livelli di solo 4/5 anni fa perché la situazione si è modificata enormemente; è invece molto più utile dare una dimensione alla produzione attesa confrontandola con quanto oggi siamo in grado di produrre. Con un potenziale di circa 420.000 tonnellate, l’offerta attesa rimane quindi al di sotto di quasi venti punti percentuali, a dimostrazione di come il settore stia ancora faticando a esprimere il massimo potenziale.
Esiste quindi ancora un divario tra potenziale e reale: questo scarto del 20% evidenzia come le problematiche fitosanitarie e l'incertezza climatica agiscano da freno invisibile, impedendo ai frutteti di raggiungere la piena produttività e mantenendo l'offerta complessiva su livelli storicamente bassi.
Fig. 1 – Evoluzione della produzione di pere dal 2011 a oggi

L'andamento climatico e lo sviluppo colturale
La prima parte della stagione ha mostrato segnali molto incoraggianti, con fioriture abbondanti in tutte le principali varietà e praticamente in ogni bacino produttivo del Paese, a cui è seguita una buona allegagione. Successivamente, la cascola naturale ha provveduto a un diradamento naturale dei frutti, riequilibrando il carico delle piante e riducendo in modo del tutto fisiologico la quantità complessiva di pere sui rami.
Se la primavera è trascorsa sotto l'influsso di condizioni meteorologiche favorevoli, il quadro è mutato da fine giugno, quando il caldo particolarmente intenso ha cominciato a ostacolare il regolare accrescimento dei frutti. Soprattutto per le cultivar a maturazione precoce i rendimenti medi per ettaro sono stati quindi influenzati dall’andamento climatico.
La contrazione delle superfici
Sullo sfondo di questa ripresa rimane aperta la questione del ridimensionamento dei frutteti, già accennata in apertura. Le superfici in produzione continuano a flettere, assestandosi nel 2026 a circa 18.300 ettari complessivi, con un calo del 7% su base nazionale rispetto al 2025. In Emilia-Romagna la contrazione è stata dell'8%, riducendo l'area produttiva a poco più di 9.600 ettari. Nonostante la gravità di questi dati, si intravede una nota positiva: il ritmo degli espianti sembra finalmente rallentare rispetto al drammatico periodo compreso tra il 2022 e il 2024, biennio in cui la sfiducia dei produttori ha toccato il culmine. Ciò nonostante, l'attuale base produttiva risulta ridotta del 42% in Emilia-Romagna e del 33% a livello nazionale rispetto a soli cinque anni fa, evidenziando una perdita strutturale di grande rilevanza per la filiera.
L'Emilia-Romagna vedrà comunque una ripresa in termini produttivi con un’offerta prevista di poco superiore alle 200.000 tonnellate, in crescita del 13% rispetto alle 177.000 dell'anno precedente. Questo incremento è dovuto principalmente al miglioramento delle rese unitarie, che ha più che compensato la contrazione degli ettari coltivati. L'aumento risulta evidente per le varietà estive e per la Decana del Comizio, fortemente deficitarie lo scorso anno. Al contrario, la William dovrebbe registrare una lieve riduzione, bilanciata però dal recupero dell'Abate Fetel.
La ripresa non è comunque uniforme sul territorio regionale: le province di Bologna e soprattutto Modena mostrano i progressi più significativi; al contrario, la Romagna e il ferrarese si attestano su livelli simili allo scorso anno, confermando una spiccata variabilità tra le singole aziende agricole e le diverse zone.
Anche nel resto dell’Italia settentrionale l’andamento è caratterizzato da un recupero produttivo, con un rimbalzo superiore a quanto rilevato nella principale regione produttiva nazionale. Tra Veneto, Lombardia e Piemonte le stime indicano incrementi produttivi significativi, compresi tra il 28% e il 50%, segnando un netto riscatto dopo le scarse performance della passata campagna. Nelle regioni del centro-Sud si presenta un quadro altrettanto soddisfacente: in Campania la produzione della varietà Coscia è in decisa risalita rispetto ai bassi raccolti del 2025, mentre in Sicilia i volumi previsti appaiono stabili e vicini alla normalità, con superfici coltivate che si mantengono costanti e non mostrano i segni di sofferenza e abbandono rilevati nelle regioni settentrionali.
Lo scenario europeo: mercati a confronto
È ancora prematuro definire in modo preciso la disponibilità per la campagna entrante negli altri principali paesi europei. Secondo le informazioni desunte dal convegno di Interpera di fine giugno, la situazione appare diversificata a seconda dei paesi. La produttività 2026 in Belgio dovrebbe segnare un calo del -7% sul 2025, con poco meno di 364.000 tonnellate, come diretta conseguenza del minor raccolto di Conference atteso per quest’anno, condizionato da un'allegagione non ottimale. Nella vicina Olanda, non sono stati segnalati particolari problemi climatici ad eccezione di alcune grandinate localizzate, e l’offerta dovrebbe posizionarsi su livelli simili al 2025, dunque su circa 358.000 tonnellate.
In Francia le stime preliminari indicano un calo a 143.000 tonnellate (-7% sul 2025) ma saranno da valutare gli effetti dell’ondata di caldo che ha interessato il Paese nei mesi estivi. Flessione stimata anche in Catalogna che concentra la parte predominante delle pere spagnole: prima gelo, temporali e grandine ma più recentemente anche temperature elevate hanno causato limitazioni alle rese unitarie. Le prime stime 2026 indicano un calo a circa 100.000 tonnellate pari al -6% sul non elevato 2025. Oltre all’Italia solo il Portogallo prevede una ripresa dall’offerta per la stagione entrante: il volume dovrebbe risalire oltre le 130.000 tonnellate pari al +13%, nonostante l’azione di alcuni danni da freddo e grandine tardiva.
Parte di queste variazioni sono da imputare anche all’andamento delle superfici. Al calo già citato dell’Italia, troviamo una flessione che prosegue già da diversi anni anche in Spagna, che conta meno di 18.000 ettari complessivi a carico delle pere precoci in parte rimpiazzate da Conference e mandorle, colture ritenute commercialmente più stabili. Flessione che si rileva anche in Portogallo con un potenziale di circa 10.000 ettari complessivi di pera Rocha. Risultano stabili, almeno nell’ultimo quinquennio, le superfici di Belgio e Olanda che nel complesso assommano quasi 21.000 ettari di cui oltre 17.000 ettari sono Conference. In controtendenza le superfici di pere francesi, salite recentemente sopra i 6.200 ettari, di prevalenza William e con recenti impianti di varietà club protette da brevetti commerciali.
Sostenibilità economica e sfide fitosanitarie
Tutti i Paesi segnalano un aumento dei costi di produzione per la pericoltura, in particolare su fertilizzanti e costi legati all’aumento dell’energia. Un altro elemento di criticità che accomuna i diversi produttori europei è la recente difficoltà nel reperimento di manodopera specializzata per le delicate operazioni di potatura e raccolta manuale, unito a un generale e più difficile turnover aziendale, causato dallo scarso ricambio generazionale in agricoltura.
Anno dopo anno la capacità di protezione delle piante diviene più ridotta, in considerazione al progredire delle limitazioni nell’utilizzo di agrofarmaci stabilite dalle normative europee. Questa tendenza si traduce in ridotte alternative tecniche e ciò rende più difficoltoso il controllo e il contenimento di parassiti alieni (come la cimice asiatica) e altre storiche avversità delle piante, tra cui la maculatura bruna e il colpo di fuoco batterico. Se da un lato crescono i costi e dall’altro diminuisce la flessibilità di azione sul piano tecnico, cresce la pressione sulla capacità di fare profitto delle aziende, costrette a operare in un regime di perenne gestione del rischio.
La produttività attesa per questa stagione, se le stime saranno confermate a raccolte ultimate, pone il livello dell’offerta 2026 nei principali paesi europei su un livello simile a quello della scorsa annata.
Questo scenario delinea un volume complessivo non eccedentario a livello comunitario; un fattore che, in un contesto di mercato equilibrato, potrebbe sostenere i prezzi alla produzione e garantire una boccata d'ossigeno per la redditività dei frutticoltori, compensando parzialmente i minori quantitativi raccolti rispetto ai trend storici del passato.






