L’innovazione passa dal vivaismo

vivaismo tropicali
Il settore vivaistico rappresenta uno snodo strategico della filiera frutticola perchè guida l’imprenditore nella scelta di specie, varietà e di combinazioni portinnesto/nesto dalle quali può dipendere il successo agronomico della coltura. Ciò è particolarmente vero per tutte quelle specie che si diffondono in nuovi contesti (come i fruttiferi subtropicali) e per le quali vi è un fabbisogno di conoscenza molto elevato. Civi-Italia e Soi saranno protagonisti della Plant Nursery Area

Il settore vivaistico rappresenta uno snodo centrale lungo la filiera con una offerta che lungi dall’offrire “semplici piante” è sempre più in grado di accompagnare l’imprenditore nella scelta di specie, varietà e di combinazioni portinnesto/nesto, dalle quali può dipendere il successo agronomico della coltura. Ciò è particolarmente vero per tutte quelle specie che si diffondono in nuovi contesti (il caso dei fruttiferi subtropicali) e per le quali vi è un fabbisogno di conoscenza molto elevato.

Vi è grande attesa quindi per la quarta edizione della Plant Nursery Area a Macfrut 2026, a sottolineare il ruolo strategico che le produzioni vivaistiche, in stretto raccordo con l’innovazione che proviene dalla applicazione della ricerca genetica, sono in grado di promuovere.

Saranno la Società di Ortoflorofrutticoltura Italiana (SOI) e il Centro Interprofessionale per le attività vivaistiche tra associazioni vivaistiche e unioni dei produttori nazionali (CIVI-Italia) i protagonisti degli eventi che si terranno nell'ambito del Salone dedicato all’innovazione della filiera vivaistica, punto di incontro e hub di scambio per tutti i protagonisti della filiera vivaistica: breeders, vivaisti, produttori, tecnici e ricercatori.

Ben 4 gli appuntamenti previsti con un focus centrale strettamente legato alle specie frutticole di origine tropicale e subtropicale con il coordinamento del Gruppo di Lavoro “Fruttiferi tropicali e subtropicali” della SOI, coordinato da Vittorio Farina dell’Università di Palermo. Oltre a questo, ricercatori e tecnici avranno modo di confrontarsi su altre tre tematiche che riguardano il vivaismo biologico, i portinnesti e l’innovazione in orticoltura, le privative vegetali.

Le prospettive per le specie tropicali

Nel panorama nazionale, la frutticoltura tropicale rappresenta un comparto ancora relativamente giovane ma in rapida espansione. Negli ultimi anni, diverse aree del Sud Italia hanno avviato coltivazioni di avocado e mango. Tuttavia, è la Sicilia a distinguersi come principale polo produttivo, grazie a condizioni pedoclimatiche particolarmente favorevoli, a un sistema di competenze tecnico-scientifiche più consolidato ed a una lunga tradizione colturale e culturale aperta all’introduzione di nuove specie vegetali.

Oggi è proprio il cambiamento climatico a giocare un ruolo chiave: l’aumento delle temperature medie e inverni più miti hanno reso possibile la coltivazione di specie di provenienza tropicale, soprattutto nelle aree costiere tirreniche e ioniche. Allo stesso tempo, fenomeni estremi rappresentano nuove criticità da gestire.

Parallelamente, la domanda di frutta tropicale è in forte crescita in Europa, trainata da nuove abitudini alimentari e dalla percezione salutistica di questi frutti con un incremento significativo delle importazioni, della produzione nazionale e delle esportazioni di frutta tropicale “Made in Italy” con conseguente aumento delle superfici coltivate. In questo contesto, la Sicilia si configura come il principale hub nazionale della frutticoltura tropicale.

I numeri della frutticoltura tropicale in Italia

Negli ultimi anni la frutticoltura tropicale in Italia ha registrato una crescita molto rapida, con superfici che, secondo Coldiretti, hanno superato i 1.200 ettari, di cui la quota prevalente localizzata in Sicilia. In meno di un decennio si è passati da poche decine di ettari a circa 500 ha nel 2019 fino agli attuali valori, evidenziando un trend di crescita superiore al +100% grazie anche all’ingresso di nuovi investitori e fondi di investimento, attratti dall’elevata redditività potenziale di queste colture e dalla crescente domanda di mercato.

La produzione nazionale resta ancora limitata, con circa 1–2 milioni di kg di avocado e 300–500 mila kg di mango, a fronte di una domanda molto più elevata (Il Sole 24 Ore). Questo squilibrio è colmato dalle importazioni, che superano i 40–50 milioni di kg di avocado e diversi milioni di kg di mango, confermando la forte dipendenza dall’estero (ISMEA; Il Sole 24 Ore). In questo contesto, la produzione siciliana si inserisce in una nicchia ad alto valore aggiunto grazie ad una filiera corta, alla possibilità di raccolta ‘tree ripe’, ossia lasciando il frutto sulla pianta fino alla maturazione naturale ed a una attenzione alla sostenibilità ambientale.

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Tra consolidamento e innovazione

Oltre alla Sicilia, la frutticoltura tropicale sta trovando crescente diffusione anche in altre regioni del Sud Italia, sebbene con superfici ancora più limitate e un livello di strutturazione inferiore. In Calabria, dove esiste una coltura specializzata di annona, in particolare lungo la fascia tirrenica, si stanno affermando coltivazioni di avocado e mango, favorite da condizioni climatiche simili a quelle siciliane. Anche in Puglia, soprattutto nelle aree costiere salentine e ioniche, in Campania, nelle zone costiere del casertano e del salernitano e in Sardegna, in particolare nelle aree meridionali e occidentali, si registrano esperienze in espansione su avocado e mango. In Sicilia, la frutticoltura tropicale si caratterizza per una combinazione dinamica tra specie ormai consolidate, come mango e avocado, alle quali fanno da corollario papaia (in coltura protetta), litchi, fruttiferi considerati “minori” (banano, passiflora, annona, pitaya, pecan e macadamia) e nuove colture, ancora poco diffuse ma altamente simboliche della cosiddetta “tropicalizzazione” dell’agricoltura siciliana come il caffè.

Principali risultati della ricerca in Italia

Le attività di ricerca condotte negli ultimi anni in particolare in Sicilia hanno avuto come obiettivo principale quello di comprendere come le specie tropicali e subtropicali reagiscano al clima mediterraneo e di mettere a punto tecniche colturali, criteri di raccolta e strategie post-raccolta adatte alle condizioni dell’isola. Nel corso del “Tropical Fruit Congress” in programma per il 22 aprile, si confronteranno molti dei ricercatori che in Italia e all’estero negli ultimi anni hanno contribuito al raggiungimento di risultati importanti per le diverse specie.

Mango

Tra queste, il mango, per il quale la ricerca ha mostrato con chiarezza che il principale fattore limitante in ambiente mediterraneo è la temperatura, che influenza direttamente adattamento, fenologia, crescita del frutto e qualità finale. Le basse temperature invernali possono danneggiare gemme, germogli e giovani piante, mentre eventi di caldo eccessivo o venti di scirocco possono compromettere la produzione non solo in funzione dell’intensità dell’evento climatico, ma anche della cultivar e dello stadio fenologico raggiunto dalla pianta. Frangivento, coperture con tessuto non tessuto, allevamento in serra fredda, reti ombreggianti e, più recentemente, reti fotoselettive multifunzionali (di differente colore e grado di ombreggiamento) si sono dimostrati utili sia per limitare i danni da freddo sia per mitigare gli effetti di alte temperature e radiazione solare eccessiva, riducendo scottature, stress termico e fotoinibizione. Sono inoltre studiati sistemi di impianto superintensivi a sesto dinamico, così come gli effetti di baulatura e pacciamatura sulla temperatura e sull’umidità del suolo. Parallelamente, sono state approfondite le dinamiche di crescita del frutto con importanti ricadute pratiche sulla programmazione di irrigazione e di nutrizione. Le ricerche riguardano anche il momento ottimale di raccolta, confermando che i frutti raccolti a maturazione più avanzata sull’albero (tree-ripe, mature-ripe) presentano generalmente migliori caratteristiche sensoriali e nutraceutiche rispetto a quelli raccolti verdi e fatti maturare dopo. Sono state sperimentate diverse strategie di conservazione, tra cui refrigerazione controllata, trattamento con inibitori dell’etilene come l’1-Metilciclopropene (1-MCP), confezionamento in atmosfera modificata (MAP) e applicazione di edible coatings con composti antimicrobici e antiossidanti, come olio essenziale di neem e l'idrossipropilmetilcellulosa (HPMC), efficaci nel ridurre perdita di peso, imbrunimento enzimatico e sviluppo microbico nel mango di IV gamma.

Avocado

Nel corso del workshop saranno presentati risultati anche sull’avocado, specie per la quale la sperimentazione si concentra sull’interazione tra genotipo e ambiente, sulla scelta degli areali, sulla gestione dell’impianto e sulla qualità del frutto. Gli studi confermano che la coltura trova risultati ottimali nelle fasce costiere ioniche e tirreniche della Sicilia, dove il clima mite e la disponibilità idrica consentono buone performance vegeto-produttive. Sono in corso anche studi su cultivar, portinnesti e densità d’impianto. Accanto alla diffusione quasi dominante della cultivar Hass, sono state valutate anche Bacon, Fuerte, Zutano, Pinkerton, Reed, Lamb Hass e altre cultivar utili sia per l’impollinazione incrociata sia per ampliare il calendario di raccolta. In parallelo, sono stati studiati impianti a diversa densità, inclusi sistemi intensivi e sesto dinamico, con l’obiettivo di accelerare l’entrata in produzione, migliorare la resa per ettaro e mantenere sotto controllo i costi di raccolta e potatura anche attraverso valutazioni sugli effetti di portinnesti da seme e clonali sulle performance vegetative, produttive e qualitative.

Per l’avocado sono state inoltre approfonditi i meccanismi che stanno alla base della cascola dei frutti, la biologia fiorale, l’impollinazione tra cultivar di tipo A e B e la possibilità di incrementare l’allegagione anche con supporto entomofilo. Sul fronte qualitativo, diverse ricerche hanno riguardato il profilo polifenolico, la composizione lipidica, l’evoluzione della maturazione e il valore nutrizionale dei frutti siciliani. Molto interessante, in chiave divulgativa e di mercato, è anche il confronto tra avocado “born in Sicily” e avocado importati.

Un altro ambito centrale comune a mango e avocado è quello della gestione irrigua, particolarmente delicato per una specie spesso percepita come idroesigente. Le ricerche più recenti puntano a definire i reali fabbisogni idrici di mango e avocado in ambiente mediterraneo, a testare irrigazione deficitaria controllata e a valutare l’impiego di sensoristica e sistemi di monitoraggio suolo-pianta-atmosfera. Sono stati condotti anche studi sull’uso di acque saline nel mango e sulla sostenibilità dell’irrigazione di precisione per entrambe le specie.

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Papaia

Spazio sarà riservato anche alla papaia, specie che nel nostro Paese può essere coltivata con risultati soddisfacenti quasi esclusivamente in ambiente protetto, in serra fredda nelle aree costiere più miti. Il principale limite è rappresentato dalle basse temperature invernali, che possono danneggiare foglie, fusto, apice vegetativo e frutticini, compromettendo la struttura della pianta e la continuità produttiva. Le sperimentazioni si sono concentrate sulla selezione varietale, sulla propagazione, sulla gestione della serra e sul corretto equilibrio tra vegetazione e fruttificazione. Dal punto di vista qualitativo, i risultati sono molto interessanti: i frutti coltivati in Sicilia hanno mostrato caratteristiche fisico-chimiche, sensoriali e nutraceutiche comparabili a quelli provenienti da ambienti tropicali. Le ricerche sul post-raccolta della papaia hanno interessato sia il frutto intero che la IV gamma in relazione all’impiego di oli essenziali, idrolati, gel di aloe ed edible coatings, finalizzati a ridurre le alterazioni fisiologiche e microbiologiche e a contenere patogeni post-raccolta, come l’antracnosi.

Litchi

Nel caso del litchi, in Sicilia sono state valutate diverse cultivar, tra cui Tai So, Wai Chee, Brewster e Kwai Mai, che hanno mostrato rese e qualità del frutto estremamente interessanti. La criticità principale riguarda il rapido decadimento post-raccolta, con imbrunimento della buccia e disidratazione, che riducono fortemente l’attrattività commerciale. Per questo motivo sono stati testati sistemi di conservazione refrigerata e packaging, con risultati utili a rallentare il decadimento qualitativo.

Parallelamente, più di recente sono stati affrontati anche gli aspetti fitosanitari delle colture tropicali e, in questo contesto, la ricerca si sta orientando verso approcci di difesa integrata e sostenibile, privilegiando strategie a basso impatto ambientale mantenendo alta l’attenzione verso le problematiche fitosanitarie emergenti o di nuova introduzione. Attenzione viene rivolta anche alla qualità del materiale vivaistico nella consapevolezza che il vivaismo rappresenta uno snodo fondamentale di innovazioni per un settore giovane e per il quale la qualità del materiale di propagazione può essere decisiva.

Il punto a Macfrut

L’evento in programma a Macfrut farà il punto su uno dei comparti più dinamici e innovativi dell’agricoltura mediterranea, che si confronta con gli scenari del cambiamento climatico, nuove opportunità di mercato e avanzamento delle conoscenze scientifiche. La crescita delle superfici, l’ingresso di nuovi investitori e il consolidamento delle filiere testimoniano un settore in rapida evoluzione, che richiede però elevata competenza tecnica, gestione sostenibile delle risorse e continuo supporto della ricerca. Su questi temi il dibattito si preannunzia molto interessante.


Tea e proprietà intellettuale

La Plant Nursery Area ospiterà anche una nuova riflessione sulla tutela dell’innovazione varietale attraverso le privative vegetali alla luce delle novità che riguardano la regolamentazione delle nuove tecniche di miglioramento genetico. L’incontro, mira a far confrontare tra loro le esperienze di breeders e vivaisti dei settori orticolo e frutticolo e prevede l’intervento di Francesco Mattina, Presidente del Community Plant Variety Office (CPVO), l’Ente che da oltre trent’anni gestisce la tutela delle varietà vegetale con il compito di proteggere i diritti dei breeder. Oggi alla luce dell’imminente disponibilità di varietà migliorate attraverso le Tecniche di Evoluzione Assistita, breeders, vivaisti ed operatori si interrogano su quali possano essere i percorsi di tutela per varietà modificate per singoli tratti. Il recente accordo definito in ambito europeo apre nuovi scenari dopo un lungo periodi di stasi a seguito della moratoria sugli OGM. È un accordo che andrà rifinito dal punto di vista legislativo ma che chiarisce che le piante ottenute tramite TEA saranno distinte in piante di categoria 1 e piante di categoria 2. In particolare per questa seconda categoria il processo di valutazione sarebbe sostanzialmente analogo a quello di altre varietà migliorate e consente quindi un imminente rilascio aprendo la porta all’introduzione nel nostro sistema agricolo di importanti innovazioni alle quali guardano con favore anche le associazioni di produttori e le organizzazioni di categoria, consapevoli che lo sviluppo di varietà più resistenti a patogeni e parassiti o più tolleranti a determinati stress di natura abiotica rappresenta una grande opportunità. Ciò soprattutto perché consente di migliorare le cultivar tradizionali senza alterare l’identità genetica, spesso elitaria, e la relativa tipicità.

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Vivaismo biologico di specie frutticole e orticole

I recenti dati presentati dall’Osservatorio SANA a Bologna nell’ambito dell’ultima omonima manifestazione fieristica, indicano che le vendite di prodotti Bio in Italia hanno raggiunto un valore di 6,9 milioni di euro; di questi, frutta e ortaggi rappresentano rispettivamente il 25 ed il 20% del totale.

Dati che lasciano immaginare ad una filiera ben strutturata, che però in realtà mascherano alcune pesanti criticità, come nel caso del settore vivaistico specializzato.

Com’è noto, chi si appresta ad avviare un frutteto bio, è obbligato a consultare sulla piattaforma del SIAN (Sistema Informativo Agricolo Nazionale), la Banca Dati Sementi Biologiche (BDS) che dal 2019 è lo strumento di riferimento per la gestione delle deroghe in agricoltura biologica per i materiali di propagazione dei fruttiferi. Diversa è la situazione per gli ortaggi, laddove l’agricoltore deve semplicemente rivolgersi ad un vivaista e richiedere piantine bio.

Una recente consultazione per i materiali di propagazione delle piante da frutto sull’apposito sito rileva quanto segue.

Totale varietà registrate N. vivai Ubicazione

(Regione)

Specie propagate n. varietà propagate
7.038 11 5 25 106

Fonte: Banca dati sementi Biologiche del SIAN (data consultazione dicembre 2025)

Nello specifico, l’offerta di piante da frutto è concentrata in solo 4 vivai:

  • 1 in Emilia Romagna che offre Ciliegio (9 cv), Pesco (4cv), portinnesti di Cotogno (3 cv), Melo (11cv) e Pero (5 cv);
  • 1 in Sicilia per il Mandorlo (1 cv)
  • 2 in Piemonte che offrono Nocciolo (7 cv)

Per l’Olivo c’è maggior offerta in quanto i vivai coinvolti sono 8:

  • 2 in Calabria che propagano 10 cv
  • 2 in Sicilia che propagano 20 cv
  • 4 in Toscana che propagano 47 cv

Risulta evidente l’insufficienza di materiali di propagazione disponibili per le coltivazioni BIO ed il continuo ricorso allo strumento della deroga per l’utilizzo di materiali prodotti in regime di agricoltura convenzionale. Da segnalare che per i fruttiferi non viene specificato il portinnesto utilizzato, con la conseguente difficoltà da parte degli utilizzatori di una scelta oculata nel rispetto di principi agronomici e di buona pratica agricola in relazione alla vocazionalità dei terreni dove sorgerà il nuovo frutteto.

Affianco a questi aspetti, c’è da fugare ogni dubbio sui requisiti fondamentali ed obbligatori che i materiali di propagazione devono rispettare, valendo queste norme anche per le piante prodotte con il metodo biologico.

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Infatti, tutte le specie da frutto sono sottoposte a norme obbligatorie che regolamentano la produzione vivaistica e la commercializzazione dei materiali di propagazione vegetale, che sono:

  • Iscrizione al Registro Nazionale: Per poter essere propagati e commercializzati, i materiali di propagazione devono appartenere a varietà iscritte nel Registro nazionale delle varietà di piante da frutto del Masaf.
  • CAC (Conformitas Agraria Communitatis): Requisiti minimi di qualità per gli aspetti fitosanitari e di corrispondenza varietale relativi al sito e luogo di produzione, al fine di limitare la presenza degli ORNQ (Organismi nocivi regolamentati non da quarantena).
  • Passaporto delle piante UE: Documento ufficiale relativo agli ONQ (Organismi nocivi di quarantena) che consente la movimentazione di vegetali o parti di essi all’interno dell’UE e comprova l’adempimento alle prescrizioni fitosanitarie in vigore relative alla loro produzione; documento accordato e rilasciato esclusivamente da Operatori Professionali (= vivaisti) preventivamente autorizzati dai Servizi Fitosanitari competenti.

Queste problematiche, trattate da diversi attori della filiera – istituzioni, associazioni di rappresentanza, vivaisti e produttori, saranno affrontate nel corso del workshop er condividere iniziative ed azioni rivolte a proporre soluzioni per la risoluzione delle criticità evidenziate, che sono al centro di una specifica task del Progetto nazionale sementi biologiche (PNSB) che il CREA sta sviluppando.


Orticoltura: il ruolo del breeding e del vivaismo

L’innesto erbaceo rappresenta oggi uno degli strumenti più efficaci per garantire elevate produzioni e standard qualitativi adeguati alla commercializzazione, in particolare per specie e varietà sensibili agli stress biotici e abiotici che colpiscono l’apparato radicale. Nel tempo, questa tecnica si è evoluta da soluzione fitosanitaria a vera e propria leva agronomica strategica, capace di rispondere alle nuove esigenze dell’orticoltura intensiva.

A livello internazionale, l’adozione dell’innesto è in costante crescita: si stima che tra il 20 e il 40% della produzione mondiale di pomodoro derivi da piante innestate, con punte prossime al 100% nei sistemi fuori suolo e una diffusione ormai consolidata in diversi Paesi europei e asiatici. Anche nell’area mediterranea, e in Italia in particolare, l’innesto rappresenta una pratica sempre più diffusa nelle colture orticole ad alto valore, soprattutto in ambiente protetto.

Integrato con le più recenti innovazioni nel miglioramento genetico e nelle biotecnologie, l’innesto consente infatti di aumentare la resilienza delle colture, migliorando l’efficienza nell’assorbimento idrico e nutrizionale e contribuendo alla stabilità produttiva anche in condizioni ambientali limitanti. In particolare, l’impiego di portinnesti tolleranti permette di ottimizzare l’uso dell’acqua, sostenere l’attività fotosintetica e rafforzare i meccanismi fisiologici e biochimici di risposta agli stress, riducendo gli effetti negativi di siccità e altri fattori ambientali. In un contesto segnato da cambiamenti climatici e crescente scarsità di risorse, si configura quindi come una soluzione concreta per un’agricoltura più sostenibile e a ridotto impatto ambientale.

Il workshop “Innesto e innovazione in orticoltura: dall’editing del genoma al campo”, in programma al Macfrut 2026, metterà a confronto le più recenti acquisizioni scientifiche con le applicazioni pratiche di campo, approfondendo il contributo delle nuove biotecnologie, della fisiologia vegetale e delle tecniche agronomiche avanzate nello sviluppo di sistemi produttivi più efficienti e resilienti. Particolare attenzione sarà dedicata al ruolo dell’interazione portinnesto/nesto nella regolazione della crescita, dell’efficienza d’uso delle risorse e della qualità delle produzioni.

Relatori di livello internazionale provenienti dal mondo della ricerca e della sperimentazione, insieme a rappresentanti del settore produttivo, offriranno un’occasione di confronto diretto tra innovazione e applicazione, con l’obiettivo di fornire strumenti concreti per affrontare le sfide future dell’orticoltura.

L’innovazione passa dal vivaismo - Ultima modifica: 2026-04-01T10:18:51+02:00 da Sara Vitali

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