Fragolicoltura italiana alti e bassi nel contesto europeo

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Concentrata soprattutto nelle regioni del Sud, la fragolicoltura italiana fatica talvolta a trovare una sua dimensione in uno scenario europeo dove la Spagna è ancora dominante e alcuni Paesi del Nord stanno incrementando l’offerta interna, riducendo progressivamente l’importazione dai Paesi mediterranei.

Nel 2018 la fragolicoltura italiana, dopo due anni di progressivi incrementi che avevano segnato rispettivamente un +4 e un +3% rispetto ai precedenti, conferma a livello nazionale gli investimenti dello scorso anno, con oltre 3.600 ha. Questi sono i risultati della recente indagine condotta da CSO Italy sulla consistenza delle superfici coltivate a fragola in coltura specializzata.
L’83% della superficie nazionale riguarda impianti in coltura protetta e il rimanente 17% fragoleti in pieno campo; in lieve calo gli investimenti in serra, -1% rispetto all’anno precedente, a fronte di un aumento del 7% della coltivazione in campo aperto.
Nelle aree del Sud del Paese è concentrato quasi il 70% della fragolicoltura italiana. Il maggior impulso alla coltivazione avvenuto nel recentissimo passato è stato dato infatti proprio da questo areale, in particolare da due regioni, Basilicata e Campania. In Basilicata la coltivazione ha avuto un’espansione progressiva nel giro di pochi anni: da una media di investimenti inferiore ai 500 ha fino al 2011, la superficie è salita fino a circa 600 ha tra il 2012 e il 2014 e oggi si avvicina ai 900 ha. In Campania la fragolicoltura, al di là di qualche oscillazione annuale, ha mantenuto la posizione negli anni, con investimenti attorno agli 850 ha.
Nel 2018, in particolare la regione Basilicata, con circa 870 ha evidenzia una contrazione del 3% rispetto alla superficie dell’annata scorsa, mentre la Campania, con oltre 850 ha, rimane stabile rispetto al 2017.
In calo, al contrario, la fragolicoltura al Nord, che oggi concentra circa il 30% degli investimenti nazionali, contro il 35-36% di qualche anno fa. In questo caso, in termini di estensione, è il Veneto che conduce la classifica delle principali regioni, con investimenti che però hanno subito una progressiva riduzione e oggi contano circa 300 ha. Segue poi l’Emilia-Romagna con superfici in forte ridimensionamento negli anni passati e che recentemente sembrano stabilizzate sui 250 ha. Il Veneto, con circa 300 ha, scende del 4% sul 2017, mentre è in ripresa del 4% la coltivazione in Emilia-Romagna. Tra le altre regioni si registra un +2% in Piemonte, costante il Trentino-Alto Adige, in deciso calo la Calabria.
La distribuzione varietale
Anche per il 2018 si confermano in alcune aree varietà che stanno diventando sempre più tipiche non solo della specie, ma del territorio. È il caso della Basilicata dove si conferma una forte concentrazione della fragolicoltura sulla varietà Sabrosa Candonga®, che rappresenta in regione circa l’80% del totale. È il caso anche della Campania, dove Sabrina si conferma la principale varietà in ordine di importanza con oltre il 50% del totale.
Sicuramente più diversificato, al contrario, il panorama varietale, in altri bacini produttivi. In Emilia-Romagna, ad esempio, Sibilla e Clery che sono le prime varietà in termini di consistenza, ma pesano ciascuna solo per il 14% del totale; a seguire Joly è stabile all’11%. In Veneto la varietà Aprica sembra concentrare quasi il 20% del totale, seguita da Garda al 13%; per entrambe c’è un incremento rispetto allo scorso anno; al terzo posto Eva scende al 12%.
I consumi di fragola in Italia
La recente crescita e/o tenuta delle superfici è sicuramente frutto di un generale, buon andamento commerciale. Gli acquisti al dettaglio di fragole in Italia, infatti, sono progressivamente aumentati: negli ultimi 10 anni sono saliti da circa 70.000 a 89.000 t, segnando quindi un incremento del 28%. È stato un incremento costante, tipico anche del periodo più nero per il consumo di ortofrutta in Italia, almeno fino al 2013, rappresentando così una bella eccezione all’andamento generale.
Le fragole in questi anni hanno fatto parte di quel paniere di prodotti che hanno saputo parlare al consumatore attraverso l’innovazione, la qualità e il legame con il territorio. In particolare, nel 2017 i consumi sono aumentati di un ulteriore 1% rispetto all’anno precedente.
Soprattutto negli ultimi due anni è aumentata la penetrazione e cioè la percentuale di famiglie che in Italia acquista il prodotto almeno una volta nel corso dell’anno, che nel 2017 si è portata all’82% del totale. Stabile invece sembra il consumo medio annuo per famiglia acquirente, attorno ai 4,2 kg/famiglia.
La Grande Distribuzione rappresenta mediamente il 66% del totale, mettendo in luce un forte incremento, che però si ferma a diversi anni fa. Oggi le quote sembrano stabilizzarsi e all’interno della categoria sono i discount ad assumere un sempre maggiore peso, a svantaggio degli ipermercati. La quota di mercato dei discount nel 2017 ha raggiunto il 15%, contro il 12 degli ipermercati; mentre i supermercati si fermano al 38% del totale, in lieve calo rispetto all’anno precedente.
Al di fuori della Gdo, importante è la crescita di interesse verso il dettaglio specializzato, i cosiddetti “fruttivendoli”, che dopo anni di crisi sembrano riprendere quota concentrando oggi il 17% del totale. Tutto questo a giustificazione del fatto che parallelamente alla necessità di contenere la spesa e quindi di rivolgersi ai discount, c’è una fetta importante di consumatori alla ricerca della migliore qualità di prodotto e di servizio.
Il commercio estero italiano
Sul fronte delle esportazioni, i volumi, a seconda della disponibilità, oscillano attorno a 15-16.000 t annuali; in particolare, nel 2017 le esportazioni di fragole italiane, con quasi 15.500 t, hanno segnato un +7% rispetto al 2016.
Il valore dell’export, in funzione non solo dei volumi, ma anche del prezzo medio, è andato diminuendo anch’esso fino al 2015, per poi crescere progressivamente: nel 2017 con circa 38 milioni di euro; il valore delle fragole esportate è cresciuto del 4%.
Il 90% del totale delle esportazioni italiane è indirizzato verso i Paesi dell’Ue (28), all’interno della quale trovano collocazione soprattutto in Germania, seguita a distanza dall’Austria.
Con quantitativi così contenuti, difficile ritrovare un trend chiaro. Nel 2017, dopo anni di stabilità, cresce l’export verso la Germania, che con circa 6.500 t segna un +13% sul 2016 e una rappresentatività che sale al 42% del totale. Le spedizioni dirette in Austria, con 3.250 t, nel 2017 hanno rappresentato poco più del 20% del totale, con volumi simili alla scorsa campagna. Seguono a distanza Slovenia, con il 6% del totale, in lieve flessione sulla campagna precedente, Croazia e Regno Unito al 4% (la prima denota un calo del 9% sul 2016, mentre verso il Regno Unito le spedizioni dell’ultima stagione sono cresciute del 16%).
L’export verso la Svizzera, con il 10% del totale, attorno a 1.500 t, nel 2017 è apparso in calo rispetto ai quantitativi inviati nel 2016 ed anche rispetto agli anni passati.
Negli ultimi anni sembra scendere anche la quota di fragole estere in arrivo in Italia. Nel 2017, in particolare, l’import di fragole si è attestato su circa 32.000 t complessive, il 7% in meno rispetto al 2016, tra i quantitativi più bassi degli ultimi 10 anni. Il valore, al contrario, con oltre 68 milioni di euro, registra un lieve aumento (+3%) sull’annata precedente, risultato di un prezzo medio che con 2,12 €/kg è salito dell’11%.
Il principale Paese fornitore è la Spagna che concorre a quasi l’80% di tutto l’import italiano del prodotto, anche se negli ultimi due anni le spedizioni sono state inferiori, frutto anche di minori investimenti a fragole a Huelva. Circa 3.000 t sono in arrivo dalla Francia, ma in questo caso è da verificare se si tratta in parte di prodotto triangolato. Anche le importazioni dalla Germania sono state più contenute rispetto al 2016, con una rappresentatività ferma al 5% del totale.
Uno sguardo agli altri Paesi produttori europei
La Spagna è il più grande Paese produttore ed esportatore di fragole dell’Europa. La produzione iberica, infatti, è in grado di avvicinarsi alle 390.000 t. Nel 2018 le stime parlano di circa 6.800 ha investiti a fragole nella zona di Huelva, di gran lunga la più importante della Spagna. La principale varietà coltivata é Fortuna, al 50% circa del totale, seguita a distanza da altre cultivar come Rabida, Primoris, Rociera, Sabrina, San Andrea.
Nel 2017 la Spagna ha avviato all’esportazione circa 300.000 t di prodotto, destinate quasi esclusivamente ai Paesi dell’Ue. Spicca come principale destinazione la Germania che assorbe quote pari mediamente a oltre il 30% del totale esportato, circa 92.000 t nel 2017, in lieve diminuzione. Seguono poi la Francia, con oltre 50.000 t di prodotto, il Regno Unito con circa 35.0000 t e, al quarto posto, proprio l’Italia con importazioni di fragole spagnole che nel 2017 si sono avvicinate alle 30.000 t.
La Germania è un importante Paese produttore di fragole che ha visto superfici in crescita fino a qualche anno fa, toccando nel 2013 quota 15.600 ha. Recentemente gli investimenti sono scesi su circa 14.000 ha. Le rese medie per ettaro sono abbastanza contenute e così questa superficie sviluppa volumi mediamene sulle 150.000 t annuali e comunque in calo nelle ultime due stagioni.
L’importanza di questo Paese risiede principalmente nel fatto che è il principale polo di destinazione dell’export italiano e pertanto il livello dell’offerta interna va ad incidere più o meno negativamente sulle nostre movimentazioni. A differenza della Spagna, infatti, l’export della Germania è molto limitato e peraltro in calo. Nel 2017 il Paese ha esportato circa 11.000 t di prodotto, contro le 13.000 dell’anno prima e le 19.000 del 2015. Più interessante è invece valutare l’import che negli ultimi tre anni si è posizionato su circa 110.000 t, di provenienza soprattutto spagnola, oltre il 70% del totale, anche se la quota sembra in calo proprio nel 2017.

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