Ridimensionamento e ripresa, obiettivo possibile per la peschicoltura

peschicoltura
Pesche al mercato

La campagna peschicola 2017 non è iniziata sotto i migliori auspici a causa di una maggiore produzione europea rispetto allo scorso anno, di un forte anticipo di maturazione, da 7 a 10 giorni, che ha coinciso con un clima fresco che, notoriamente, non favorisce il consumo delle pesche, nonché della maggiore concorrenza delle albicocche la cui produzione europea è ugualmente in anticipo e molto superiore a quella del 2016.
Oltre che all’anticipo stagionale, l’aumento della produzione precoce è dovuto agli impianti degli ultimi anni che, soprattutto in Spagna, hanno privilegiato le cultivar precocissime a basso fabbisogno in freddo che hanno consentito, a lungo, prezzi remunerativi ai produttori. In condizioni di offerta elevata e clima non favorevole ha certamente inciso negativamente anche la modesta qualità gustativa, quando non negativa, delle pesche precocissime in genere. Il caldo estivo e la conferma della ripresa economica attenueranno le difficoltà iniziali, ma la situazione di crisi del comparto che si ripete da oltre un decennio sembra destinata a continuare.
I motivi della crisi sono stati analizzati e discussi ripetutamente e approfonditamente e sono noti. Da anni la produzione europea è superiore alla domanda, nonostante la forte diminuzione delle superfici coltivate in Francia e Italia, compensata dall’aumento della peschicoltura spagnola e il recupero di quella greca dopo il drastico ridimensionamento dovuto alle difficoltà delle percoche da industria e alla diffusione del virus della Sharka. Da un decennio i consumi di frutta in Europa sono stabili, ma quello delle pesche è complessivamente in calo, sostituito da altra frutta estiva (albicocche, ciliegie, susine, piccoli frutti, meloni, angurie, uva da tavola), da frutta proveniente dall’emisfero australe (kiwi, agrumi, pere) e frutta tropicale (banane, ananas, mango, avocado). I costi di produzione italiani, soprattutto in Emilia-Romagna, sono più alti rispetto a quelli della concorrenza spagnola e greca; in aggiunta, la frammentazione e la disorganizzazione dell’offerta, perduranti nonostante lodevoli iniziative di aggregazione degli ultimi anni, aggravano la situazione.
La crisi economica, di cui solo da pochi mesi si registra la fine, ha negativamente pesato sui consumi di frutta. La ripresa dell’economia, comunque, non ha ancora consentito di riportare i redditi dei vari Paesi europei ai livelli pre-crisi. Le sanzioni alla Russia, con la conseguente chiusura dell’esportazione verso un mercato che era in costante crescita, hanno ulteriormente aggravato il problema, con ripercussioni negative che continueranno anche dopo la fine delle sanzioni; l’intensificazione degli investimenti frutticoli della Russia e il consolidamento delle esportazioni turche, escluse dalle sanzioni, sostituiranno in buona parte le esportazioni europee.
Anche le soluzioni per l’uscita dall’emergenza permanente sono state analizzate e discusse in decine di convegni, incontri, seminari, tavole rotonde e, tutte, concordano su un certo numero di punti. L’offerta, oggi eccessiva, va adeguata alla domanda. La selezione dei produttori sta avvenendo in modo “naturale” con l’abbandono, soprattutto in Italia, delle aziende non competitive per ragioni tecnico-organizzative (dimensioni aziendali, mancanza di continuità della conduzione familiare) e ambientali (avversità abiotiche e biotiche). La drastica riduzione delle superfici coltivate a pesco, in particolare in Veneto, è iniziata con la diffusione della Sharka alla fine degli anni ’90, prima imposta dalla legge con l’estirpazione delle piante infette, poi proseguita dai peschicoltori sia per i suddetti motivi fitosanitari, sia per l’aggravarsi della crisi del comparto.
Il recupero dei consumi o, almeno, l’arresto del loro calo si può ottenere migliorando la qualità delle pesche in vendita e promuovendo una migliore conoscenza, presso i consumatori, delle caratteristiche pomologiche intrinseche (tipologia del sapore – subacido e acidulo – tipologia della polpa – deliquescente-fondente e croccante-non fondente). Negli anni più recenti il problema qualità è diventato ancora più complicato a causa della moltiplicazione delle tipologie commerciali: pesche, nettarine, percoche, polpa gialla, bianca, sanguigna, polpa fondente, non fondente, “stoney hard”, forma rotonda e piatta, intensità ad estensione del sovraccolore rosso della buccia (che rende più difficile l’individuazione del giusto grado di maturazione al momento della raccolta). A favore di un recupero dei consumi, almeno sui mercati interni, gravano i fattori stagionalità, il prodotto locale e le cultivar tradizionali, il prodotto biologico, la salubrità (componenti antiossidanti), la cui importanza è destinata ad aumentare. La promozione della frutta nelle scuole e nei luoghi di vacanza è un investimento positivo (purché si utilizzino frutti italiani di prima scelta e non frutti importati o di scarto perché meno costosi), così come è positivo l’aumento dei consumi della frutta di IV gamma che, d’estate, può valorizzare anche le pesche e le nettarine.
È necessario aumentare il potere contrattuale dei frutticoltori nei confronti della Gdo proseguendo in modo più convinto e deciso verso l’aggregazione dei produttori, senza illudersi che ciò possa risolvere, da sola, il problema dei prezzi alla produzione. Una maggiore aggregazione della produzione porterà ad una maggiore razionalizzazione della scelta varietale e ad una migliore caratterizzazione territoriale, rendendo più facile l’individuazione da parte dei consumatori, italiani e non, della qualità legata al “prodotto made in Italy”.
La ricerca italiana, sostenuta dall’Università, dal Mipaaf, dal Crea e dal Cnr, ha avuto un ruolo fondamentale nell’espansione della frutticoltura nella seconda metà del secolo scorso. Oggi i finanziamenti pubblici sono fortemente ridimensionati rispetto al passato e il confronto con la Spagna dove, invece, il finanziamento pubblico, soprattutto regionale, è considerevolmente aumentato, è mortificante per il nostro Paese. Segnali positivi vengono dal settore privato che finalmente ha cominciato a capire che senza sostegno alla ricerca non c’è innovazione e senza innovazione non c’è competitività.
Nel campo dell’innovazione tecnologica la peschicoltura italiana è in ritardo nel settore della meccanizzazione che, per decenni, è stato un modello esportato in tutti i Paesi peschicoli occidentali. Il diradamento meccanico dei fiori e la potatura meccanica, complementari alle stesse operazioni fatte manualmente, sono poco diffusi, pur essendo operazioni ben collaudate e sicure e che consentono significative riduzione dei costi.
Le produzioni biologiche sono, ovunque nel mondo, in grande espansione e gli italiani sono tra i consumatori più sensibili a questo tipo di prodotto. La coltivazione del pesco in biologico comporta più difficoltà rispetto ad altre specie da frutto; una soluzione tecnica, che in Italia è adottata da decenni anche sul pesco per anticipare la maturazione dei frutti, è la coltura protetta (rete, rete e film) che riduce drasticamente molti dei problemi fitosanitari che normalmente richiedono trattamenti chimici ripetuti.
Un problema fitosanitario non risolvibile è il virus della Sharka che, nonostante sia ancora tra i patogeni da quarantena e la legge preveda l’estirpazione delle piante infette, è presente, più o meno diffusamente, in tutte le regioni italiane. L’impianto fatto con piante esenti da virus, come nel veronese, è da tempo dimostrato che non garantisce affatto la salvaguardia del pescheto dall’infezione; la soluzione è la scelta di cultivar tolleranti o poco sensibili e che, comunque, non manifestino i tipici sintomi sui frutti che comportano due tipi di danno: un deprezzamento estetico e una maggiore sensibilità al deperimento post-raccolta. Non sono rari anche i casi di venditori di prodotti antiparassitari che per ignoranza o in malafede suggeriscono inutili trattamenti chimici per risolvere il problema. Purtroppo le “liste” di orientamento varietale, pubbliche o private, non danno indicazioni circa la sensibilità delle cultivar alla sharka, inducendo i frutticoltori a scelte che possono rivelarsi catastrofiche negli ambienti dove la presenza del virus è diffusa.
Si riporta un elenco di cultivar delle quali si conosce la sensibilità dei frutti alla Sharka; la classificazione è basata sulla bibliografia (in particolare per la meritoria iniziativa del CRPV dell’Emilia-Romagna) e sulla esperienza di tecnici e frutticoltori operanti nei territori dove il virus è presente. Le indicazioni non hanno un valore assoluto a causa della variabilità degli ambienti, della variabilità del virus, della variabilità del clima negli anni (che influisce sulla intensità dei sintomi), ma è una informazione indispensabile per il frutticoltore per una scelta varietale consapevole al fine di ridurre i rischi di insuccesso in tempi in cui gli errori possono essere particolarmente costosi.
Bibliografia

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