La nuova fragolicoltura italiana produce tutto l’anno

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Fragole rifiorenti allevate fuori suolo in Trentino.
Una coltura che si è ormai stabilizzata nel Paese, spostando il baricentro delle superfici dal Nord al Sud. Un assetto pluri-differenziato nelle singole regioni dove l’ambiente, i genotipi e la tecnologia di coltivazione hanno generato specifiche identità, con produzioni di eccellenza, anche destagionalizzate.

a fragolicoltura italiana, dalle stime condotte da CSO Italy, si estende nel 2019 su circa 3.800 ha, segnando un lieve incremento (+1%) rispetto all’anno precedente, a conferma della sostanziale stabilità o lieve incremento evidenziato negli anni più recenti.
Le aree di coltivazione sono caratterizzate da condizioni climatiche piuttosto differenziate, soprattutto fra le zone del Nord e quelle del Sud. Negli ambienti meridionali si concentra oltre il 65% delle superfici, con un trend costantemente in crescita, a conferma di una meridionalizzazione sempre più marcata della fragolicoltura in Italia: dieci anni fa, la fragolicoltura del Sud rappresentava il 57-58% di quella totale. In questi areali, la protezione della coltura con diverse tipologie di tunnel e serre interessa la quasi totalità degli impianti, con circa il 95% del totale.
La coltura protetta non ha sempre e solo lo scopo di “anticipare” la maturazione, ma si è diffusa anche nelle aree settentrionali allo scopo di proteggere la specie dalle intemperie (pioggia e grandine) che possono compromettere l’intero raccolto. Si sono diffuse protezioni della coltura “ad ombrello” messe in opera in concomitanza della fioritura, finalizzate a proteggere e non ad anticipare la produzione. In queste regioni, quasi il 70% della fragolicoltura specializzata è in coltura protetta.
Le varie tecniche di coltivazione e le differenti varietà consentono una produzione nazionale estesa a 12 mesi l’anno. Anche se la maggiore concentrazione di produzione continua a registrarsi nei mesi di aprile e maggio, è importante evidenziare che rispetto al passato si sono sviluppate alcune tecniche di coltivazione che consentono di produrre fragole anche in periodi dell’anno in cui tradizionalmente non era possibile.
Si tratta di destagionalizzazione sia tecnologica che genetica; infatti, oggi si dispone sia di varietà unifere molto precoci e molto tardive, sia di valide varietà rifiorenti adatte soprattutto alle aree montane.
Sud
La produzione di fragole in Italia inizia nelle aree più calde siciliane. La coltura si estende su circa 300 ha, in particolare nell’area di Marsala e Petrosino in provincia di Trapani e rispetto all’annata precedente si registra un leggero calo degli investimenti (–5%). All’estremo Sud viene coltivata quasi unicamente la varietà a basso fabbisogno in freddo di origine americana Florida Fortuna. È produttiva e molto precoce. L’utilizzo del tipo di pianta “cima radicata” messa a dimora a fine agosto-primi di settembre consente di entrare in produzione dopo circa 60-70 giorni dalla messa a dimora. A dicembre il flusso produttivo è significativo consentendo buoni riscontri economici nel periodo invernale. Il clima particolarmente favorevole e la protezione della coltura con tunnel messi in opera fin dal mese di ottobre, consentono un flusso produttivo invernale continuo fino alla primavera quando, spesso, i primi aumenti sensibili delle temperature mettono in crisi le piante di questa varietà, piuttosto sensibili ai patogeni dell’apparato radicale. In questa fase la qualità del frutto tende a diminuire sensibilmente, anche per effetto del comportamento della pianta cima radicata, rendendo difficile la competitività della fragolicoltura siciliana rispetto alle altre aree meridionali.
Nell’area di Lamezia Terme, in Calabria, si concentra l’80% dell’intera superficie calabrese (circa 150 ha) con un trend lievemente in aumento nell’ultimo anno (+5%). La maturazione dei frutti inizia in ritardo rispetto alla Sicilia a causa delle condizioni climatiche non così favorevoli come quelle siciliane e del non utilizzo delle piante cime radicate. In questa zona, infatti, sono unicamente impiegate piante fresche a radice nuda, principalmente della varietà Sabrina, seguita a distanza da Marisol, Camarosa, Kamila e Fortuna, messe a dimora nella prima decade di ottobre e con produzioni a partire da dicembre. In Calabria, sull’altopinao della Sila, viene coltivata con successo da alcuni anni la rifiorente Albion che consente produzioni di qualità elevata nel periodo estivo. Le piante frigo-conservate vengono messe a dimora a fine aprile e producono da fine giugno ad ottobre.

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Fragoleto in pieno campo e tunnel nel Cesenate.

La Campania è la seconda regione fragolicola italiana con circa 960 ha investiti, sostanzialmente stabili rispetto allo scorso anno. La fragola è concentrata in due aree distinte: una nella piana del Sele e l’altra più consistente nell’Agro-Aversano. Entrambe le aree utilizzano la medesima tecnica di coltivazione che prevede la protezione della coltura con tunnel posti in opera circa un mese dopo la messa a dimora delle piante. In Campania la principale varietà è da tempo Sabrina, di origine spagnola, passata da un’incidenza percentuale del 46% dello scorso anno all’attuale 36%, cedendo spazio alla recente varietà italiana Melissa (dal 21% del 2018 al 31% attuale). L’utilizzo delle piante fresche a radice nuda è pressochè generalizzato. Vengono messe a dimora nella prima decade di ottobre e consentono un flusso produttivo da gennaio fino a maggio.
La Basilicata rappresenta la principale regione fragolicola Italiana con quasi 970 ha investiti e un trend costantemente in crescita negli ultimi anni (+11% rispetto al 2018). Alla base di questo successo c’è la piena affermazione della varietà Sabrosa, coltivata su quasi l’80% della superficie. Lo sviluppo di questa varietà di origine spagnola, molto conosciuta sul mercato e dai consumatori con il marchio commerciale Candonga Top Quality®, è iniziato una decina di anni fa e parallelamente si è riscontrato un incremento significativo delle superfici coltivate che in poco tempo ha portato la Basilicata a raggiungere il primato fra le regioni a livello nazionale, superando la Campania, che da oltre 20 anni primeggiava. L’effetto positivo di Sabrosa è essenzialmente dovuto alla notevole qualità organolettica del frutto, qualità riconosciuta dal mercato; infatti, il maggiore prezzo di vendita ha consentito di remunerare i produttori compensando la minore capacità produttiva rispetto ad altre varietà.
È importante evidenziare che Sabrosa si è pienamente adattata all’areale metapontino e solo in questa zona si è affermata con successo, fornendo le migliori performance produttive della pianta e qualitative del frutto, connubio che non si è osservato in altri territori dove la varietà, pur essendo stata provata e coltivata per alcuni anni, non si è altrettanto affermata. Per l’impianto vengono unicamente utilizzate piante fresche a radice nuda di origine polacca o spagnola, messe a dimora nella prima decade di ottobre; consentono un flusso produttivo che con andamenti climatici favorevoli inizia a gennaio per terminare a maggio. Altre nuove, recenti, varietà come Melissa, Marisol e Florida-Fortuna completano lo standard varietale.
Nell’Agro-Pontino, in particolare nella zona di Terracina, la fragolicoltura si estende su circa 100 ha ed ha la particolarità di avere come principale varietà coltivata una vecchia cultivar di origine francese, Favette, particolarmente apprezzata per le ottime caratteristiche qualitative e perfettamente riconosciuta dal mercato per la sua forma rotondeggiante e per questo spesso denominata “la tonda”. Viene coltivata ricorrendo sia a piante frigo-conservate, sia fresche a radice nuda, in coltura protetta. Il periodo di maturazione varia da marzo a maggio. La limitata consistenza della polpa determina una breve “shelf-life” del frutto che di fatto ne limita la commercializzazione a mercati non lontani dai luoghi di produzione.
Valle Padana
La Valle Padana rappresentava fino alla fine degli anni ’80 il principale bacino di produzione di fragole in Italia e in Europa. In Emilia-Romagna, in particolare, le superfici investite avevano raggiunto circa 2.000 ha per poi diminuire costantemente e raggiungere gli attuali 230 ha. Anche nell’ultimo anno si è evidenziato un calo dell’8%. La coltura è ancora coltivata nelle medio-piccole aziende diretto-coltivatrici. La tradizionale coltura di pieno campo è pressoché scomparsa lasciando spazio solo alla coltura protetta di diverse tipologie: sempre meno diffusa è quella tipica del cesenate caratterizzata da tunnel singolo dotato di aperture laterali, finalizzata all’anticipo di maturazione di circa 3 settimane rispetto al pieno campo; la posa in opera del tunnel avviene a metà gennaio. Sempre più diffusa è la tipologia a tunnel multipli, senza chiusure laterali, che prevede la protezione dell’impianto dalla fase della fioritura ed è finalizzata non all’anticipo della maturazione, ma unicamente alla protezione dalle intemperie climatiche. La tecnica colturale tradizionale prevede la messa a dimora di piante frigo-conservate a fine luglio o a cime radicate a metà agosto. La raccolta si concentra in 25-30 giorni fra aprile e maggio a seconda della tipologia di protezione adottata e dell’epoca di maturazione delle cultivar. Numerose varietà compongono lo standard varietale, tutte a medio-alto fabbisogno in freddo invernale: Sibilla, Clery, Joly, Brilla, Roxana, Alba e Aprica.

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Produzione autunnale nel Veronese.

Il Veronese attualmente rappresenta la principale area fragolicola del Nord Italia con circa 500 ha, in lieve calo rispetto allo scorso anno. In questa zona viene adottata prevalentemente la tecnica colturale preposta alla duplice produzione – autunnale e primaverile – facendo ricorso a piante frigo-conservate di elevate dimensioni (A+) messe a dimora nella seconda metà di agosto: le piante subito dopo la messa a dimora in campo emettono i fiori originati dalle gemme differenziate in vivaio l’autunno precedente. La tecnica consente un primo flusso produttivo in autunno, dopo circa 40-50 giorni dalla piantagione. La produzione autunnale è limitata a poco più di 100 g/pianta, con frutti di limitata pezzatura, ma in genere di elevata qualità gustativa grazie al notevole contenuto zuccherino. La protezione dell’impianto viene effettuata con tunnel approntati nella fase di fioritura (metà settembre). I tunnel nel periodo invernale vengono lasciati aperti nelle testate in modo da consentire il soddisfacimento del fabbisogno in freddo delle piante. Nella primavera successiva l’epoca di raccolta varia da metà aprile a metà maggio. Oltre alla tecnica colturale tradizionale autunnale del veronese, viene adottata anche la tecnica cosiddetta primaverile, simile a quella del cesenate, in cui le piante frigo-conservate vengono private dei fiori emessi dopo la piantagione. In questo modo si ottiene un solo ciclo produttivo e viene adottata con quelle varietà che non si adatterebbero al doppio ciclo.
Lo standard varietale del Veronese è dominato da Aprica e Garda, seguite a distanza da Eva, Antea, Joly e Sibilla. Si sta diffondendo anche l’utilizzo del film plastico bianco pacciamante che consente un significativo ritardo dell’epoca di maturazione in primavera che, unito al ritardo della copertura del tunnel alla fase di pre-maturazione dei frutti, consente complessivamente un ritardo fino a 3-4 settimane rispetto alla coltura tradizionale. Nel Veronese si stanno diffondendo anche tecniche finalizzate ad allungare il periodo di raccolta grazie alla messa a dimora di piante frigo-conservate di varietà rifiorenti (Malga in particolare) nella prima decade di luglio. Oculate asportazioni delle prime infiorescenze emesse dalle piante (differenziate in vivaio l’anno precedente) consentono un ottimale sviluppo vegetativo della pianta durante i mesi estivi e la sua predisposizione ad un significativo flusso produttivo da fine agosto fino a novembre, raggiungendo anche 300 g a pianta per l’intero periodo.
Ambienti di montagna
Nelle aree di montagna del Nord la fragolicoltura è prevalentemente diffusa nel cuneese e in Trentino Alto Adige.
In Piemonte sono coltivati circa 150 ha, stabili o in lievissima crescita negli ultimi anni. Le cultivar unifere (tra le prevalenti Asia, Alba, Clery) ritardano di circa 15 giorni l’epoca di maturazione della Valle Padana. La coltura tradizionale è simile a quella adottata in Romagna; la protezione della coltura è diffusa su quasi tutti gli impianti; viene realizzata a fine fioritura ed è unicamente finalizzata alla protezione dei frutti durante la maturazione. Le varietà rifiorenti sono invece coltivate soprattutto alle quote più elevate facendo ricorso a piante frigo-conservate messe a dimora nel mese di aprile; le varietà principali sono Portola, San Andreas, Malga che consentono un flusso produttivo costante per tutti i mesi estivi.
In Trentino sono coltivati circa 120 ha di fragola, sostanzialmente stabili negli ultimi anni, prevalentemente con la tecnica del “fuori suolo”. Vengono utilizzate varietà sia unifere che rifiorenti. Fra le varietà unifere è ancora prevalentemente coltivata la vecchia varietà olandese Elsanta. Le piante frigo-conservate “ingrossate” della tipologia “tray plant” o “waiting bed” vengono opportunamente preparate in appositi vivai localizzati sia in Trentino che in Valle Padana e poi messe in cella frigorifera in dicembre-gennaio fino alla piantagione. Al fine di “programmare” la produzione, la messa a dimora delle piante varia da metà aprile fino a luglio, a seconda dell’altitudine, tenendo conto che la fruttificazione avviene in circa 60 giorni dalla piantagione (“sixty day culture”), da luglio fino a settembre. Spesso le stesse piante vengono mantenute per un secondo ciclo produttivo nell’anno successivo. Le piante vengono protette dalle basse temperature invernali riponendo a terra i sacchi di torba oppure le vaschette e proteggendole con film di copertura di “tessuto non tessuto”. È poco diffusa la tecnica della frigo-conservazione delle vaschette o dei sacchi in celle frigorifere per via degli elevati costi di questa operazione.
Nelle medesime aree di coltivazione, sempre in coltura fuori suolo, si stanno affermando notevolmente le varietà rifiorenti Murano e Portola che consentono un flusso produttivo per tutta l’estate. Al fine di regolare al meglio l’andamento della produzione, rendendola il più regolare possibile e concentrandola in quei periodi in cui il mercato è particolarmente recettivo, vengono utilizzate le cosiddette “piante modulo”, le cui dimensioni sono opportunamente “modulate” in vivaio nel corso dell’autunno precedente.
In Alto Adige la fragolicoltura è localizzata in diverse vallate, ma è particolarmente diffusa in Val Martello dove si coltivano circa 50 ha di fragole, fino ad un’altitudine di 1.700 m. In tutto l’Alto Adige le superfici sono stabili (circa 115 ha). La principale varietà unifera è Elsanta. L’impianto viene eseguito con piante frigo-conservate di elevate dimensioni (A+ o WB) che forniscono un primo ciclo di fruttificazione dopo circa 40-50 giorni dalla piantagione. L’impianto viene mantenuto per 2 o 3 anni. Si sta diffondendo anche l’utilizzo di piante fresche “cime radicate” messe a dimora all’inizio di agosto. Anche in queste zone alpine si stanno affermando gli impianti con varietà rifiorenti, soprattutto in coltura fuori suolo, in grado di fruttificare per tutta l’estate. Le principali varietà sono Florina, Portola e Murano.

La nuova fragolicoltura italiana produce tutto l’anno - Ultima modifica: 2019-06-14T10:23:46+00:00 da Lucia Berti

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