Dossier Frutta secca

Cresce l’interesse mondiale per la frutta secca: la produzione italiana non soddisfa il fabbisogno

Secondo la FAO nel mondo vengono prodotti circa 14 Ml di t di frutta secca all’anno, con un incremento costante dell’offerta ed un mercato guidato prevalentemente da USA e Paesi asiatici.

Le specie di frutta a guscio coltivate in Italia sono il nocciolo, il mandorlo, il noce e, in minor misura, il pistacchio. In passato l’Italia primeggiava per le produzioni sul panorama internazionale; oggi si registra una forte contrazione dell’incidenza del prodotto nazionale sul totale mondiale. Nonostante la vocazionalità ambientale e l’eccellente qualità delle cultivar locali, tuttavia non sempre competitive per produttività e resa dello sgusciato, la produzione di frutta secca nel nostro Paese ha registrato incrementi significativi solo per il nocciolo. In generale, infatti, la produzione italiana fatica a seguire il trend mondiale, risultando inadeguata a soddisfare il fabbisogno interno. Questo è dimostrato dalle statistiche degli ultimi anni che pongono l’Italia tra i principali Paesi consumatori ed al contempo importatori di frutta secca al mondo.

Nocciolo
 
Secondo le statistiche ufficiali FAO, i Paesi produttori di nocciole a livello mondiale sono attualmente 30, sette in più rispetto al 2000. La produzione annua mondiale di nocciole in guscio si aggira attorno alle 872.000 t (media 2008-12, dati FAO 2014), 914.000 t nel 2012, il 35% in più rispetto al 2000. La produzione si concentra principalmente in due Paesi: al primo posto si pone la Turchia con 600.000 t/anno, al secondo l’Italia con 105.000 t/anno. Gli Stati Uniti si collocano al terzo posto con 33.000 t/anno, sostituendo la Spagna che negli ultimi dieci anni ha quasi dimezzato la sua produzione, registrando un continuo decremento della superficie investita (appena 14.000 ha censiti nel 2012, per una produzione pari a 14.000 t) che la pone all’ottavo posto nella statistica dei Paesi produttori. Agli Usa seguono Azerbaijan e Georgia con, rispettivamente, 30.000 t e 25.000 t annue prodotte. Azerbaijan, Georgia e Iran hanno incrementato significativamente l’output prodotto nel corso degli ultimi anni, a dimostrazione di un crescente interesse verso la corilicoltura. Inoltre, la coltivazione del nocciolo è stata introdotta in Paesi come Australia, Cile e Sudafrica. Complessivamente la diffusione della specie ha provocato un aumento della superficie coltivata salita nel 2012 a 600.000 ha, il 18,6% in più rispetto al 2002 (fonte FAO, 2014). L’incremento dell’offerta è cresciuto notevolmente nell’ultimo decennio, ma la disponibilità annua presenta comunque notevoli oscillazioni. Questo dipende dalle ampie fluttuazioni del raccolto da un anno all’altro e, soprattutto, dal variabile andamento della produzione turca. La Turchia domina il mercato mondiale a causa del volume di prodotto e dei bassi costi di produzione che le consentono di praticare sui mercati internazionali prezzi nettamente concorrenziali. Solo il 19% delle nocciole turche viene destinato al consumo interno, il restante 81% va all’esportazione, in particolare verso i Paesi dell’Ue. L’Italia esporta appena il 13,6% della produzione nazionale (media 2007-11, dati FAO 2014). L’area comunitaria rappresenta il mercato di destinazione in assoluto più importante, assorbendo una quota consistente, pari a circa il 68%, del volume delle importazioni mondiali annue complessive di prodotto sgusciato (195.000 t nel 2011) (fonte INC 2012); in particolar modo, la Germania, con 65.500 t, risulta il principale Paese importatore, seguito dall’Italia con 30.000 t e dalla Francia con 17.000 t (media 2007-11, dati FAO 2014). Per quanto concerne, invece, i Paesi consumatori, l’Italia si colloca sensibilmente al primo posto, sia per il consumo complessivo annuo (90.000 t/anno; media 2006-10, dati INC 2012), sia in termini di consumo medio annuo pro-capite di prodotto sgusciato (1,5 kg/anno; media 2006-10). L’Italia, inoltre, ha fatto registrare negli ultimi anni un notevole aumento dei consumi passando dalle 79.397 t del 2007 (1,34 kg/pro-capite) alle 103.250 t del 2011 (1,71 kg/pro-capite) (INC 2012). A livello nazionale la coltivazione del nocciolo è diffusa su tutto il territorio, ma la produzione si localizza essenzialmente in Lazio, Campania, Piemonte e Sicilia che, insieme, rappresentano circa il 92% del totale (dati medi 2007-11, fonte ISTAT, 2014). Il Lazio con 43.000 t/anno concorre per circa il 34% al raccolto italiano di nocciole. La produzione è costituita prevalentemente dai frutti della cultivar Tonda Gentile Romana, molto apprezzata per le caratteristiche qualitative, idonee alle esigenze dell’industria dolciaria. Sono presenti anche Tonda di Giffoni e Nocchione. Al secondo posto viene la corilicoltura campana, che con 39.500 t/anno fornisce il 31,6% della produzione nazionale. Le cultivar più diffuse sono Mortarella e San Giovanni a frutto allungato, Tonda di Giffoni e Riccia di Talanico a frutto tondo. La produzione piemontese con 16.500 t/anno concorre per circa il 13% a quella nazionale. La coltura del nocciolo è localizzata nella zona della Langhe, in provincia di Cuneo, Asti ed Alessandria con la Tonda Gentile Trilobata (sin. Tonda Gentile delle Langhe) come varietà di riferimento che costituisce il 97% degli impianti oggi presenti in regione. In Sicilia, invece, dove i corileti sono concentrati prevalentemente nel Messinese, le cultivar fanno riferimento ad un genotipo prevalente conosciuto con nomi varietali diversi, tra cui Mansa, S. Maria di Gesù, Comune e Nostrale, ed identificato come Nocchione o una sua mutazione. La produzione, stimata in circa 16.200 t/anno (media 2007-11), pari al 13% di quella nazionale, è considerata di minor pregio commerciale. La sua destinazione prevalente è quella della trasformazione locale e del consumo da tavola. La situazione mondiale vede quindi ancora una tendenza all’espansione della coltura, in particolare in Paesi emergenti, trend che si osserva anche in alcune regioni italiane sia per l’abbandono di altre colture, sia per la remuneratività che la corilicoltura consente nei contesti rurali collinari.

Noce
 
La produzione mondiale di noci in guscio è di circa 3.000.000 t/anno (media 2008-12, dati FAO 2014) ed è concentrata in Cina, Iran e Stati Uniti dove viene ottenuto rispettivamente il 43,7, il 14,7 e il 14,2% dell’intero prodotto. La restante quota è suddivisa tra Turchia (6%), Messico (3%), Ucraina (3%) e Francia (1%); tra i Paesi produttori di minor rilevanza rientra l’Italia, che si posiziona al diciottesimo posto nella classifica mondiale. Dal 1980 al 2012 il trend produttivo mondiale della noce da frutto ha registrato una forte e continua crescita sia per i quantitativi prodotti, sia in termini di superficie investita, riportando un incremento di produzione del 330%, con circa 3.400.000 t di noci in guscio ottenute nel 2012, ed un aumento della superficie nocicola del 470%, che ad oggi ha raggiunto il milione di ettari (dati FAO 2014). Gli USA, con 426.000 t di frutti prodotti nel 2012 e una superficie investita di circa 99.000 ha, concentrata essenzialmente in California, sono il principale Paese esportatore di noci a livello mondiale con un volume di circa 93.000 t/anno di prodotto in guscio e 67.000 t/anno di prodotto sgusciato, venduto principalmente sul mercato europeo, per un valore totale che si aggira attorno ai 700 Ml di dollari/anno (media export 2007-11). La Francia con 32.700 t/anno di noci prodotte (media 2008-12) è l’unico Paese europeo produttore con un significativo impatto commerciale, con un incremento della superficie investita a noce del 31% dal 2000 al 2012. La nocicoltura francese è localizzata in due zone principali, ‘Noix du Pèrigord’ e ‘Noix de Grenoble’ (DOC), con cultivar di buona qualità, ma dalle rese inferiori rispetto alle varietà californiane. In Italia negli anni ’70 si producevano circa 80.000 t/anno di noci; in seguito la nocicoltura ha subito un ridimensionamento delle superfici investite, con conseguente diminuzione delle quantità prodotte, fino alle attuali 12.000 t/anno su una superficie di 4.400 ha (media 2008-12). Nonostante Cina, Iran e Turchia siamo i principali attori della nocicoltura mondiale, la produzione di questi Paesi è utilizzata prevalentemente per coprire il fabbisogno interno. L’esportazione da parte dei grandi produttori asiatici e mediorientali è quindi molto esigua, appena il 7% del totale, mentre le loro importazioni si attestano complessivamente intorno al 20% (media 2007-11). Messico, Ucraina, Francia e Cile esportano rispettivamente il 42, 33, 89 e 59% del loro raccolto verso Paesi quali Cina, Italia, Turchia, Spagna e Germania, le cui importazioni rappresentano il 45% del totale. L’aumento del prodotto importato, sia a livello nazionale che mondiale, trova giustificazione nell’aumento dei consumi. Secondo le statistiche dell’International Nut & Dried Fruit Council, tra il 2007 ed il 2011 il consumo di prodotto a livello mondiale è aumentato del 29,5%, con un consumo pro-capite medio di 0,074 kg nel 2011, il 27% in più rispetto al 2007. In Italia vengono consumate ogni anno circa 40.000 t di noci in guscio o sgusciate e il trend del consumo è in continuo aumento (+58,3% dal 2000 al 2010, Istat 2012). La produzione è quindi inadeguata a soddisfare il fabbisogno interno ed il deficit di prodotto è coperto principalmente dai Paesi europei (Francia) ed extraeuropei (Stati Uniti, Cile, Argentina, Australia). Il quantitativo medio annuo di importazioni di prodotto, pari a 26.500 t tra noci in guscio e sgusciate, rappresenta un costo significativo per l’industria nazionale, stimabile in 114 Ml di dollari/anno, valore che ha visto dal 2007 al 2011 un incremento del 53%. La realtà nocicola tradizionale italiana è concentrata principalmente in Campania con la Noce di Sorrento, che da sola fornisce il 70% del totale italiano. Altre realtà tradizionali esistono in Trentino, Veneto e Abruzzo, dove si coltivano ecotipi locali (rispettivamente Bleggiana, Feltrina e Sulmona). In altre regioni, in particolare Veneto ed Emilia-Romagna, si stanno sviluppando nuove realtà produttive, con aziende che raggiungono gradi elevati di specializzazione nella produzione di noci in guscio utilizzando varietà di origine francese (Franquette, Lara e Fernor, e californiana come Hartley, Chandler, Howard e Tulare). In conclusione, si può affermare che il settore ha vissuto finora una fase di forte espansione grazie alla crescente richiesta del mercato e che l’Ue è fortemente deficitaria per questo prodotto.

Mandorlo
 
Nel 2012 la produzione mondiale di mandorle è stata di circa 2 Ml di t, registrando un calo del 20% rispetto al raccolto medio dei cinque anni precedenti (dati FAO 2014), ma con un incremento del 30% rispetto al 2000. In base ai dati medi 2008-12, il 47% della produzione totale è nelle mani degli Stati Uniti, in particolare della California, con circa 1 ML di t/anno di mandorle in guscio prodotte; seguono la Spagna con 220.000 t/anno (9,5% del totale), l’Australia con 140.000 t/anno (6% del totale), l’Iran con 127.000 t/anno (5,5% del totale) e l’Italia che con 106.000 t/anno copre il 4,6% della produzione mondiale. Se consideriamo i dati di produzione del prodotto sgusciato, l’incidenza della produzione statunitense sulla produzione mondiale arriva a toccare l’80% (fonte INC, 2012). La mandorlicoltura nel mondo si estende per 1,6 Ml di ha (dati FAO 2012), concentrati soprattutto in Spagna (33%), USA (18%), Tunisia (10,8%) e Marocco (8,7%). Nonostante negli Stati Uniti la superficie investita nella coltura (315.000 ha) sia quasi la metà rispetto a quella spagnola (530.000 ha), la produzione mandorlicola risulta essere 5 volte maggiore per effetto della selezione di cultivar ad alta resa e dell’utilizzo di sistemi intensivi con una gestione degli impianti sempre più meccanizzata (dati FAO 2012). Il volume dell’export mondiale di mandorle sgusciate si aggira attorno alle 533.000 t/anno (media 2007-11, dati FAO 2014), per un valore medio annuo complessivo di circa 2,5 miliardi di dollari, andamento che si conferma in continua crescita (+ 32,6 % nel 2011 rispetto al 2007). Gli Stati Uniti esportano il 32% della produzione interna, pari al 71% del totale mondiale. La restante quota viene coperta principalmente da Spagna (10%), Cina (3%) e Australia (2,5%). L’Italia esporta appena l’1,1% del totale. La Germania, con 74.300 t/anno circa di prodotto sgusciato, domina il mercato delle importazioni; seguono la Spagna, che non riuscendo a coprire il fabbisogno interno importa all’anno mediamente 64.000 t di mandorle, la Cina (38.500 t/anno), l’Italia (28.500 t/anno) (Fig. 4), la Francia (28.500 t/anno) e gli Emirati Arabi Uniti (28.500 t/anno). Il deficit produttivo dell’Italia comporta ogni anno un flusso in uscita dal Paese di circa 138 ML di dollari, valore destinato a crescere grazie all’aumento del consumo nazionale di mandorle sgusciate verificatosi dal 2008 al 2011 (+36,7%), trend che segue l’andamento mondiale (+37,5%). La mandorlicoltura italiana ha ricoperto un ruolo di primaria rilevanza a livello mondiale fino al secondo dopoguerra. Dal 1970 al 2012 si è registrato un forte ridimensionamento della produzione e delle superfici investite a mandorlo passando da 230.000 a 90.000 t prodotte e da 296.000 a 68.500 ha investiti; oggi la coltivazione è concentrata prevalentemente in Sicilia e in Puglia, che coprono insieme il 96,4% della produzione totale e il 95% della superficie interessata (dati ISTAT, 2011). Per le restanti regioni solo la Sardegna riporta una superficie mandorlicola significativa (3.500 ha), mentre le altre hanno quasi totalmente abbandonato la coltivazione. Ogni nazione mandorlicola possiede un proprio patrimonio varietale. Le varietà californiane sono caratterizzate dall’avere un guscio tenero e un’alta resa. In particolare, la cultivar Nonpareil fornisce da sola il 50% della produzione californiana. In Italia le cultivar sono principalmente a guscio duro. Prevalgono le varietà Pizzuta d’Avola e Fascionello per la confetteria, Filippo Ceo, Fragiulio Grande, Genco, Tuono e Falsa Barese tra le cultivar tradizionali e la francese Ferragnés tra quelle internazionali. In conclusione, si può affermare che la mandorlicoltura nel mondo ha visto una crescita moderata delle produzioni dal 2000 ad oggi, mentre si è mantenuta stabile in Italia dopo il ridimensionamento della seconda metà del secolo scorso. Esiste indubbiamente un ampio margine per interventi innovativi che favoriscano l’ammodernamento degli impianti e delle tecniche colturali per migliorare le produzioni e ridurre l’approvvigionamento dall’estero.

Pistacchio

A livello mondiale sono appena 10 i Paesi produttori di pistacchio che superano le 1000 t/anno di prodotto raccolto. La produzione è concentrata in Iran, dove viene ottenuto il 51% dell’intero prodotto mondiale (902.500 t/anno), mentre la restante quota è appannaggio essenzialmente di USA (21%), Turchia (13%), Cina (6,4%), Siria (6,3%) e Grecia (1%); segue l’Italia con lo 0,3% (2.800 t/anno) del prodotto totale (media 2008-12, dati FAO 2014). La produzione mondiale è in costante aumento: nel 2012 ha superato il milione di t, il 24,7% in più rispetto al 2008. In questo contesto l’Italia si inserisce come uno dei Paesi con la maggior staticità delle produzioni registrata negli ultimi anni. La superficie investita a pistacchio ha raggiunto i 474.000 ha, la metà concentrata in Iran. A livello mondiale gli Stati Uniti hanno fatto censire il maggior incremento di superficie a pistacchio dal 2008 al 2012 (+50,8%), passando da 48.000 a 72.000 ha circa. Anche Cina e Turchia hanno registrato un notevole incremento delle superfici coltivate, rispettivamente +38,8 e +29,6%. Dal 2000 le esportazioni sono aumentate del 120%, totalizzando 360.000 t circa nel 2011, per un valore che supera i 2 miliardi di dollari. L'Iran esporta il 37,5% della produzione destinata al mercato (media 2007-11), seguita da Stati Uniti, che esportano il 50,6% del prodotto raccolto, Cina e Germania che importano pistacchi sia per coprire il fabbisogno interno che per rivenderli sul mercato internazionale. Infatti, i dati riguardanti le importazioni vedono la Cina e la Germania dominare il mercato mondiale con rispettivamente 108.000 e 36.000 t di pistacchi importati all’anno; gli Emirati Arabi Uniti e la Federazione Russa sono rispettivamente il terzo (20.300 t/anno) ed il quarto (18.200 t/anno) Paese importatore. Nel 2011 in Italia sono state importate oltre 11.000 t di pistacchi in guscio, mantenendo il flusso nella media degli ultimi anni, per un valore che supera i 91 Ml di dollari. Negli ultimi anni anche il consumo di pistacchi è aumentato notevolmente, passando da 430.700 t nel 2007 a 543.700 t nel 2011. L’incremento di consumo è da attribuire principalmente a Paesi come gli Stati Uniti e la Turchia che hanno raddoppiato il consumo pro-capite dal 2007 al 2011. Nel 2011 gli USA sono stati il principale Paese consumatore con 125.800 t, valore che equivale a 0,41 kg/pro-capite, seguiti dalla Turchia con circa 75.500 t (1,03 kg/pro-capite). L’Italia con 12.200 t di pistacchi ed un consumo pro-capite di 0,2 kg si colloca all’undicesimo posto della classifica dei Paesi consumatori. La pistacchicoltura italiana di distingue da quella dei Paesi extraeuropei per le migliori caratteristiche organolettiche delle produzioni ed è concentrata quasi interamente in Sicilia, dove si produce il 98% del totale nazionale, su una superficie che si estende per circa 3.500 ha. Il 90% della produzione siciliana è condensata nel catanese con Napoletana come cultivar predominante. La regione vanta tra le sue DOP il ‘Pistacchio Verde di Bronte’, conosciuta a livello internazionale. Anche per questa specie, dunque, il trend produttivo ha visto una crescita significativa negli ultimi anni, ma la coltivazione in Italia è limitata alle zone climaticamente più vocate.

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