2018, pesche fuori crisi? Girandola di analisi e proposte

produzione pesche
Nel 2018 il mercato italiano è partito bene per le pesche precoci

Le previsioni della produzione peschicola 2018, secondo la documentata relazione di CSO Italy, rende relativamente ottimisti; perché la stima europea prevede un calo dell’11% sul 2017, causato soprattutto dalla Spagna (per le nettarine il calo sale al 18%); ma anche in Francia il calo è del 10%, mentre la Grecia ha produzione in crescita del 20%; si tratta però di percoche. Dunque, nel corrente anno lo spettro della concorrenza spagnola non c’è stato per le pesche precoci e non ci dovrebbe essere per quelle medio-tardive, tanto più che il Piano strategico ministeriale spagnolo (Mapama), a seguito del disastroso esito del 2017, ritiene necessaria l’estirpazione di 10-12.000 ha di pescheti.

La Spagna, in ogni caso, non è più solidale con l’Italia nel far fronte alle criticità dei mercati, come conferma la forte contrapposizione al nostro Paese a livello di politica nell’Ue, come ha più volte notato l’Assessore all’agricoltura della Regione Emilia-Romagna Simona Caselli, attuale presidente dell’AREFLH a Bruxelles. Alla grande crisi 2017 per l’Italia avrebbe dunque concorso anche la Spagna, che ora fa meno paura.

E l’Italia del 2018? Il mercato è partito bene per le pesche precoci (con prezzi di 2,0 – 3,5 €/kg nei grandi mercati del Nord) e ciò è dipeso dal calo delle produzioni al Sud (da -16 a -20% rispetto al 2017), ma anche il Nord, causa i guai climatici di fine inverno, perderebbe oltre il 13%.

Alla calma generale del mese di maggio sono seguite le prime lamentele e un inizio di crisi in giugno, che sembrano però essere dipese più che altro da insufficienze qualitative del prodotto, poi superate a luglio.

L’Alleanza delle Cooperative, per bocca del suo coordinatore nazionale Davide Vernocchi, ritiene necessario “trovare una soluzione comunitaria per limitare le superfici peschicole nei Paesi dove queste sono incrementate a dismisura nel corso degli ultimi anni” (Spagna al primo posto, perché ha decuplicato la produzione di pesche piatte, fino a 600.000 t nel 2017, provocandone conseguentemente il crollo dei prezzi, da 1,5 €/kg a 0,10-0,15 €/kg lo scorso anno). Dice Vernocchi, che è anche peschicoltore di ApoConerpo, che “bisognerebbe porre dei paletti, fissando quote di produzione a livello comunitario”. Si tenga presente però che i Paesi produttori di pesche vicini all’Europa sono molti e tutti cercano di esportare in Europa a prezzi molto più bassi, come cercano di fare Egitto, Tunisia, Marocco e poi anche Paesi dell’Ue dell’Est come Romania e Bulgaria e perfino la Cina.

L’Italia ancora dieci anni fa produceva il 55% delle pesche europee, ora è scesa al 42% (da 1,6 Ml t a 1,2 Ml t), mentre la produzione europea continua a salire, avendo raggiunto 3,1 milioni di t.

Troppa produzione ed eccesso di varietà?
In questa nota ci proponiamo di riportare criticamente le opinioni da più parti espresse, alcune provocatorie e contrastanti, sia sulle cause, sia sulle possibili vie di uscita dalle reiterate crisi del settore; si rimane un po’ confusi di fronte a questo florilegio di idee e di ricette, su cui però merita riflettere.

La difficoltà del mercato, dunque, sembrano dipendere in primo luogo da un eccesso di produzione e dalla ridotta competitività, anche in termini qualitativi, delle pesche italiane. Un’imprenditrice di lungo corso, quale A. Maria Minguzzi di Alfonsine (Ravenna), molto addentro all’export, ritiene che se l’Italia vuole riconquistare i mercati europei deve svolgere un’azione politica nazionale coesa, in appoggio agli operatori commerciali, per arrivare a due obiettivi: 1) introdurre un “marchio distintivo di qualità del territorio nazionale” (da un ventennio però abbiamo il marchio IGP delle “Pesche e nettarine di Romagna” con scarsissimo utilizzo e impatto) e 2) un “Comitato di controllo” che operi a livello di filiera, che dovrebbe diventare determinante per gli adempimenti tecnici in campagna, atti ad esaltare la qualità delle pesche (rispetto di disciplinari, liste varietali coerenti, parametri qualitativi minimi, ecc.). L’articolo che segue, di C. Scalise, esamina in profondità la proposta di un marchio nazionale e dà concrete indicazioni sulle azioni da svolgere nel tempo per poter superare la crisi.

Lo scorso anno, a fine estate, furono fatte varie analisi di esperti e operatori commerciali e il Cso, facendosene portavoce, indicò fra le cause della crisi l’eccessivo numero di varietà prodotte (da cui un’accresciuta confusione mercantile dimostrata dal conferimento alle centrali cooperative di oltre 500 varietà di pesche e nettarine) (Sansavini, 2017 a e b). I dati reali però (Palara, dati non pubblicati) si fermano a 100-120 varietà, molto meno di quelle, senza alcuna importanza quantitativa, conferite sporadicamente da qualche coltivatore. Considerando la necessità dei mercati di disporre di almeno sette tipologie (pesche, nettarine, piatte; due tipi di forma e di polpa e una stagione di raccolta di oltre cinque mesi) 120 varietà rappresentano il minimo necessario per coprire in continuità tutto l’arco stagionale.

Ci sono poi varietà diffuse localmente, e in piccole quantità, da vivaisti esclusivisti che quasi nessun peso hanno nelle vendite sulla Gdo (il loro nome non appare mai), nemmeno nella determinazione dei prezzi o nell’export. È vero, però, come abbiamo scritto più volte, che ogni anno vengono licenziate decine di nuove varietà, pochissime delle quali hanno possibilità di affermarsi anche perché sfuggono alla valutazione indipendente delle istituzioni e delle aziende sperimentali pubbliche. Come è ben noto, gli editori di nuove varietà, i gruppi vivaistici e spesso anche le Op (e altri gruppi di produttori) che hanno acquisito in esclusiva da costitutori o breeder i diritti di propagazione e di commercializzazione preferiscono agire in proprio, in netta concorrenza fra loro. C’è a questo proposito anche il grosso problema sollevato da tutti gli operatori commerciali circa l’uso di denominazioni genetiche e marchi delle nuove varietà che, a nostro avviso, li infastidiscono.

Diversità tipologiche e segmentazione di “linee” conformi alle denominazioni varietali
Mi corre l’obbligo di citare a questo proposito quanto ha proposto l’Università di Bologna due anni fa (Sansavini e Colombo, 2016) per ovviare alla reale caotica distribuzione sotto nomi diversi delle varietà prodotte. Purtroppo si constata frequentemente, nelle confezioni di pesche, la mancanza della denominazione varietale o l’attribuzione di altro nome, già noto al commercio. Si tratta talvolta di errori in buona fede e di semplificazioni fatte dagli stabilimenti di lavorazione. Questo però è inaccettabile: al consumatore va data un’informazione corretta, in quanto deve poter distinguere e riconoscere le varietà, e quindi i differenti gusti, per giudicare e infine scegliere le varietà preferite.

Nella nostra proposta avevamo cercato di risolvere il problema proponendo 4-5 linee tipologiche di pesche, al fine di raggruppare le varietà aventi aspetti estetici e gustativi simili, sotto un comune denominatore, dando poi il nome alla linea (mettendo quindi in subordine il nome della varietà). Abbiamo riscosso apprezzamenti vari, in particolare dall’Oi (Organizzazione Interprofessionale del pesco), ma, di fatto, sul piano operativo si è avuto solo un avvio di questa apparente rivoluzione perché una specifica segmentazione del prodotto risulterebbe molto onerosa sia in sede di confezionamento, sia nella successiva distribuzione e nel posizionamento sui mercati. Anche la Gdo, infatti, salvo qualche rara applicazione, ha sollevato difficoltà perché non ci sono abbastanza spazi nelle scaffalature dei supermercati per proporre “linee differenziate di pesche”. Le scaffalature dei grandi “store” sono peraltro occupate da vari e differenziati prodotti delle normali categorie tipologiche (es. pesche gialle e bianche) oppure biologiche oppure distinte per marca aziendale o per paese d’importazione. Così facendo, dunque, anche il lavoro dei costitutori e dei breeder diventa inutile, poiché i nomi delle varietà spariscono o sono riportati in modo sbagliato.

Una minima diversificazione di “linee” però è stata accolta da varie catene della Gdo nel 2017: quella delle pesche dolci quasi prive di acidità (erroneamente indicate “subacide”) e pesche dolci-acidule a gusto equilibrato (erroneamente indicate “pesche acide”). Ognuna di queste “linee” comprende alcune varietà che danno continuità stagionale al mercato, in quanto caratterizzate da un comune carattere. Il consumatore sa così che tipo di pesca mangia e nella confezione dovrebbe trovare stampigliato il nome della varietà, in piccolo (Sansavini e Colombo, 2016).

Un’altra proposta, applicata da alcuni gruppi commerciali, che ha una sua coerenza, consiste nell’abolizione del nome varietale (la cui indicazione sarebbe invece prescritta per legge) sostituendolo con il nome di un “marchio” o “brand”, dentro al quale si inseriscono varietà non dissimili fra loro, ma diverse per l’epoca di maturazione. Come fare? La discussione non è facile e prima o poi dovremo cercare di uscirne.

Deficit qualitativo e misure anticrisi. Ritiri di prodotto fuori tempo
Altra concausa della crisi è certo il deficit qualitativo, aggravato dalla persistente abitudine imposta dalle centrali operative di raccogliere in anticipo il prodotto destinato all’esportazione (ma ora anche ai mercati interni), senza che poi i frutti possano raggiungere livelli gustativi-qualitativi di eccellenza, talvolta nemmeno accettabili. Riprovevole poi l’abitudine dei “mass media” e della stampa di attribuire la colpa della scarsa qualità alle nuove varietà, cioè alla fonte genetica del breeder.
Sul deficit qualitativo delle pesche influiscono però anche fattori agronomici, in particolare l’elusione o le negligenze varie nell’applicazione delle tecniche riassunte nei disciplinari di produzione, causa il disamore per la coltura, magari non più redditizia per i coltivatori che hanno però delle giustificazioni. In generale, si constata che i produttori non sono aiutati abbastanza da chi di dovere. I Lettori ricorderanno i due penosi interventi ministeriali del 2017 quando il Ministero delle Politiche Agricole convocò per la prima volta il “Tavolo per l’ortofrutticoltura”, con tutti gli operatori della filiera, una prima volta alla vigilia del Ferragosto per studiare i provvedimenti atti ad arginare la crisi (!) e, una seconda, all’antivigilia di Natale (!) 2017. Era evidente la volontà di limitarsi a dichiarazioni di principio perché il Governo non era in grado di far nulla, anche se la stampa conformista si limitò a plaudire e a rilevare che, al fine di applicare misure d’intervento efficaci, occorreva disporre prima del censimento sulla consistenza dei pescheti (già prevista in passato fin dai tempi dell’avvio dell’Ocm e poi mai realizzata).

Dall’Europa ci fu solo un piccolo aumento delle quantità di ritiri autorizzati dal mercato da parte delle Op, ma tardivamente perché ormai a fine stagione, quando queste sottrazioni non avrebbero comunque potuto alleggerire la crisi risollevando i prezzi. È comunque interessante rilevare le diversità di comportamento delle Amministrazioni regionali: alcune sono state silenti, altre hanno cercato di stimolare il dialogo fra Ministero, Apo e Op e le reti europee come l’Areflh. Le Apo, pur direttamente interessate e titolari delle misure finanziare dell’Ocm a loro favore, di fatto hanno subito la situazione, impossibilitate a mettere in atto alcun rimedio. L’aggregazione della produzione peschicola, che per ora è ferma al 40-50% del totale al Nord e assai meno al Sud, si è rivelata impotente nei rapporti con la Gdo e nell’influenzare mercati e prezzi. Fra le nuove proposte è inclusa quella di instaurare contratti di fornitura con prezzi minimi garantiti. Ma se ne parla solo.

I pareri degli esperti: cause e rimedi
1) Nell’analisi delle cause della crisi l’opinione dei protagonisti della filiera, interpellati con un sondaggio specifico di Italiafruit News (la newsletter quotidiana di R. Della Casa) individua al primo posto delle criticità la scarsa aggregazione dell’offerta (insufficiente associazionismo) e al secondo la concorrenza spagnola, con eccessivi volumi di importazione in Italia (questo però è valso solo nel 2017), specie nei primi mesi estivi, a prezzi competitivi che sottraggono spazio alle pesche italiane, soprattutto meridionali. Posto che la produzione spagnola è meglio organizzata, si ritiene comunque difficile competere con questa sul piano qualitativo del prodotto e senza un “cambiamento della filiera alla radice”. Occorrerebbe partire da un unico comune denominatore “la cultura del prodotto buono”, che purtroppo non è abbastanza considerata.

Altri motivi della nostra crisi strutturale sono la competizione con altri frutti estivi preferiti da consumatori e la “selettività del mercato interno”, che un tempo accettava l’acquisto di prodotto meno qualificato. Ora anche il packaging e in generale il confezionamento e la presentazione del prodotto, fatti in modo accattivante, contano di più.

Infine, sempre secondo il sondaggio di Italiafruit News, si ammette che, nel caso del segmento di mercato dell’“alta gamma” la qualità francese sui mercati tedeschi (con le linee di prodotto “raccolto maturo”) supera anche concettualmente quella italiana. Qualche critica è rivolta anche alla certificazione Global Gap, che non è più garanzia di qualità del frutto, ma solo di certificazione di processo con annosa burocrazia cartacea.

2) L’Alleanza delle Cooperative, rappresentando una larga fetta delle Op italiane, già citate, è molto attiva nel commentare (per bocca del suo Presidente D. Vernocchi), passo passo, gli eventi negativi del mercato e nel dare suggerimenti. Ha auspicato una risoluzione comunitaria atta a limitare le superfici peschicole negli altri Paesi dell’Ue, ove per i minori costi di produzione le superficie sono aumentate a dismisura. È stato anche richiesto un piano strategico nazionale per tutta l’ortofrutta, ove si chiedono poche misure efficaci per dare risposte alle imprese. Fra i punti fondamentali figurano il catasto ortofrutticolo nazionale, messo anche al primo posto del Tavolo Ortofrutticolo, per poter programmare investimenti, rinnovamento varietale e stabilire strategie mercantili. Altra priorità è la ricerca e l’apertura di nuovi mercati extra-europei per l’export ortofrutticolo; ma perché funzioni occorrerebbe una cabina di regia nazionale, che non c’è, e il supporto governativo e istituzionale per la delicata questione della valenza reciproca delle certificazioni fitosanitarie (a questa carenza occorrerebbe contrapporre efficaci controlli alle importazioni di pesche e altre frutta dai Paesi terzi). Critiche sono state espresse anche sulla realizzazione del progetto europeo Fruit24 (istituito per promuovere il consumo di frutta nelle scuole) perché l’agenzia cui è stata appaltata la distribuzione della frutta non ha tenuto abbastanza conto della qualità del prodotto (es. distribuzione di albicocche spagnole andate a male).

Circa gli aiuti comunitari, constatata la forte discrepanza (l’export di ortofrutta e vino si equivalgono intorno ai 5 Md €/anno ciascuno), ci chiediamo perché l’ortofrutta non è presa in considerazione dall’Ue ai fini della promozione all’estero, che è invece significativamente finanziata per le imprese vitivinicole? Vernocchi comunque si consola con la constatazione che al già costituito Tavolo Ortofrutticolo abbiano aderito tutti i soggetti della filiera ortofrutticola e le relative organizzazioni. È già qualcosa.

3) Un altro importante gruppo di produttori, “Italia Ortofrutta Unione Nazionale”, ha recentemente dibattuto il ruolo attuale delle Op e la politica europea dell’Ocm Ortofrutta, che vorrebbe fosse “innovativa, flessibile e rivolta alla sussidiarietà”, lamentando però la scarsità delle risorse, contingentate e inadeguate a risolvere la crisi. È stato però commentato favorevolmente che con la nuova Pac potranno essere finanziate azioni ambientali con almeno il 20% dei fondi e la ricerca scientifica con l’utilizzo di almeno un 5% del budget e, attraverso un processo di internazionalizzazione, verrà favorita l’aggregazione di nuove Op transnazionali.

Cosa dice la Gdo
Tra le voci critiche verso le Op va annoverato Claudio Mazzini, responsabile nazionale settore freschissimi di Coop Italia. Naturalmente Mazzini ha controbattuto pro domo sua le generali critiche dei produttori verso la grande distribuzione organizzata, colpevole di non contribuire a risolvere la crisi, sia perché – quando le conviene – acquista grandi quantità dall’estero di frutta estiva, pesche comprese, sia perché i prezzi al consumo delle grandi catene sono tenuti piuttosto alti (oltre 2 €/kg per tutto giugno, almeno a Bologna). Più bassi quelli dei negozi al dettaglio.

Mazzini dice anzitutto che, a causa della mancanza di programmazione dei produttori, le Gdo soffrono e non possono a loro volta programmare: ci sono infatti inadeguatezze fra le aree tipiche, storiche, quali ad esempio Romagna e Piemonte, per cui occorre integrare il prodotto con quello di altre regioni del Sud, come ad es. la Sicilia. Ma dove Mazzini insiste è sul concetto di “insufficiente qualità” del prodotto alla base della disaffezione dei consumatori. “Non è possibile una politica di massa senza un valore realmente percepito dal consumatore”, che non deve mai esser deluso. Purtroppo, a suo dire, il “patto di fiducia” con i produttori è stato troppo spesso tradito. C’è un effettivo problema di “qualità percepita”, al di sotto delle attese. “Il valore dei prodotti va creato non alzando i listini, bensì alzando la qualità”.

Ricerca di nuovi mercati
Una certa attenzione meritano anche gli interventi di un economista forlivese fuori del coro, Luca Bagnara, esperto nella gestione di imprese ortofrutticole. “Il mondo produttivo delle Op non si dovrebbe preoccupare per l’inadeguatezza o la riduzione del prossimo budget triennale dell’Ue a favore dell’Ocm (ipotizzato un 5% in meno), ma piuttosto di quanto sta “attorno” alla Pac, a partire dalla burocrazia che gravita sulle pratiche, sulla gestione e sui controlli, praticati da troppi organismi che alla fine fanno impennare i costi sostenuti dalle imprese”. “Non si capisce bene a chi vadano tutti questi soldi. Ci sono in Italia 300.000 aziende agricole professionali, ma quante (fra quelle frutticole) ne beneficiano, certamente una minoranza, ancorché in regola per legge, non si sa”.

“Andare all’estero con un solo prodotto è ormai riduttivo. In Russia, Cina, India e soprattutto in Africa, occorre presentarsi con un modello di esportazione di una “intera filiera”, chiavi in mano e non a blocchi. Le nostre imprese, alleandosi, dovrebbero “esportare le filiere” producendo per i Paesi in via di sviluppo, su due differenti livelli: a basso costo per la popolazione dei ceti bassi e ad alto livello per la fascia dei ricchi”. Siamo ancora fermi fermi al “bilico” da mandare in Germania…

Le Op ortofrutticole e i fondi Ocm
Secondo il Ministero delle Politiche Agricole e la Coldiretti sono 304 le Organizzazioni di Produttori ortofrutticoli (Op) riconosciute in Italia al 1° gennaio 2018. Le Associazioni di organizzazioni di produttori ortofrutticoli (Aop) sono invece soltanto 13 a cui aderiscono 67 Op. Nel 2018 sono stati approvati 291 programmi operativi. Il valore della produzione commercializzata (Vpc) preso a riferimento per il calcolo dei fondi di esercizio per il 2018 e che determina l’ammontare degli aiuti, è di 5.686.820.194 euro ed evidenzia un incremento dell’1,5% rispetto al valore preso a riferimento per i programmi operativi del 2017 (tra il 2016 e 2017 l’incremento della Vpcè stato del 7,3%).

Anche l’aiuto comunitario atteso per il 2018 registra un aumento superando il livello dei 256 milioni (erano 252 circa nel 2017). Negli ultimi anni si assiste ad un incremento lieve, ma costante della Vpc, mentre rimane pressocché invariato il numero delle Op riconosciute. Aumenta quindi il valore aggregato e la base associativa (anche a seguito di fenomeni interni di ristrutturazione del tessuto associativo) senza avere dei mutamenti significativi nel numero delle organizzazioni (fonte: https://www.ilpuntocoldiretti.it/).

Conclusioni: a chi tocca intervenire
Di fronte alla crisi strutturale che mette in forse l’avvenire e la stessa sopravvivenza della peschicoltura italiana abbiamo voluto dare ascolto alle principali voci critiche e ad alcune delle proposte e dei suggerimenti formulati dai principali responsabili della produzione-commercializzazione e ad esperti italiani della materia. Tutti hanno una qualche ragione per giustificare e motivare provvedimenti ed azioni auspicati per superare la crisi strutturale, che da un decennio ha fortemente ridotto la competitività della peschicoltura “made in Italy”. Qualcuno però ha più responsabilità degli altri: sono le associazioni dei produttori, anche perché sono i responsabili dei piani operativi Ocm. Ma queste vorranno mettere in gioco il sistema? Prenderanno iniziative, a partire dalla necessaria ulteriore aggregazione fra loro (finora volontaria)? Per ora attendono che il nuovo Ministro delle Politiche Agricole non deluda come quello precedente. Ci sono tanti problemi che si sono accumulati nell’ultimo anno, di competenza ministeriale, fra cui certamente gli interventi politici in parallelo alle strategie produttive e di mercato delle Op.

Il direttore generale delle Politiche internazionali e dell’Ue del nostro Mipaaf ha dichiarato nel giugno scorso: “L’attenzione è ora rivolta al Tavolo Ortofrutticolo, per il quale deve essere firmato il Decreto, già pronto. L’Ocm ortofrutta ha finora funzionato e non sarà stravolta dalla prossima riforma Pac”.

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