E venne il ciliegio…

ciliegio

Il ciliegio, buon ultimo fra le colture frutticole di interesse rilevante per il nostro Paese, vive da alcuni anni un profondo processo di rinnovamento, legato ad alcuni fattori strategici: una forte innovazione genetico-varietale, che sta gradualmente allargando e migliorando gli standard della gamma produttiva; una crescente spinta all’intensificazione colturale, legata a nuovi portinnesti diversificati per adattamento pedo-climatico e modelli d’impianto a densità medie, alte o altissime; sistemi colturali estremamente specializzati nelle tecniche agronomiche e di gestione delle piante.
L’obiettivo è la stabilizzazione delle rese, sempre più elevate, l’incremento dei parametri di qualità (pezzatura, aspetto, gusto, gradevolezza complessiva del frutto), la capacità di catturare e fidelizzare consumatori, vecchi e nuovi, italiani ed esteri, che stanno gradualmente scoprendo una nuova offerta di ciliegie. L’enorme progresso delle tecnologie della fase post-raccolta che si riscontra nelle organizzazioni commerciali più evolute è l’ulteriore elemento di forza che può garantire l’ottenimento di questi risultati.
Vive, il ciliegio, una felice stagione di grandi attenzioni da parte della ricerca scientifica, dei servizi di assistenza tecnica, del vivaismo e dei breeder, della distribuzione e dei mercati. Facile da consumare, piacevole e di immagine giovane, la ciliegia, purché bella e buona, piace sempre di più. Sembra di rivivere quello che decenni fa successe in Italia nel settore peschicolo con l’avvento delle nettarine e delle sempre più numerose varietà californiane; quello che è poi accaduto, più di recente, per albicocche e susine. In pochi anni, trasformazioni enormi che hanno fatto la fortuna di una specie e di tanti frutticoltori, nonostante la cronica incapacità italiana di metterne a sistema il valore.
Buon ultimo, il ciliegio sta scoprendo la strada dell’industrializzazione, della modernità, della trasformazione da coltura di nicchia, legata a territori tipici, ma ristretti, a coltura per imprese agricole tese alla specializzazione e all’alta redditività, capaci di coniugare rese, qualità e capacità di confrontarsi col mercato. L’importante è seguire questo processo passo per passo, sperimentare con puntualità ogni possibile, nuova soluzione tecnica, porre le basi affinché la cerasicoltura italiana diventi stabilmente coltura da reddito e di rinnovamento. La tipicità, il “piccolo è bello”, le denominazioni di origine sono e saranno sempre un grande valore aggiunto, ma non dovranno essere un ostacolo o un pretesto per impedire di trasformare il ciliegio in una delle possibili alternative per una parte importante della frutticoltura italiana, da Nord a Sud.

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