Fabbrica Italiana Contadina: presto al via il nuovo concept sull’agro-alimentare

FICO
Alcuni “preview” del futuro FICO-Eataly World, il grande parco alimentare di Bologna.
Intervista ad Andrea Segrè sul nuovo Parco agro-alimentare di Bologna Fico–Eataly World. Per trasformare turismo e gastronomia in cultura e conoscenza sul cibo e sull’alimentazione.

Prof. Segrè, a metà novembre prossimo viene inaugurato a Bologna un parco tematico agroalimentare “Fico – Eataly World”, unico in Europa, forse anche il più grande del mondo. Può spiegare brevemente come è nato questo suo progetto e quali scopi si prefigge?
Nel luglio del 2012 sono stato nominato presidente del Centro Agroalimentare di Bologna; subito ho chiesto, e ottenuto, mandato al CdA e al Comune di Bologna di studiare un progetto di valorizzazione del mercato ortofrutticolo, decisamente sovradimensionato rispetto alle esigenze degli operatori, e anche molto bello esteticamente. La “Cittadella del cibo e della sostenibilità” richiamava un parco tematico agro-alimentare dedicato all’educazione alimentare e alla sostenibilità (era in corso la messa in opera di un enorme impianto fotovoltaico sui tetti delle piattaforme, peraltro alla fine fra i più grandi d’Europa con 15 megawatt). I successivi incontri con Farinetti, il primo imprenditore che abbiamo sentito per la gestione operativa del parco tematico, ha portato al nome oggi noto: Fabbrica Italiana Contadina – Fico Eataly World. Da allora quel “concept” iniziale si è molto evoluto, ma l’idea di fondo rimane la stessa: “(ri)dare valore al cibo attraverso l’educazione alimentare”.

Se abbiamo capito bene, il Parco avrà due anime, una culturale – la sua – tesa a far conoscere il valore del cibo, i prodotti ortofrutticoli in primis, sul piano alimentare (dietetico – nutrizionale), edonistico e di benessere collettivo, attraverso la visione diretta dei processi produttivi, e l’altra – quella di Eataly World – di natura commerciale, che punta su un visitatore interessato a conoscere e provare i mille risvolti gastronomici della moderna alimentazione. Ci può spiegare meglio come è riuscito a coniugare queste due finalità?
Sì, la gestione operativa del parco è affidata a Eataly World, la società guidata da Oscar Farinetti e Tiziana Primori, ed ha il compito di popolare e far funzionare, a beneficio di tutti gli investitori (pubblici e privati), la struttura. Che, ricordo, svilupperà tutte le filiere eccellenti dal campo alla tavola. Campi coltivati, mercato agricolo, laboratori produttivi, cucine, punti ristoro. È un “format” assolutamente originale, unico nel suo genere. È chiaro che ci sarà una parte commerciale legata alla distribuzione e alla ristorazione, ma non si pagherà un biglietto di ingresso. Con gli inventori, in particolare le casse previdenziali che hanno messo oltre metà dell’investimento privato (agronomi, periti agrari e agrotecnici, veterinari, biologi, medici fra gli altri), abbiamo deciso di costituire una fondazione (Fondazione Fico per l’educazione alimentare alla sostenibilità) che ha il preciso compito di promuovere, per l’appunto, l’educazione alimentare, in particolare per le scuole di ogni ordine e grado.

Come pensa di realizzare una crescita culturale in una città come Bologna che si avvale di una grande Università e si va sempre più qualificando come “città del cibo”? Non a caso l’Assessore all’innovazione e alla tradizione ha dichiarato che a Bologna “c’è già una città del cibo”, esprimendo con ciò il timore che la Sua iniziativa possa mettersi in concorrenza con la forma e l’affermazione della ristorazione e della gastronomia di Bologna “la grassa”.
Il parco tematico non poteva che nascere, come idea e come progetto, a Bologna che è già la città del cibo, e non da oggi: la dotta e la grassa, grazie alla sua storia e alla sua Università, studenti e professori che venivano e vengono da ogni parte del mondo. Ma la sfida di aprire un parco tematico che attirerà milioni di persone, parte dei quali da ogni parte del mondo, sarà vinta solo se si completerà l’integrazione con la città. Bologna, appunto, non è Orlando, sede di Disney World in Florida (per questo il paragone con la Disneyland del cibo non mi piace) dove c’erano evidentemente delle convenienze per l’insediamento di un parco che poteva sorgere ovunque. Nel nostro caso Bologna offriva, e offre, tutte le condizioni – anche quelle di integrazione con la città - per poter realizzare un progetto così ambizioso e unico nel suo genere.

Uno degli obiettivi del Parco sarà conseguentemente lo sviluppo di due turismi, uno formativo-esplorativo, di innovazione e tradizione, cioè culturale – a partire dalle scuole – e l’altro prettamente gastronomico, con l’offerta di grandi varianti regionali, espresso da grandi chef. Sarà possibile, a regime, raggiungere fino a sei milioni di visitatori l’anno?
Credo di sì, anche se ci vorrà del tempo e molto lavoro per raggiungere quei numeri. Dopo l’interesse iniziale legato alla novità dovremo essere capaci di rinnovarci continuamente per continuare ad essere attrattivi. Ma intanto partiamo, il tempo ci dirà se la scommessa sarà vinta. A questo proposito, segnalo che all’interno del “palinsesto” della Fondazione FICO, che avrà una bella sede con aula didattica dentro il parco, ci saranno molti spazi da riempire. Penso a conferenze, letture, iniziative scientifico-divulgative rivolte all’ambito pubblico che frequenterà giornalmente la struttura.

La Fondazione da Lei creata, se avrà le auspicabili credenziali ministeriali ed europee, potrà istituire anche una nuova didattica post-universitaria e di aggiornamento professionale, che sarebbe di grande utilità per conoscere e anticipare i grandi temi alimentari del futuro? Verranno anche costituiti laboratori permanenti di ricerca?
Non ci saranno laboratori di ricerca, quelli sono e devono rimanere nelle Università e nei Centri. Ma con le Università partner istituzionali della Fondazione – Bologna, Trento, Pollenzo e Napoli-Suor Orsola Benincasa – abbiamo già un accordo per insediare attività didattiche e master, soprattutto quelli più innovativi. Non a caso Fico e la sua Fondazione dovevano essere la sede della “Kic Food” europea che poi, purtroppo, l’Università di Bologna non ha vinto. È solo per dire che il Parco non darà visibilità solo a “narrazioni” legate al cibo e alla gastronomia, ma sarà anche un moltiplicatore dell’innovazione in campo agro-alimentare. A questo io e tutti i partner teniamo davvero molto.

Finora le varie tappe per la realizzazione del Parco sono state ben scandite nei rapporti mediatici con la stampa, a cominciare dal collegamento con l’Expo di Milano, per finire con altri grandi eventi bolognesi ed italiani. Immagino che le attività di comunicazione, o le narrazioni mediatiche degli eventi del Parco, come si definiscono oggi, avranno un peso determinante per convogliare a Bologna, non solo dall’Italia, un gande pubblico di visitatori. Sarà così?
Sì, nel tempo abbiamo legato la promozione del parco ad una sorta di staffetta con Expo Milano 2015, anzi devo dire che eravamo, quando siamo partiti, fra i primi expo-ottimisti. La città di Bologna ci ha molto seguito in questo percorso che sta trasformando il suo Centro Agro Alimentare da un “asset” percepito negativamente, del resto era proprio così, a un moltiplicatore di iniziative e anche – mi auguro – di reddito. Va detto che sotto il profilo economico il partner pubblico del progetto, cioè il CAAB (alias Centro Agroalimentare, Mercato Ortofrutticolo di Bologna) ha iniziato a guadagnare ancor prima che il parco sia stato aperto. Il nuovo mercato ortofrutticolo (valore 25 milioni di euro) realizzato spostando gli operatori di un centinaio di metri non è costato un euro alla collettività, ma è stato realizzato grazie al Fondo immobiliare che ha promosso il progetto. La vendita delle quote del Fondo, detenute in maggioranza da CAAB, a nuovi investitori ha permesso di iniziare a saldare in anticipo un debito che i miei predecessori alla presidenza del CAAB avevano con il Comune di Bologna. Poi, se il Parco funzionerà prenderemo gli stessi dividendi che guadagneranno i finanziatori privati. Lo dico perché questo non è stato comunicato abbastanza. È un progetto pubblico-privato, dove il pubblico ha messo il valore di un “asset” che aveva già.

La Rivista di Frutticoltura non può dimenticare che il fine dei propri lettori sono la conoscenza e gli approfondimenti della filiera produttiva ortofrutticola, fino alla distribuzione e ai mercati finali, tanto del prodotto fresco che trasformato. Come pensa che il parco potrà raggiungere questo obbiettivo, mostrando attraverso di sé la continua evoluzione della genetica, del vivaismo, delle varietà, delle tecniche colturali, di difesa e post-raccolta delle varie frutta e ortaggi, così come il resto della filiera?
Invito tutti i lettori della Rivista a visitare il parco, aperto dal 15 novembre, dove l’ortofrutticoltura italiana sarà ben rappresentata, anche guardando al futuro e all’evoluzione della ricerca in questo campo strategico per il nostro Paese e per la dieta mediterranea, base anche della “mission” che si pone la Fondazione che presiedo. Del resto, fra le altre, si potrà visitare un’area multimediale dedicata proprio al futuro dell’agricoltura così come la serra-agrumeto, il vigneto, l’uliveto e, perfino, una tartufaia, oltre a un frutteto della biodiversità curato direttamente da Arpae nell’ambito di un accordo con la Fondazione Fico. Sarà davvero una meraviglia!

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