Frutech: innovazioni per un’ortofrutticoltura sostenibile

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Evoluzione del mercato agroalimentare e innovazioni tecnologiche per una frutticoltura sostenibile. Al Frutech di Catania si confrontano gli esperti

Il comparto agroalimentare italiano continua a rappresentare uno dei pilastri dell’economia nazionale, con un peso complessivo stimato intorno al 16% del PIL. Un dato che assume un significato ancora più rilevante se letto alla luce della crescita dell’export e del valore aggiunto generato dalle produzioni di qualità, in particolare nel comparto ortofrutticolo. Tuttavia, dietro questi indicatori positivi si celano delle criticità che pongono interrogativi sulla sostenibilità economica delle filiere, sul ruolo della produzione primaria e sulla capacità del sistema di affrontare le sfide ambientali e di mercato. Gli esperti del settore si sono incontrati al Frutech organizzato dall'Università di Catania per fare il punto della situazione.

Evoluzione del mercato agroalimentare

Secondo Biagio Pecorino, professore ordinario di Economia agraria, alimentare ed estimo rurale del Di3A dell’Università di Catania, il mercato agroalimentare si trova oggi di fronte a una grande opportunità di espansione, confermata dai dati su fatturati e valore aggiunto. Al tempo stesso, però, il sistema è chiamato a misurarsi con una sfida complessa che vede la crescente internazionalizzazione dei mercati da un lato e il consolidamento dei consumi dall’altro.

La vera criticità, sottolinea Pecorino, riguarda la ripartizione del valore lungo la filiera. I dati mostrano che solo l’11,5% del valore della spesa alimentare finale viene intercettato dai produttori agricoli, mentre circa il 29% è assorbito dalla trasformazione. Complessivamente, produzione primaria e trasformazione arrivano a intercettare circa il 40% del valore, mentre la quota restante è distribuita tra commercializzazione e ristorazione, che da sola rappresenta circa il 18%.

Un quadro che evidenzia una perdita di valore a monte e che solleva una questione centrale, ossia come garantire la sostenibilità economica della produzione agricola in un sistema che cresce, ma redistribuisce in modo diseguale i benefici.

Per Pecorino, la risposta passa dalla capacità di trasferire contenuti al consumatore. Qualità, provenienza e sostenibilità devono essere comunicati in modo chiaro e coerente, affinché il consumatore possa riconoscerli, interpretarli e tradurli in scelte consapevoli. In assenza di una solida educazione alimentare, il rischio è quello di concentrare il valore esclusivamente nella fase della transazione commerciale, senza creare un legame duraturo con il territorio e con il sistema produttivo.

In questo contesto, il mercato assume un ruolo chiave anche come strumento di sviluppo territoriale. In un Paese come l’Italia caratterizzato da una forte frammentazione produttiva e da risorse pubbliche limitate, il mercato può diventare un canale fondamentale per alimentare i territori, a condizione che i valori della produzione vengano correttamente trasferiti. In caso contrario, avverte Pecorino, il rischio è che siano le grandi multinazionali a risultare più credibili nella rendicontazione della sostenibilità rispetto ai territori che la praticano realmente.

Politiche comunitarie: dalla produzione all’ambiente

Il quadro delineato da Giovanni La Via, professore ordinario di Economia agraria dell’Università degli studi di Catania ed esperto di politiche comunitarie, evidenzia come le politiche europee abbiano progressivamente modificato il proprio orientamento. L’Organizzazione Comune di Mercato continua ad attuarsi attraverso le Organizzazioni di Produttori, ma la PAC ha subito un’evoluzione significativa.

Se in passato l’attenzione era rivolta principalmente alla quantità e alla qualità delle produzioni, con politiche orientate al miglioramento delle rese e all’assistenza tecnica, oggi la PAC assume una connotazione sempre più ambientale. I vincoli legati alle emissioni, ai trasporti e alla gestione delle risorse naturali incidono in modo crescente sull’operatività delle OP, mentre le risorse complessive si riducono.

I dati sono indicativi, infatti, se in passato circa il 65% delle risorse era destinato alla produzione, oggi la quota si attesta intorno al 30%, con una tendenza verso il 25–20%. Questo significa che la partecipazione agricola al bilancio complessivo diminuisce, rendendo necessario un utilizzo più efficiente e strategico dei fondi disponibili. «Le risorse non aumentano, sottolinea La Via, ed è quindi fondamentale non sprecarle, concentrandole dove possono realmente aumentare la capacità competitiva».

Tra le criticità più rilevanti emerge quella legata all’acqua. Il cambiamento climatico ha reso ormai inadeguati strumenti che in passato erano sufficienti, come le irrigazioni di soccorso. Oggi, per garantire la continuità produttiva delle colture ortofrutticole, diventa necessario investire in sistemi di accumulo, invasi e dissalazione, adottando politiche e soluzioni tecniche adeguate alla nuova realtà climatica. Strumenti ripresi dal passato, senza un adattamento al contesto attuale, rischiano di risultare inefficaci.

Indicazioni Geografiche e creazione di valore

Nel contesto europeo, l’Italia si colloca al terzo posto per valore della produzione agroalimentare, dopo Francia e Germania, ma sale al primo posto per valore aggiunto generato lungo la filiera. Un risultato strettamente legato al ruolo delle Indicazioni Geografiche, come evidenziato da Alessandro Scuderi Matarazzo, professore di Economia dei prodotti agroalimentari di qualità del Di3A dell’Università degli Studi di Catania.

I dati mostrano come una quota relativamente contenuta di prodotti DOP e IGP concentri una parte significativa del valore economico, dimostrando l’efficacia di questi strumenti nel rafforzare il posizionamento di mercato. In Sicilia, in particolare, le produzioni ortofrutticole a denominazione (Arancia Rossa di Sicilia, Pomodoro di Pachino, Limone di Siracusa) rivestono un ruolo strategico non solo in termini economici, ma anche di identità territoriale.

Sostenibilità: stato di avanzamento e criticità

Le sfide future della filiera sono fortemente legate alla sostenibilità, in un contesto segnato da crescita della popolazione, desertificazione e perdita di biodiversità. Dall’analisi storica, che va dal 1962 (anno di pubblicazione di Silent Spring di Rachel Carson) fino al Green Deal europeo, emerge una crescente attenzione al tema, ma anche un dato critico: il livello di raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 resta complessivamente inferiore al 50%, con poche eccezioni.

Le analisi mostrano che le aziende medio-grandi, in particolare quelle a indirizzo frutticolo, presentano un maggiore livello di implementazione di strategie sostenibili. L’adozione di agricoltura di precisione, strumenti digitali e modelli di agricoltura rigenerativa consente di migliorare l’efficienza nell’uso delle risorse e di ridurre gli impatti ambientali. Le certificazioni volontarie, come la ISCC (International Sustainability and Carbon Certification) rappresentano un ulteriore strumento per integrare sostenibilità ambientale, sociale ed economica.

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La sostenibilità passa attraverso la cura e tutela del suolo (foto F. Ciancio)

Consumatori, innovazione e nuove opportunità

Un nodo ancora aperto riguarda il livello di consapevolezza del consumatore, che risulta spesso insufficiente rispetto all’importanza della sostenibilità. Tuttavia, le tendenze di mercato indicano una crescente domanda di prodotti con una identità definita, capaci di coniugare qualità, origine e responsabilità ambientale. In prospettiva, pratiche come il carbon farming potrebbero rappresentare un’opportunità aggiuntiva di reddito per le aziende agricole, a condizione di disporre di sistemi affidabili di misurazione e certificazione.

I dati e le analisi convergono, quindi, su un punto chiave: la sostenibilità non è più un’opzione, ma un prerequisito di competitività per le filiere ortofrutticole. Rafforzare il ruolo dei produttori, migliorare l’equità nella distribuzione del valore e rendere operativi gli strumenti di sostenibilità rappresentano le sfide centrali dei prossimi anni. Come sottolineato da Scuderi, solo una sostenibilità percepita dal consumatore e misurabile nei processi potrà restituire pieno valore economico e strategico all’ortofrutta italiana.

L’IA a disposizione della sostenibilità

Da sempre l’innovazione è il cuore del settore ortofrutticolo e, oggi, con le indicazioni europee, la sfida è incentrata sul miglioramento della qualità e della resa nel rispetto dell’ambiente, rendendo così la filiera ortofrutticola sempre più sostenibile. Le direttrici strategiche per il perseguimento di questo scopo riguardano l’aumento della qualità, la razionalizzazione delle risorse idriche e dei nutrienti, l’uso di biostimolanti e l’adozione di pratiche ecocompatibili. Molte di queste sono possono beneficiare direttamente dell’uso dell’IA.

L’intelligenza artificiale, definita come l’insieme di metodi che simulano i processi cognitivi umani (percezione, apprendimento, ragionamento e decisione), come spiega Paolo Sambo dell’Università di Padova, è applicata attraverso il paradigma dell’Agricoltura 4.0, che integra IoT, big data, robotica, cloud computing e l’utilizzo di droni. Applicazioni di AI già in uso sono i sensori di umidità e temperatura che permettono di ottimizzare i trattamenti irrigui riducendo sprechi e migliorando la resa, oppure i sistemi di visione artificiale che possono identificano precocemente malattie e presenza di infestanti. In serra, l’IA è utilizzata per regolare temperatura, luce e nutrienti, automatizzare la logistica e monitora il microclima.

«I dati scientifici su diversi casi studio, continua Sambo, mostrano incrementi di resa fino al 20% e riduzioni di consumo idrico del 40% in colture come lattuga e pomodoro. Tuttavia, l’adozione dell’IA presenta sfide significative: tecniche ed economiche (costi, manutenzione, scarsa interoperabilità), sociali e formative (carenza di competenze, riduzione del lavoro manuale, problemi di privacy e sicurezza dei dati) e ambientali (rifiuti elettronici, consumo energetico, digital divide).

Esistono sensori alimentati da fonti rinnovabili come vibrazioni, luce, differenze termiche e con involucri biodegradabili. Risulta però necessario una standardizzazione dei dati, favorire investimenti pubblici, formare nuove figure professionali e promuovere principi etici e digitali per un’agricoltura intelligente e sostenibile».

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Mango siciliano coltivato in serra (foto: Marumango)

Biostimolanti: centrali nella gestione del frutteto

La sostenibilità passa anche dall’approfondimento dell’impiego di sostanze biostimolanti.

Infatti, come spiega Carlo Andreotti, Libera Università di Bolzano, negli ultimi anni i biostimolanti hanno assunto un ruolo sempre più centrale nella gestione dei frutteti, in particolare nei sistemi biologici e a basso input. Non si tratta più di prodotti “accessori”, ma di strumenti tecnici capaci di incidere sulla fisiologia della pianta, sulla qualità dei frutti e sulla capacità di adattamento agli stress ambientali. Le conferme arrivano da studi sperimentali di lungo periodo che ne chiariscono potenzialità e limiti, offrendo indicazioni concrete per l’impiego in campo.

Evidenze sperimentali nel melo biologico. In un meleto biologico di ‘Jonathan’ in Alto Adige, dove per due stagioni consecutive sono stati testati 10 biostimolanti fogliari di diverse categorie (estratti di macroalghe, acidi umici, idrolizzati proteici di erba medica, amminoacidi con microelementi (Zn), vitamine del gruppo B, chitosano e silicio), i trattamenti, applicati settimanalmente da fine maggio a metà agosto, hanno evidenziato risposte differenziate ma complessivamente significative sul piano fisiologico e qualitativo.

L’estratto di macroalghe ha determinato sia un incremento della superficie fogliare di circa il 20% rispetto al controllo non trattato che un aumento del contenuto in clorofilla e dell’attività fotosintetica così come una maggiore efficienza nell’utilizzo delle risorse, soprattutto in condizioni climatiche meno favorevoli. Questi effetti si traducono in una pianta più “attiva” dal punto di vista metabolico, con ricadute positive sulla qualità del frutto.

Oltre agli aspetti vegetativi, lo studio ha messo in luce effetti interessanti sulla qualità commerciale delle mele. In particolare, gli estratti di macroalghe, vitamine B e idrolizzati proteici hanno favorito un aumento dell’intensità e dell’estensione della colorazione rossa. Inoltre, è stato rilevato un incremento del contenuto in antociani nella buccia, parametro chiave per l’attrattività del prodotto sul mercato.

Non sono stati osservati effetti negativi su peso medio, grado Brix, acidità titolabile e consistenza della polpa, a dimostrazione che l’impiego dei biostimolanti non compromette l’equilibrio qualitativo del frutto.

Un risultato di particolare interesse tecnico riguarda la fase post-raccolta. L’applicazione di amminoacidi associati a zinco ha permesso di ridurre di oltre il 50% l’incidenza della fisiopatia “Jonathan spot” durante la conservazione in frigorifero confermando il contributo dei biostimolanti anche sulla stabilità del prodotto nel tempo, con vantaggi economici diretti per il frutticoltore.

Biostimolanti e stress idrico in vite in vaso. La gestione dello stress idrico è stata studiata in condizioni controllate di serra su piante di vite coltivate in vaso, suddivise in un gruppo irrigato al 100% e in un gruppo sottoposto a stress idrico severo seguito da irrigazione di soccorso. Su entrambi i gruppi sono stati applicati trattamenti a base di silicio ed estratti di alga.

I risultati mostrano che entrambi i biostimolanti sono in grado di ritardare il calo del potenziale idrico del fusto e di favorire una migliore ripresa fisiologica dopo lo stress. La conduttanza stomatica ha generalmente recuperato i valori iniziali dopo l’irrigazione di soccorso, sebbene l’uso del silicio sembri interferire parzialmente con la dinamica naturale di recupero.

Questi risultati sono promettenti per l’integrazione in protocolli di irrigazione deficitaria e di soccorso, ma rimane fondamentale la standardizzazione dei protocolli sperimentali per garantire la trasferibilità dei risultati alle pratiche agronomiche. L’efficacia dipende dalla scelta della sostanza attiva più idonea; dalla corretta epoca e frequenza di applicazione; dall’integrazione con la gestione agronomica complessiva del frutteto.

Le sostanze di base a supporto della difesa

Rimane imprescindibile per il raggiungimento degli obiettivi europei, la diminuzione dell’uso dei prodotti fitosanitari.

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L’uso di sostanze di base ha permesso di ridurre l’incidenza di peronospora e oidio in piante di vite

«Sebbene esistano limiti massimi di residuo (LMR) stabiliti dalla normativa, afferma Gianfranco Romanazzi, Università Politecnica delle Marche e presidente Associazione Italiana per la Protezione delle Piante, la grande distribuzione organizzata tende a imporre soglie ancora più restrittive, soprattutto come leva di marketing per rispondere alle aspettative dei consumatori. Allo stesso tempo, l’Unione Europea evidenzia che oltre il 99% degli alimenti consumati risulta privo di residui rilevabili. Resta quindi centrale la questione di come sostenere le piante nella gestione degli stress: per quelli di natura abiotica si fa ricorso ai biostimolanti, mentre per gli stress biotici risultano fondamentali le sostanze a basso rischio e le sostanze di base».

Negli ultimi anni il contesto normativo della difesa fitosanitaria ha subito profondi cambiamenti. Se fino a circa dieci anni fa venivano approvati mediamente una ventina di nuovi prodotti all’anno, dal 2020 il processo autorizzativo europeo si è drasticamente rallentato, fino a registrare l’assenza di nuove sostanze attive approvate. Parallelamente, numerosi principi attivi sono stati revocati o non rinnovati in base ai criteri di esclusione del Reg. (CE) 1107/2009, con una conseguente riduzione delle soluzioni disponibili, soprattutto nei sistemi a basso input.

In questo scenario, l’Unione Europea ha avviato una consultazione per semplificare il quadro normativo del biocontrollo, riconoscendone il ruolo strategico nella transizione verso sistemi agricoli più sostenibili. Il settore sta lavorando a una proposta che individua quattro principali categorie di mezzi di biocontrollo (microrganismi, sostanze naturali, semiochimici e macrorganismi) attualmente non ancora pienamente armonizzate dal punto di vista regolatorio. Un nodo centrale riguarda il sistema di registrazione: oggi i prodotti devono essere rinnovati ogni 15 anni, mentre la proposta in discussione prevede una registrazione unica e permanente. Qualora approvata, la nuova normativa potrebbe rendere il processo autorizzativo più rapido ed economico entro il 2027.

Un ruolo chiave in questo contesto è svolto dalle sostanze di base, strumenti fondamentali per una difesa delle colture a ridotto impatto ambientale. Le sostanze di base, definite dall’art. 23 del Reg. (CE) 1107/2009, sono sostanze comunemente utilizzate nell’alimentazione umana o animale, caratterizzate da un profilo tossicologico favorevole, generalmente prive di Limiti Massimi di Residuo e registrate “una tantum”, con costi e tempi di autorizzazione contenuti.

Attualmente l’UE ha approvato 28 sostanze di base, di cui 16 utilizzabili su vite. Tra le più rilevanti figurano il chitosano, con azione elicitrice e antifungina, i bicarbonati e il talco contro l’oidio, estratti vegetali come Equisetum e Urtica, oltre a latte e siero di latte. Le evidenze sperimentali mostrano che, se inserite in strategie di difesa integrata, queste sostanze possono ridurre significativamente l’incidenza di peronospora e oidio. In prove di campo su vite, il chitosano allo 0,5% ha determinato riduzioni dell’incidenza della peronospora sulle foglie fino al 64% e sui grappoli fino a oltre il 50%, mentre per l’oidio sono state osservate riduzioni dell’indice di McKinney fino al 78%.

Le sostanze di base non rappresentano un’alternativa diretta ai fitofarmaci convenzionali, ma un elemento essenziale di strategie integrate finalizzate a ridurre l’uso di rame e zolfo, limitare i residui e migliorare la sostenibilità complessiva delle produzioni. Le ricerche in corso stanno ampliando il numero di sostanze valutate e potrebbero beneficiare, nei prossimi anni, di procedure di registrazione più snelle per i mezzi di biocontrollo.

L'innovazione fa la differenza

«L’innovazione, conclude Antonio Ferrante, Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, rappresenta oggi un elemento chiave in ogni fase della filiera agroalimentare, dalla produzione primaria fino al prodotto finale. L’introduzione di nuove soluzioni incide in modo significativo sulla qualità complessiva del prodotto perseguita attraverso un approccio integrato che valorizza ogni singolo intervento.

Attualmente disponiamo di strumenti e tecnologie avanzate, come l’agricoltura di precisione, l’impiego di mezzi tecnici sempre più mirati e l’utilizzo di biostimolanti, che consentono di ottimizzare i processi produttivi e di rispondere in modo più efficace alle esigenze delle colture. Ogni singolo tassello di miglioramento, anche se apparentemente limitato, può contribuire in modo determinante al risultato finale, dimostrando come l’innovazione diffusa lungo tutta la filiera sia in grado di fare realmente la differenza in termini di qualità e sostenibilità».

Frutech: innovazioni per un’ortofrutticoltura sostenibile - Ultima modifica: 2026-02-01T15:27:07+01:00 da Sara Vitali

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