Olivicoltura italiana, per produrre di più e bene

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Olive e olio in bottiglia
Secondo il rapporto di dicembre 2016 del Consiglio Oleicolo Internazionale nel 2015-‘16, ultima annata per la quale sono disponibili dati definitivi, il consumo mondiale di olio di oliva è stato di 2.916.000 t, con un aumento del 54% rispetto al 1995-‘96.

Secondo il rapporto di dicembre 2016 del Consiglio Oleicolo Internazionale nel 2015-‘16, ultima annata per la quale sono disponibili dati definitivi, il consumo mondiale di olio di oliva è stato di 2.916.000 t, con un aumento del 54% rispetto al 1995-‘96. Il balzo in avanti compiuto in questo ultimo ventennio è dovuto soprattutto ai consumi in Paesi non tradizionali, molti dei quali non appartenenti all’Ue, tra cui USA, Australia, Canada, Giappone e, ultimamente, Cina. Nel 2015-‘16 le importazioni di oli di oliva sono aumentate del 6% rispetto all’anno precedente. Oggi le importazioni di oli vergini ed extra-vergini hanno raggiunto il 68% del totale e sono pari a quelle di tutte le categorie di oli di oliva di vent’anni or sono.

Nel mondo c’è sete di olio di oliva, e in particolare di extra-vergine. La produzione nel frattempo si è adeguata all’aumentata domanda. Negli ultimi venti anni la produzione mondiale è più che raddoppiata grazie al contributo della Spagna, che è passata da 642.000 (media del biennio 1995-‘97) a 1.401.000 t (2015-‘16), e di altri Paesi, mediterranei e non, che hanno investito nel settore olivicolo in misura rilevante. Anche prendendo come riferimento periodi più lunghi di osservazione emerge con chiarezza l’aumento della produzione mondiale. Ad esempio, confrontando la media produttiva mondiale dei 10 anni del periodo 1989-‘99 con quella del decennio appena trascorso (2006-‘16), la produzione globale è aumentata del 38% ed ha quasi completamente soddisfatto l’aumento del 42% dei consumi registrato nello stesso arco di tempo.

In Italia la produzione è calata del 12% se confrontiamo gli stessi periodi e i consumi sono in declino da oltre un decennio. L’annata 2016-‘17 ha prodotto solo 182.000 t di olio ed anche quella appena iniziata non si preannuncia abbondante. È anche interessante sottolineare che, fatto 100 l’indice dei prezzi alla produzione dell’olio nel 2010, nel 2016 risultava pari a 191 a fronte di una variazione di appena 8 punti di quella dei prezzi degli input produttivi (da 100 a 108, dati Ismea).

Da questi numeri è evidente che il mercato internazionale dell’olio di oliva è tuttora dinamico, sia in volume che in valore. La nostra filiera olivicola è ancora vitale, lo dicono i prezzi del prodotto italiano e il valore in crescita delle nostre esportazioni, ed esprime delle eccellenze invidiate in tutto il mondo. Tuttavia, l’Italia deve invertire la tendenza al declino produttivo instauratosi negli ultimi 20 anni se vuole mantenere il ruolo guida che finora ha avuto nell’ambito dell’olivicoltura mondiale. A questo tema è dedicato l’articolo del gruppo di ricerca dell’Università di Palermo che riporta alcuni risultati di oltre un decennio di sperimentazione su cultivar siciliane adatte a modelli olivicoli di impianto compatibili con alte produzioni ed elevato grado di meccanizzazione. Dato l’ampissimo parco varietale italiano, è molto probabile che anche in altre regioni siano presenti varietà autoctone, seppure di minore diffusione rispetto alle più comuni, adatte a modelli facilmente meccanizzabili e di maggiore produttività.

Le novità non riguardano soltanto gli aspetti varietali. Dal punto di vista della meccanizzazione della raccolta, oltre alle macchine vibro-scuotitrici del tronco e quelle scavallatrici del filare per gli oliveti ad altissima densità, vi sono anche nuovi modelli a raccolta laterale che appaiono assai interessanti per conciliare le esigenze di continuare a coltivare genotipi autoctoni, non necessariamente di basso vigore, con la necessità di contenere i costi di produzione. L’impiego di queste macchine richiede chiome progettate e sagomate in modo da ottenere filari continui che consentano la massima produttività ed efficienza di raccolta.

Vi è poi il ricorso all’irrigazione che negli oliveti ad alta e altissima densità può fare molta differenza sia in termini produttivi che di accrescimento durante la fase di allevamento. Per non parlare poi dei benefici che l’irrigazione apporta in estati come quella appena trascorsa, in cui le alte temperature e l’assenza di precipitazioni hanno seriamente compromesso la produzione in molti areali. L’irrigazione, quindi, va intesa oggi non come pratica di lusso, ma fondamentale, talvolta indispensabile, per raggiungere alte produzione di elevata qualità. I consumi idrici dell’olivo sono piuttosto limitati. Praticando l’irrigazione in deficit controllato con metodi localizzati si può risparmiare fino al 50% del volume idrico annuale nella gran parte degli ambienti italiani. Allo stesso tempo è chiaro che la diffusione dell’irrigazione (si pensi all’olivicoltura collinare e lo stesso discorso vale per la viticoltura) impone di attivare misure adeguate per consentire di captare l’acqua nel periodo autunno-invernale mediante invasi artificiali, capaci di raccogliere le acque piovane.

Non sono tutte rose e fiori. La difesa dell’oliveto diventa sempre più complessa ed incide in modo crescente sul costo di produzione. Nuove emergenze di fitofagi, seppure in areali confinati, arrecano gravi danni e chiedono nuove soluzioni per il contenimento. Anche dal punto di vista dei patogeni il quadro non è confortante. L’epidemia da Xylella fastidiosa non è più un fenomeno soltanto pugliese. Focolai sono stati segnalati in Francia e in Spagna, anche se al momento le misure eradicanti attuate sembrano averne bloccato l’espansione. Da coltura quasi esente da problemi fito-sanitari, l’oliveto è diventato un agro-ecosistema molto simile ad altri frutticoli per quanto riguarda la difesa.

Appare evidente che l’olivicoltura sta attraversando profonde trasformazioni. La filiera italiana ha punti di forza e di debolezza e tuttora riesce a giocare un ruolo chiave negli scenari internazionali. Tuttavia, per reggere le nuove sfide e rendere i nostri olivicoltori in grado di competere con quelli esteri in futuro si dovrà investire e mobilitare le risorse economiche ed umane per condurre la necessaria sperimentazione a livello nazionale Non bisogna rassegnarsi al declino produttivo, ma semplicemente rinnovare l’olivicoltura italiana.

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