Melograno, potenzialità e limiti di un antico frutto italiano

melograno
Impianto di Wonderful con sistema a Y trasversale al terzo anno a Latina
Tutto il bacino del Mediterraneo guarda con interesse a questo frutto trainato da un consumo crescente, legato alle ottime proprietà nutrizionali, in un contesto di offerta ancora limitata. Non mancano le criticità, sia per la difficile interazione genotipo/ambiente, sia per alcune difficoltà agronomiche che ne rendono problematica la gestione. Tantissime le varietà disponibili, ma la scelta va ristretta.

Nel 2010 il melograno, frutto presente in Italia e in generale nel bacino Mediterraneo da millenni, nonché celebrato nella letteratura, religione, scultura e pittura, con una iconografia di eccellenza (Leonardo, Botticelli, ecc.), era praticamente inesistente nelle statistiche italiane. Se ne coltivavano poche decine di ha e la sua presenza, peraltro diffusa a tutte le nostre latitudini, era relegata a piante sparse in parchi, orti e giardini familiari. Una specie quasi in via di estinzione tanto da essere oggetto di ricerche sulla conservazione del patrimonio genetico. Nel recente Atlante dei Fruttiferi Autoctoni Italiani edito dal Mipaaf e dal Crea il melograno non è citato né sono presenti le numerose varietà locali.
La melagrana era e rimane un frutto scomodo, troppo complicato da sbucciare e da sgranare con il rischio di sporcarsi con il succo, difficile da mangiare, seme spesso duro e dal sapore a volte molto acido. Per la sua capacità di conservazione come frutto intero essiccato si preferisce impiegarlo come ornamento e addobbo natalizio.
La rinascita viene da Israele, da dove il modello della moderna coltivazione è stato importato. Tra i principali promotori ci sono vivaisti, alcuni dei quali hanno proposto brevetti vegetali e royalty inesistenti (es. Wonderful One che è un marchio commerciale) proponendo varietà “originali” che invece erano già protette da royalty. ’Sono state anche proposte varietà mai testate prima e a volte dall’incerto valore commerciale. Spesso gli investitori venivano da esperienze differenti, pochi i frutticoltori esperti, tanto meno di melograno. Di fatto non c’era nessun vero tecnico specializzato in questa coltura e molti si sono proposti come tali.
La coltura ha comunque avuto un certo successo, ma non sono mancate le delusioni. Oggi si possono stimare oltre 1.500 ha già a coltura in Italia, soprattutto con le varietà Wonderful (Figg. 1 e 2) e Acco (Akko) (Fig. 3), entrambe libere da brevetto. Sicilia, Puglia, Calabria, Campania e Lazio sono le regioni maggiormente interessate da questa improvvisa espansione che tocca, sorprendentemente, anche il nord, dalla Toscana all’Emilia-Romagna, dalle Marche al Veneto. In quest’ultima si trovano nuovi impianti nel veneziano, padovano e trevigiano e circa 40 ha solo nel Veronese (nell’affannosa ricerca di novità a causa dei problemi delle pesche e la moria del kiwi). Alcuni hanno intrapreso anche l’intelligente via della coltivazione biologica (Fig. 4), che inizia ad essere riconosciuta nel suo plus valore da alcune linee commerciali.
Ci sono valide ragioni che ne motivano la rinascita nella produzione e nel consumo: il riconoscimento delle proprietà funzionali, la diffusione di sistemi di sgranatura degli arilli che ne rendono più facile il consumo, la diffusione di cultivar più produttive e attraenti, il miglioramento delle tecniche colturali, la destagionalizzazione del consumo, lo sviluppo del suo potenziale come prodotto trasformato. Per quanto riguarda il consumo, la diffusione degli spremitori manuali in moltissimi bar ha lanciato la moda del succo spremuto fresco, ma anche gli estrattori di succo a freddo si stanno diffondendo.
Alla base della diffusione del melograno la prospettiva di facili guadagni dovuti a produzioni molto elevate (40 e più t/ha), prezzi remunerativi (da 1,5 a 2 €/kg), facilità e semplicità di conduzione, previsione di costi di investimento (ammortamenti delle dispendiose strutture di sostegno) e di allevamento molto inferiori alle entrate. Le cose non stanno andando proprio così, soprattutto nel campo delle rese produttive e commerciali, nonché per le difficoltà tecniche e i costi di allevamento e gestione.
L’entusiasmo è stato inoltre frenato da recenti eventi climatici. Il gelo al Sud dello scorso inverno, con danni in vari giovani impianti pugliesi e le gelate notturne del 20-22 aprile 2017 con gravissimi danni ai nuovi germogli. Ad esempio, nel Viterbese vari progetti di impianto sono stati repentinamente cancellati. Di contro, l’andamento stagionale delle due ultime caldissime estati, con temperature costantemente molto elevate e accompagnate da scarse piogge autunnali ha favorito la maturazione dei frutti anche nelle varietà tardive come Wonderful.
Non solo Italia
L’interesse crescente per investimenti sul melograno si registra anche in altri Paesi. Negli USA, vari Stati cercano di imitare la California, dove si coltiva praticamente solo Wonderful (Fig. 5 e 6) (la ‘Coca Cola del melograno’ per il suo gusto acidulo). Florida, Georgia e Arizona hanno intrapreso un percorso di valutazione varietale e di impatto fitosanitario. Sono state raccolte cultivar di diversa origine genetica ged allestito campi di confronto varietale in microzone pedoclimatiche differenti. Dai primi risultati risalta la scarsa adattabilità di Wonderful a molti ambienti (non va né in Florida, né in Georgia) e l’elevata presenza di parassiti e malattie, come ad esempio in Florida. Anche in Australia, che – per inciso –- nel 2021 sarà la sede del prossimo simposio internazionale dell’ISHS sul melograno, si stanno vagliando le diverse cultivar e a tale scopo ne hanno introdotte quasi 300.
Tra i Paesi a noi più vicini e potenziali concorrenti, la Spagna è il principale produttore ed esportatore europeo, con un’area di produzione di circa 4.000 ha e 60.000 t. Qui si stanno diffondendo anche le nuove varietà (Wonderful, Acco, Parfianka) che coesistono con quelle tradizionali (Valenciana e Mollar de Elche). Data la preferenza locale per il gusto dolcissimo dei tipi Mollar, la Wonderful si produce soprattutto per l’esportazione verso centro e nord Europa dove prediligono i sapori agrodolci.
In Turchia, Paese tradizionalmente coltivatore di melograno, è diffuso il tipo rosso argodolce, come Hicaz (Hicaznar), peraltro abbastanza simile a Wonderful. La Turchia rappresenta, per tipologia di frutto e per le quantità prodotte, un pericoloso concorrente delle nostre produzioni di Wonderful, con costi di produzione molto competitivi. La Grecia ha preceduto l’Italia, iniziando verso il 2006 le nuove piantagioni, soprattutto di Wonderful. Attualmente si stima una superficie di circa 2.000 ha di melograno, scavalcando le varie cultivar locali, come la dolce Hermione.
In Portogallo sono fiorite importanti realtà produttive: impianti di Acco ormai di 6 anni, Wonderful e i nuovi cloni rossi spagnoli. Il Sud del Portogallo con il suo clima mite consente di raccogliere le varietà più precoci in anticipo rispetto alle altre produzioni europee, in concorrenza con gli Israeliani. Nel Nord Africa e in Medio Oriente vi sono molti Paesi di elezione per la sua coltivazione, innanzi tutto Israele, che con gli innovativi sistemi di allevamento e le attività di miglioramento genetico è un punto di riferimento mondiale per la ricerca e sviluppo della coltura. Non va però dimenticato che Algeria, Tunisia, Marocco ed Egitto, storici produttori di melograno, hanno un interessante germoplasma per frutti a gusto dolce nonché condizioni climatiche ottimali. Anche in questi Paesi si stanno diffondendo nuovi impianti, sia con varietà tradizionali che di nuova introduzione, con ottime opportunità di sviluppo in quanto abbinano clima idoneo a bassi costi di produzione.
Facile da coltivare?
Si suppone che il melograno, conosciuto da sempre, sia una pianta caratterizzata da una elevata rusticità e quindi facile da coltivare. Anche se ha contribuito alla sua rapida rinascita, questo luogo comune è vero solo in parte. Rusticità non è sinonimo di “produce facilmente, non ha bisogno di irrigazione e concimazione e nessun trattamento fitosanitario,…”, per cui è un concetto che nasconde varie insidie.
La coltivazione del melograno è particolarmente adatta ad ambienti mediterranei con inverni non troppo freddi ed estati calde. Non va bene in aree con elevata piovosità estiva e alta umidità relativa per l’alta incidenza di malattie fungine e per la spaccatura dei frutti. I melograni sono particolarmente sensibili al vento e possono tollerare temperature di -10 °C. Poco però si conosce della risposta al gelo delle cultivar commerciali di nuova introduzione. Le temperature estremamente alte causano gravi lesioni sui frutti, tipo scottature.
In Italia il melograno si può coltivare con successo – ovvero con ottime qualità organolettiche – sicuramente al Sud e al Centro, mentre per il Nord i rischi sono notevoli e i risultati modesti in termini di qualità dei frutti. Ambienti ideali al Nord potrebbero essere colline dal particolare microclima mite che può anticipare la fioritura e senza pericolo di gelate tardive (Fig. 7). Mentre al Sud si possono provare tutte le varietà, al Nord si consigliano solo le più precoci, che potrebbero riuscire a maturare correttamente entro la fine dell’autunno.
La pianta si adatta a vari tipi di terreno, ma soffre i ristagni di umidità, con effetti sul colletto e sulla radice. Da evitare quindi i terreni argillosi. Questo è il principale limite che vincola l’impiego di adeguate baulature del terreno. Le malattie del colletto sono tra le più rovinose per i moderni frutteti. La pianta sopravvive a periodi di siccità, anche prolungati benchè si tratti di mera sopravvivenza che può perdere le foglie quasi completamente. Così si perde la produzione in atto e si ipoteca quella futura. Per ottenere frutti di adeguata pezzatura e qualità, l’irrigazione è assolutamente indispensabile.
Il melograno produce anche su terreni poveri, ma per una coltivazione professionale è indispensabile un congruo apporto nutrizionale. In coltura professionale, vari organi della pianta diventano ospiti di numerose patologie e parassiti. Emblematico il caso dell’India (Fig. 8) dove questa coltura è infestata da dannosi funghi (Ceratocytis fimbriata, appassimento della pianta) e batteri (Xanthomonas axonopodis pv punicae, batteriosi del melograno), tant’è che il maggiore sforzo della ricerca è nel miglioramento genetico per trovare cultivar resistenti. Alcune varietà indiane coltivate in Sud Africa hanno introdotto alcune di queste patologie, provocando la morte di vari frutteti e la quasi scomparsa delle stesse varietà.
In Italia si è già visto che sono da affrontare le seguenti problematiche: afidi (Aphis punicae e Aphis gossypii) (Fig. 9), rodilegno giallo (Zeuzera pyrina), lepidotteri (Cryptoblabes gnidiella e Cydia pomonella), mosca mediterranea della frutta (Ceratitis capitata), cocciniglie (Planococcus citri), deperimenti e disseccamenti (Phytophthora spp. agente del marciume del colletto, Pilidiella (= Coniella) granati, agente del cancro del fusto del melograno), maculature della foglia e del frutto (Colletrotrichum (Gloeosporium) gloesporioides, Gloromella cingulata, Sphaceloma (Gloeosporium) punicae, Alternaria spp., Cercospora punicae), marciumi della corona del frutto (Botrytis cinerea, Penicillium spp, Pilidiella granati), cuore nero del frutto (Alternaria spp., Aspergillus niger). Recentemente sono stati notati anche attacchi di cimice asiatica (Halyomorpha halys).
Aspetti morfo-fisiologici
della specie
Il melograno è una pianta molto particolare, con caratteristiche fisiologiche e morfologiche che ne fanno un unicum. Dal punto di vista della riproduzione ha la peculiare caratteristica che il seme non deve soddisfare alcun fabbisogno in freddo per superare la dormienza. Questa può essere una ragione aggiuntiva per spiegare l’ampia diversità genetica e fenotipica delle migliaia di varietà presenti nel mondo. Nei semenzali si riscontra la mancanza di fase giovanile in quanto la messa a frutto è relativamente rapida, potendo raccogliere i primi frutti già dal secondo, terzo anno.
La propagazione per talea è la prassi comune, dovuta alla facilità di radicazione della maggior parte delle cultivar, anche se non mancano differenze ed eccezioni. Si può anche mettere direttamente a dimora la talea, ovviamente applicando le adeguate e attente cure: talea di idonea lunghezza e diametro, irrigazione, pulitura dalle infestanti, ecc.
In alcuni Paesi (nei Balcani, in Spagna) si pratica, o meglio si praticava, anche l’innesto, di solito su tipi selvatici. Il ritrovamento di semenzali senza polloni, ad esempio presso il Crea Frutticoltura di Roma, apre la prospettiva futura alla diffusione di portinnesti non polloniferi.
L’albero ha un portamento naturalmente arbustivo, cespuglioso. Questa è una caratteristica cui si può attribuire la diffusione del melograno in molte zone del Caucaso e del Mediterraneo. La presenza di alberi policauli costituisce una riserva di fusti che possono sopravvivere in caso di attacchi parassitari o malattie o danni da gelo che possono colpire alcuni fusti. Il portamento cespuglioso abbinato alla capacità pollonifera, permette la ricostituzione della chioma nel caso di danni da freddi invernali o da gelate primaverili. La dimensione della chioma è variabile, esistono melograni super nani, nani, semi-nani, standard, ma anche tipi molto vigorosi che possono raggiungere dimensioni di una decina di metri e superare il secolo di vita. L’habitus vegetativo può essere più o meno assurgente, espanso o pendulo. Il melograno è una pianta spinescente ma con importanti differenze tra le cultivar; ci riferiamo ad esempio ai tipi ornamentali giapponesi, senza spine.
In Italia il melograno è tradizionalmente una pianta decidua, sebbene in alcune regioni subtropicali è considerata sempreverde. Ad esempio nel Maharashtra (India) si coltivano varietà sempreverdi come Bhagwa, che con opportune tecniche di defogliazione controllata possono produrre frutti con cicli fenologici differenziati, così da produrre in tre differenti periodi. Recentemente, in Israele sono stati creati ibridi tra varietà decidue e sempreverdi che nelle condizioni del sud Israele possono produrre in due periodi, gennaio e giugno.
La biologia fiorale è molto complessa con strutture maschili, femminili e miste. Questo si traduce nel fatto che le varietà commerciali più diffuse siano autofertili, ma con differenti rapporti quantitativi tra fiori maschili e femminili (anche variabili da anno ad anno), con una fioritura tardiva rispetto ad altre specie ma che si protrae a lungo nel tempo. Si registrano tre principali ‘ondate’ di fioritura, la prima è senza dubbio la migliore e la terza viene di norma completamente diradata, dando altrimenti origine a frutti che non riusciranno a maturare. La prolungata fioritura è un forte handicap per la gestione dei trattamenti contro le varie malattie fungine che penetrano nel fiore e danneggiano il frutto (Alternaria e Botrytis in primis).
I tipi nani o semi-nani hanno di norma frutti piccoli, quasi miniature, ai quali si contrappongono tipi vigorosi con frutti dal peso superiore a 1 kg, come in Grossa di Faenza (che raggiunge anche 1,7 kg/frutto) (Fig. 10) o svariate cultivar caucasiche. La stessa Wonderful vede il suo iniziale successo nella capacità di produrre frutti che possono superare 1 kg. Variano anche le dimensione degli arilli, che si possono classificare in varietà con arilli piccoli, medi e grandi, variando da 0,1 a 0,5 g. Non sempre c’è correlazione tra dimensione dei frutti e degli arilli.
Lo spessore della buccia può variare in funzione della differenti cultivar, da 1 a 5 mm. È un fattore importante perché incide sulla suscettibilità dei frutti a parassiti e malattie della buccia e sulla serbevolezza in fase di conservazione.
Tecniche di coltivazione
Le cultivar commerciali che si stanno diffondendo hanno una rapida messa a frutto e già al secondo anno possono dare i primi frutti. Si rende quindi necessario sostenere la pianta quando vi è un pesante carico sui giovani rami. Questo giustifica l’impiego di strutture di sostegno, come la Y trasversale o fili orizzontali sostenuti da palificazioni. Il sesto ottimale degli impianti, peraltro ancora da definire per le condizioni italiane, nel sistema israeliano con pali di sostegno a Y trasversale è di m 6x3,50 (Fig. 11), ma può variare a 6x3 o 5x3 o 5x2,5 a seconda della cultivar, del suolo, ecc. Si potrebbero provare anche densità più elevate (4,5x2 m) (Fig. 12) per ottenere rendimenti più elevati nei primi anni, per poi eventualmente provvedere alla rimozione di piante alternate negli anni successivi (‘sesto variabile’). Sarebbe preferibile avere la struttura già presente al momento dell’impianto, in alternativa rimandare la predisposizione della struttura al secondo o terzo anno per dilazionare gli anticipi finanziari.
La pianta allevata a monocaule deve essere sostenuta da un palo o una canna e accompagnata da un robusto filo orizzontale. L’astone si accorcia a 50-60 cm dal suolo e poi si allevano i germogli per formare la chioma, eventualmente legandoli ai fili orizzontali superiori. I rami saranno poi accorciati o sostituiti ad ogni potatura invernale per la formazione di una robusta struttura arborea. Diversi rami secondari dovrebbero svilupparsi da ogni ramo principale, ma quelli in eccesso (con rischio di sovraffollamento) devono essere rimossi, come pure i polloni che si sviluppano alla base dell’albero. Nel caso di strutture a Y trasversale, la potatura invernale va affiancata da operazioni di individuazione dei rami portanti del vaso, ramificazioni che vengono legate ai fili di sostegno orizzontali. Va effettuata anche una potatura verde, al fine di mantenere l’interno della struttura aperta durante la stagione di crescita e mirata sia a eliminare i succhioni troppo vigorosi che ad accorciarne alcuni per anticipare la messa a frutto.
Alla fine, la pianta nell’Y trasversale avrà 6-12 branche principali disposte a ombrello rovescio sul tronco con la chioma formata con legature dei rami sui fili orizzontali. Questa tecnica è molto laboriosa ma valida per ottenere il massimo dell’ombreggiamento dei frutti e limitare le scottature, ma anche per agevolare le operazioni di diradamento dei frutticini nonché la raccolta. Volendo invece costruire un albero senza sostegni (Fig. 13) – anche per abbassare i costi – si deve rinunciare alla fruttificazione dei primi anni e continuare a potare i rami verticali ad inizio estate, in modo da ottenere ricacci verso l’alto, che costituiranno la corona circolare dei rami che formano il vaso.
Il melograno comunque è una pianta molto ‘plastica’ e generosa che si adatta a varie forme di allevamento: ad alberello, a forma globosa, con un solo tronco e chioma libera (sul modello del Mollar spagnolo; Fig. 14); a vaso libero, senza strutture, come il pesco (Fig. 15); in parete, a spalliera, con branche orizzontali od oblique lungo il filare, su 3 palchi sovrapposti; a fusetto o asse centrale, con un fusto centrale ininterrotto e con serie di palchi di branche a più livelli. Teoricamente ci si potrebbe addirittura spingere anche verso la pergola o il tendone, ma tutto è ancora da provare anche per ottimizzare il rapporto costi/qualità/benefici economici.
Tra le operazioni che vengono sottovalutate vi è certamente quella del diradamento dei frutticini o dei fiori, che nelle annate buone può richiedere anche 3 o 4 passaggi (i frutticini tolti potrebbero trovare utilizzo in vari campi). Un’altra voce poco approfondita è quella degli indici di raccolta. La precoce colorazione della buccia dei tipi rossi induce a stacchi troppo precoci. Il ricorso all’indice rifrattometrico del succo rappresenta un ottimo parametro sebbene diverso per ogni cultivar e che quindi andrebbe tarato, al pari degli israeliani che per la cv Acco hanno individuato nel peso dell’arillo il parametro più significativo (0,23 g) per stabilire l’epoca di raccolta. Questa varietà va poi raccolta in più stacchi, anche 4 o 5, per ottimizzare la qualità. Del resto anche le altre, compresa Wonderful, si giovano di almeno due stacchi differenziati.
La tecnica israeliana prevede l’impiego di un’ampia pacciamatura di colore bianco riflettente, che oltre a proteggere da infestanti limita l’evapotraspirazione; sotto il film plastico si applicano le ali gocciolanti (meglio due, distanziate dal tronco). Questa tecnica è messa in discussione per vari motivi, viste le differenze pedoclimatiche in cui si opera e per gli effetti negativi soprattutto per le malattie del colletto (Coniella granati). Tant’è che in alcuni frutteti la pacciamatura è stata rimossa completamente o, dopo alcuni anni, sono stati eseguiti ampi fori attorno ai fusti. In alternativa è stato suggerito l’impiego di teli plastici retati, tipo vivaio, più traspiranti.
Le scottature a carico della buccia dei frutti sono la conseguenza dell’irraggiamento solare associato ad elevate temperature, che possono colpire diversamente le differenti cultivar. Questo aspetto sembra sottovalutato nel calcolo delle rese produttive, in quanto la percentuale può facilmente attestarsi sul 30% dei frutti, soprattutto nei primi anni dell’impianto quando la chioma non ripara i frutti. Altro peculiare problema del melograno sono le spaccature dei frutti, specie in prossimità della maturazione quando il processo di sviluppo naturale del frutto tende alla diffusione dei suoi semi (Fig. 16). Si possono consigliare interventi preventivi che riducano gli sbalzi idrici del terreno, ma anche una attenta fertilizzazione, ad esempio sui frutti spaccati sono stati misurati livelli bassi di K nonché dei rapporti K/Ca, K/(Ca+Mg) e più alti livelli di N, Ca e del rapporto N/K.
Scelte varietali
Con la diffusione di Wonderful si può parlare di rivoluzione varietale, per l’abbandono delle vecchie cultivar locali italiane caratterizzate a volte da buon sapore ma dal seme spesso duro nonché dall’elevata suscettibilità alle spaccature. “Wonderful” oggi è un importante standard internazionale e ha rivoluzionato la coltura, ma ha almeno tre caratteristiche limitanti: maturazione tardiva, sapore agrodolce che non soddisfa molti palati (deve essere raccolta con 18 °Brix e meno di 1,85% di acidità) e seme di durezza media. Altro aspetto paradossalmente critico è che alcuni frutti hanno una pezzatura troppo grossa per una efficiente commercializzazione, troppo superiore allo standard che si sta indirizzando verso frutti di 400 g.
I melograni vengono generalmente suddivisi nei gruppi “dolci”, “agrodolci” e “acidi”, con livelli medi di acidità rispettivamente di 0,32, 0,79 e 2,72%. In generale i popoli nordici amano sapori bilanciati (agrodolci) e i popoli orientali i sapori più dolci. In alcuni paesi tradizionalmente coltivatori di questo frutto, come India, Iran e Spagna, le varietà preferite hanno due principali caratteristiche: gusto dolce e seme morbido. In altri, come Turchia e Usa si coltivano e consumano frutti dal sapore più bilanciato, con elevati zuccheri ma anche con elevata acidità, come la turca Hicaz e la Wonderful.
Nel melograno, un fondamentale e misconosciuto aspetto della qualità è dato dalla masticabilità dell’arillo rispetto alla durezza dei semi. La classificazione dei frutti prevede: seme duro, seme semi-duro, seme semi-soffice e seme soffice. Vi sono vari metodi per misurare la durezza dei semi degli arilli. Quello meccanico che misura la forza necessaria allo schiacciamento dei semi, distinguendo 4 categorie: “soft seed” (80-150 Newton (N), “semi soft seed” (200-220 N), “semi-hard seed” (300-420 N) e “hard seed” (450-630 N). In letteratura si trovano decine di varietà a seme soffice, presenti in vari Paesi. In India: Ganesh, Jyoti , Bedana, Mridula e Bhagwa; in Iran: Bihaste Dane Sefide Ravar, Bihaste Sangan, Bihaste Shirin Saravan, Bihaste Hajiabad; in Israele: Malisi, Shami, Hershkovich, Rosh Hapered, Black, Acco, Shani Yonay ed Emek. Nel sito dell’Usda di Davis (California) si trovano elencate: Ariana, Gissarskii Rozovyi, Myagkosemyannyi Rozovyi, Medovyi Vahsha, Molla Nepes, Myatadazhy, Parfianka, Sin Pepe, Sirenevyi.
In Europa la varietà a seme soffice per antonomasia è la spagnola Mollar (come anche la precoce Valenciana) che però abbina altre caratteristiche negative: mediamente produttiva, buccia giallo-rosa, sapore (per alcuni) troppo dolciastro dovuto alla mancanza di acidità, limitata conservabilità. Si sta diffondendo anche l’israeliana Acco interessante, oltre che per la sua precocità, anche per il colore rosso della buccia, il seme soffice e il gusto leggermente dolce. C’è anche Parfianka, grossa, rossa, a seme semi-soffice e ottimo sapore agrodolce, sebbene la pianta sia piuttosto spinosa e i frutti sensibili alla botrite e poco conservabili. In Italia esistono varietà a seme soffice, come alcuni rari tipi di Dente di Cavallo, o come la recente selezione siciliana di ottima pezzatura e gusto Primo Sole, ma si tratta di tipi che non hanno la buccia rossa come quelli attualmente più in voga.
Sulla scia dei nuovi investimenti vengono proposte diverse novità varietali e marchi commerciali, soprattutto cultivar brevettate o gestite in contratto esclusivo di ‘club’. In Spagna, Caliplant (Citrus Genesis) propone la precoce Purple Queen, Mely, il clone di Mollar MR100, la tardiva Kingdom, mentre Vivero Vipesa propone Mollar Strenghless, Lateful, Pinkful, Sugarful, Bigful, Earlyful (della Bigful esistono alcuni impianti nel veronese); Julian Bartual (IVIA, Spagna) ha recentemente licenziato Taste, Crucial, Rugalate, Iliana, Sarset. Dagli USA è da tempo sbarcata, soprattutto in Spagna, ma, recentemente, anche in Sicilia Smith (o Angel Red), una varietà precoce a seme morbido dal sapore agrodolce. Problematico conoscerne l’obiettiva qualità, al di là delle dichiarazioni dei venditori, per l’assenza di confronti tra varietà libere e quelle brevettate simili per tipologia merceologica ed epoca di maturazione, in quanto le piante sono disponibili solo a chi entra nei ‘club’.
Coltura in evoluzione
La ‘fase’ dell’improvvisa rinascita con un’ondata di nuovi impianti è stata caratterizzata da obiettivi speculativi. In molti, infatti, si sono affrettati per sfruttare la novità commerciale in presenza di domanda crescente e offerta limitata di prodotto italiano. Sono emerse tuttavia varie criticità che stanno accompagnando il rilancio di questa specie. Si è sottovaluta l’interazione genotipo/ambiente, dimostratasi discriminante anche nel melograno, come avvenuto ad esempio in Tunisia e Israele. Non è stato considerato l’impatto della gestione fitosanitaria, con la grave carenza di presidi fitosanitari registrati e la continua necessità di deroghe. Non si è tenuto conto del fatto che la qualità dei frutti, quella intrinseca (non quella estetica) dipende dalla situazione pedoclimatica, dalla gestione dell’irrigazione e fertilizzazione, da precise operazioni culturali molto onerose. È stata sottovalutata l’incidenza di scottature e spacchi sulla classificazione commerciale. È stata prestata poca attenzione ai gusti dei consumatori, proponendo un unico tipo dal sapore agrodolce e seme di durezza media.
Nel settore commerciale ci sono interessanti iniziative di aggregazione in alcune regioni e vari marchi stanno facendo capolino sul mercato (es. Pomel, Melograno made in Italy, Pomgrana Granrosso, Kore, Melovita, Saita, Lome-Love Me, King, ecc..), ma con il rischio di creare disomogeneità e confusione. Già si registrano alcune difficoltà commerciali, determinate per lo più dall’accumulo di offerte in prossimità della raccolta, anche per la impossibilità di molti di frazionare le vendite e per la paura di perdere il prodotto per cattiva conservazione e attacchi di botrite se i frutti non vengono preventivamente sanificati e poi ben conservati.
Oggi è necessario avviare una fase successiva, più consapevoli delle problematiche che la coltura pone. Innanzi tutto l’onerosità della manodopera per le numerose operazioni colturali: baulatura dei terreni, spollonatura, gestione delle infestanti, gestione irrigua e della fertilizzazione, potatura invernale e potatura verde, legatura dei rami ai sostegni, diradamento multiplo, raccolta scalare, sensibilità a svariati parassiti (es. la cimice asiatica attacca anche le melagrane) e malattie con interventi di prevenzione e cura. E poi le varie opzioni tecniche, con sesti ancora da ottimizzare, densità d’impianto da provare anche in base alle varietà, la ricerca di sistemi di supporto più economici o il riciclo di preesistenti strutture, la semplificazione di molte operazioni e riduzione dei relativi costi, le tecniche per garantire la migliore qualità dei frutti o almeno una qualità sufficiente.
Potremo orientarci verso frutti più gradevoli, più facilmente masticabili, con colori e sapori differenziati e adatti a diversi palati. Il futuro ci potrebbe dare una coltura completamente differente: portinnesti, varietà variamente colorate (Figg. 18, 19, 20 e 21), a seme soffice, calibro medio, facili da sgranare; varietà specifiche dedicate a usi differenti (fresco, succo, vino, arilli sgranati, olio dai semi).
D’altronde, si può ipotizzare di allargare l’impiego commerciale dei frutti di melograno anche ad altri usi. Ad esempio, oltre al consumo fresco e all’estrazione degli arilli per la preparazione di succhi freschi o congelati e per il confezionamento degli arilli tal quali, si possono preparare vino, liquori ed elisir, aceti, sciroppi e aceti balsamici, concentrati di succo, melasse e salse, olio di semi, marmellate, coloranti per pelli, foglie e fiori per ricavarne thè e infusi, prodotti nutrizionali, prodotti per nanotecnologie, prodotti cosmetici per la pelle e per i capelli, semi essiccati, pani di succo essiccato, mix caramellati con altri frutti, frullati, ecc.

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