Crisi di pesche e nettarine. Di chi è la colpa?

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Rimane accesa la discussione nel mercato ortofrutticolo italiano

Da alcuni lustri il dibattito sulla crisi di pesche e nettarine è vivo e avvincente nell’italico mondo dell’ortofrutta. Anche nelle pagine di questa Rivista, che torna, puntuale, sul tema. Cosa dire? Cosa aggiungere? Niente! Salvo fare l’analisi di quanto si dice, di quanto si propone, di quanto si è fatto, non si è fatto o si dovrebbe fare. Come se dipendesse sempre da qualcun’altro. Tutti contro tutti.

I produttori: si lamentano dei bassi prezzi di liquidazione che il mercato riconosce, si lamentano della competizione estera, dei costi che lievitano, della politica sbagliata che non tutela il “made in Italy”. Devono anche riconoscere che non sempre hanno saputo cogliere i cambiamenti, la necessità di migliorare gli standard qualitativi, presi (come sono quotidianamente) in mille problemi agronomici, gestionali, climatici e fitosanitari. Il mondo globale va avanti, la concorrenza cresce in tutti i comparti produttivi; la peschicoltura, purtroppo, non ha regole diverse o isole felici e non è detto che incrementare le rese a scapito della qualità sia l’approccio giusto!

Vengono poi le Cooperative, diversamente dette Organizzazioni dei Produttori. Sono di fatto l’unica forma concreta di aggregazione produttiva (storica ricetta politica per fronteggiare le crisi e riequilibrare i rapporti di forza lungo la filiera), ma ancora troppo piccole, solo minimamente presenti su vasta parte del tessuto produttivo. Hanno dato il buon esempio, ma non sono riuscite a cambiare le regole del gioco. Da cosa dipende: c’è di dice che sono troppo stratificate, che sono dei calderoni, che sanno fare solo massa e non qualità. D’altro canto, sono gli unici interlocutori in grado di dialogare con una clientela internazionale, con sistemi complessi di certificazione e tracciabilità, con l’esportazione, vero obiettivo di medio-lungo periodo per dare futuro all’offerta ortofrutticola italiana.

Il mercato: quale? Quello internazionale: sappiamo che paga poco, soprattutto in Europa, perché gli standard e la concorrenza giocano al ribasso. Quello interno, ovvero la Grande Distribuzione Organizzata: per ora sembra poco coerente. Prima pretende frutta di lunga conservabilità, priva di difetti, con lunga “vita di scaffale”, capace di sostenere la più ignobile delle formule di vendita che è quella a “libero servizio”. Poi, denuncia la scarsa qualità, il mancato rispetto dei consumatori, la scomparsa delle pesche buone, aromatiche, profumate di trent’anni fa! Dovrebbero anche spiegare che rispetto c’è nei confronti dei frutticoltori quando impongono le “promozioni” in piena campagna o rifiutano le forniture di fronte a piccole difettosità che la frutta subisce perché prodotta in pieno campo e non in fabbrica.

Ci sono poi Istituzioni e Organizzazioni Professionali: propositi, campagne promozionali, politiche terirotriali, “farmer’s market”. C’è chi dice che ci sono troppe varietà senza capire che solo con l’innovazione si va avanti; c’è chi pensa che vendere sotto casa possa risolvere i problemi dell’ortofrutticoltura italiana; c’è chi dice che è tutta colpa della politica comunitaria che dirige troppe risorse ai sistemi organizzati e ciò condiziona libera concorrenza e investimenti di settore davvero efficienti.

Non possiamo dimenticare i consumatori: da tutti sono considerati i primi da difendere, i primi da rispettare; giustamente, visto che sono quelli che pagano. Ma sono anche i primi che si lamentano dei prezzi elevati senza conoscere la reale distribuzione del reddito lungo la filiera; sono quelli che reclamano per le pesche a 1€/kg sostenendo che i frutticoltori arricchiscono, ma spendono molto di più per prodotti alternativi estremamente più costosi, ancorché ricchi in servizi e innovazione. Siamo così certi che il consumo sia consapevole e ben orientato? Almeno nella grande maggioranza dei casi?

Per ultimi i breeder e i vivaisti: colpevoli anche loro di aver riempito il mondo di varietà di pesche e nettarine inutili o sbagliate; di aver introdotto – per motivi di lucro – materiali vegetali di scarso valore; di aver implementato modelli certificativi pieni di vincoli e controlli che non hanno migliorato le condizioni operative in campagna.
Non vogliamo dimenticare i media, rei di non aver rappresentato a sufficienza verso l’opinione pubblica le difficoltà di un settore che, davvero, fatica a trovare sostenibilità e continuità, sul quale continueremo a sentire analisi, ricette e buona volontà, non senza la responsabilità di dover fare tutti un po’ di autocritica.

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