Strategie per la gestione del biologico: cosa ci riserva il futuro?

    biologico
    Biologico in vendita
    Pur nell’incertezza del nuovo regolamento comunitario, pur nelle controversie di un sistema che fatica a trovare e introdurre soluzioni tecnologiche avanzate, i numeri della crescita della agricoltura bio continuano ad impressionare. Quali saranno le strategie di gestione più innovative per incrementare rese e qualità? Cosa riserva il tanto acclamato Piano nazionale?

    Il nuovo regolamento per l’agricoltura biologica approvato dalla Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo il 20 novembre 2017, dopo anni di contrasti e discussioni, entrerà in vigore all’inizio del 2021. La precedente normativa era dell’1.1.2009 ed ha lasciato forti squilibri fra un Paese e l’altro, il che danneggia l’Italia che per l’ortofrutta biologica è fra i più importanti in Europa. Ora il nostro Paese, per quanto di propria spettanza, si dovrà adeguare: era pronto nel dicembre scorso ad approvare il Dl 2811 (caduto a seguito dello scioglimento delle Camere), ma poi recuperato dal Consiglio dei Ministri con il Dl del 22.02.18 che mira a rendere più affidabili le certificazioni, contrastare le frodi e tutelare i consumatori. Rimandiamo al puntuale articolo di F. Piva commenti e interpretazione sulle nuove scelte europee e alle conseguenze del Decreto governativo citato. Prendiamo lo spunto da questo evento per entrare nel merito delle strategie operative della frutticoltura biologica. Strategie che, nell’arco di un ventennio, hanno favorito la vertiginosa crescita dell’agricoltura biologica, peraltro assai meno evidente in frutticoltura, per la quale il biologico si sta affermando bene solo in alcuni comparti (es. agrumi e olivo), mentre in altri la crescita è avvenuta parzialmente, con accentuazione in alcune aree di elezione (es. mele, uva e pere).
    La rincorsa al valore aggiunto
    nel prezzo dei prodotti biologici
    Il fattore più stimolante è stato certo l’aumento della domanda di mercato, accompagnata da un apprezzamento dei prodotti biologici, con margini del 30-40% superiori ai prezzi dei prodotti convenzionali o di produzione integrata. Questo differenziale ha reso conveniente la conversione di migliaia di ettari di colture in essere (per esempio meli e peri e lo stesso pesco) e con ciò generando un’incentivazione produttiva e con questa la diffusione su nuove superfici.
    Ma, come si sa, il maggior prezzo del biologico non garantisce ai coltivatori un proporzionale aumento di ricavi e, quindi, di reddito, perché le rese produttive (cioè le quantità prodotte per unità di superficie coltivata) col biologico sono nettamente inferiori: si va da una riduzione del 20-30% per colture come mele e pesche, ad una perdita del 50-60% in meno per colture agrarie che richiedono molto azoto come grano, mais e altri cereali.
    Il biologico, dunque, cresce perché il mercato lo accetta bene e gli esperti ci dicono che la domanda è attiva non solo a livello delle fasce di consumatori che possono spendere di più, ma anche di consumatori giovani o di quelli risparmiosi che comprano magari ai discount. Ma attenzione, i cibi biologici, in generale, fanno eccezione, perché i prezzi ovunque sono più alti di quelli convenzionali e sono ormai accettati dal sentire comune.
    I coltivatori, in ogni caso, sono ammirevoli perché col biologico si sottopongono a forti rischi climatici e di avversità parassitarie (per esempio in aree soggette a gelate o con primavere piovose, grandine e alte temperature estive, come l’Emilia-Romagna), che possono ridurre fortemente, in certe annate, quantità e qualità di prodotto e quindi conseguire un risultato negativo o comunque non pari alle aspettative, nonostante il prezzo più alto. Per tale motivo, vari organismi associativi hanno avanzato varie richieste politiche, fra cui un contributo per far fronte ai costi, non trascurabili, della certificazione obbligatoria (mediamente fino a 400 €/azienda) per potersi avvalere, nella vendita, del marchio biologico.
    Qualità della frutta biologica
    La qualità della frutta biologica è considerata nella media, almeno pari a quella convenzionale. Non si può affermare categoricamente che sia inferiore o superiore a quella convenzionale. Dipende dalle circostanze e dai risultati della coltivazione, che soggiace a molti fattori che hanno un peso, come vedremo, superiore a quello del disciplinare di produzione biologica. Questo, a priori, non può perciò garantire il risultato.
    Ci sono numerose prove sperimentali sia a favore, sia contro il miglioramento dei parametri qualitativi del biologico. Se la coltura è stata sufficientemente protetta dalle malattie e non ha sofferto per altre avversità (es. deficit idrico) è possibile che i frutti del biologico siano più dolci e gradevoli al gusto rispetto a quelli da frutticoltura convenzionale. Ciò è facilmente spiegabile col fatto che gli alberi, a parità di volume fogliare, portano presumibilmente meno frutti, per cui quelli rimasti si dividono più carboidrati. In alcuni casi i frutti biologici sono più colorati, specie quando gli alberi hanno fogliame meno rigoglioso e foglie meno verdi e comunque possono apparire piuttosto stressati.
    Anche il maggior contenuto in polifenoli nelle mele bio, descritto da vari Autori, può essere spiegato con il contrasto dell’albero, che reagisce con la produzione di metaboliti secondari all’insorgenza di malattie crittogamiche (es. ticchiolatura da Venturia inaequalis). Anche la pezzatura può variare, essendo un carattere direttamente legato alla carica frutticola degli alberi e quindi non strettamente correlabile al tipo di coltivazione (biologica o meno). Non va bene nemmeno sottovalutare la presenza di difetti ai frutti, frequenti nelle aziende biologiche non tecnicamente adeguate. Si arriva talvolta all’assurdo di considerare i difetti come la prova che il frutto proviene da coltura biologica, perché essi, in ogni caso, degradano la qualità e deprezzano il frutto (il mercato, però, non paga i produttori per tali frutti).
    Non si può dunque fare di ogni erba un fascio. Ciò che deve essere sempre rispettato dalle aziende è che la coltura biologica deve assecondare il raggiungimento del massimo livello di qualità mercantile, compatibile con le condizioni degli alberi. I frutti difettosi o di scarto, infatti, devono essere sottratti alla vendita, anche se biologici.
    Le strategie finora vincenti
    La ricerca può fare molto per migliorare rese e qualità della frutticoltura biologica, specie nel campo della fertirrigazione, per vincere il “gap” del biologico, della scarsa efficienza produttiva, ma la regolamentazione delle pratiche agronomiche, purtroppo, non è uniforme; può variare in molte circostanze geografiche, a seconda dei vari consorzi e OP, anche da regione a regione, senza per ora stabilire confini precisi fra il concesso e il rifiutato. Occorrerebbe, dunque, più chiarezza, a cominciare dall’Europa, in modo da poter operare nel rispetto delle stesse norme, senza essere obbligati a spendere di più per essere in regola.
    A questo punto ci possiamo chiedere anzitutto se l’ulteriore crescita del biologico seguirà il trend attuale, comportando anche la tenuta dei prezzi, il cosiddetto valore aggiunto e, quindi, il mantenimento di più alti prezzi rispetto a tutta l’altra frutta. Se così sarà, è possibile ipotizzare un effetto di trascinamento dei prezzi anche per l’altra frutta, pagata ora sottocosto ai produttori? Per esempio, per le pesche, nell’ultimo biennio, solo quelle biologiche hanno spuntato prezzi compatibili con i costi di produzione. Ciò significa che solo col biologico si possono fare colture redditizie delle varie specie di frutta che sono in crisi di mercato?
    Il problema delle minori rese produttive è stato oggetto di numerose sperimentazioni, nel tentativo di rimuoverlo, ma è rimasto ed è strettamente legato alla fertilità del suolo che, se non reintegrata adeguatamente anno per anno, fa perdere o ridurre progressivamente i rendimenti produttivi delle colture. È ora in discussione anche la formulazione dei concimi minerali, finora ammessi solo se naturali (es. rocce fosfo-potassiche macinate). Ma questi possono essere trattati con procedimento chimico, per favorirne una migliore assunzione dalle radici, senza essere equiparati ai concimi minerali di sintesi? Problema da risolvere caso per caso.
    Prova ne sia, ad esempio, l’uso in Olanda, per le colture protette, dei substrati artificiali al posto del terreno naturale, substrati utilizzati per semina o trapianto di specie orticole in coltivazione biologica di serra. I substrati artificiali sono nettamente preferiti dagli agricoltori perché danno migliori risultati, ma sono rifiutati dai regolamenti per la certificazione di certi prodotti. Se ne discute intensamente.
    La tecnica, attuata in Alto Adige e altre regioni, di combinare la gestione del suolo al prato permanente senza lavorazione o l’uso di sovesci con essenze azotofissatrici, combinata con l’apporto di vari residui organici aziendali, sembra essere al momento la migliore alternativa ai fertilizzanti chimici per supplire alle necessità del frutteto, soprattutto alla restituzione degli elementi asportati, in linea con la nuova “economia circolare”: cioè cercare di riciclare tutte le risorse energetiche aziendali ottenendo risultati molto promettenti, senza sprechi e contaminazioni di falde o del suolo.
    Difesa sanitaria e
    residui sul prodotto
    Così è anche per la difesa sanitaria in Italia e altrove in Europa. Le colture biologiche in genere sono molto svantaggiate in zone ove la massa critica dei patogeni è molto alta e non riesce ad essere parzialmente contenuta dalle difese naturali delle piante, o non si riesce a costituire un equilibrio biologico naturale di controllo (ad es. fra fitofagi e loro nemici naturali). In annate sfavorevoli i mezzi protettivi ammessi non bastano per coprire sufficientemente le piante e il ricorso a insetticidi naturali, al “lancio di parassiti” (coccinellidi, imenotteri e altri insetti utili) o a biopesticidi (per es. batteri e funghi antagonisti) ha un costo molto elevato e con risultati talvolta aleatori. Ci sono biofabbriche attrezzate in varie parti d’Italia. D’altra parte, in altri frangenti, come nella difesa da lepidotteri con l’uso di feromoni, sono stati ottenuti buoni risultati nel controllo della Carpocapsa e di altre larve. Questo strumento è già stato quasi ovunque recepito dalla lotta integrata (per metà chimica e per metà organica) e continua a estendersi, con varianti da definire.
    Purtroppo, fra i biopesticidi, non sono ancora ammessi alcuni prodotti molto avanzati derivati dall’ausilio di biotecnologie, ad es. modificazioni genetiche delle specie antagoniste o capaci di ridurre sufficientemente i rischi di danneggiamento del prodotto ortofrutticolo, oltre il livello tollerabile. La ricerca internazionale ha già proposto linee di difesa più valide di quelle attualmente abilitate, ma in Europa queste non hanno trovato finora rispondenza nell’applicazione per il rifiuto offerto dalle normative connesse o dai “puristi” difensori dei metodi biologici tradizionali. Se ne riparlerà.
    Il maggior problema della difesa sanitaria riguarda comunque, oggi, i limiti dei residui accertabili e ammissibili nei prodotti di mercato. L’Italia, dove il controllo generale dei residui è condotto sistematicamente in profondità dalle strutture pubbliche (Ministeri competenti e ASL) e dalle stesse associazioni di produttori, da mercati ortofrutticoli e con il frequente coinvolgimento di consorzi provinciali e di laboratori di analisi privati, è ad un buon livello, ma l’Italia insiste sulla cosiddetta “decertificazione” nel caso di principi attivi non autorizzati estranei (da contaminazioni casuali) al di sopra di soglie pari a 0,01 ppm.
    Nel biologico, comunque, ci sono residui propri derivati dai principi attivi ammessi, come ad esempio molecole di rame e zolfo, fungicidi tradizionali di cui si fa ampio uso. Ma questi sono metalli pesanti che altri proponenti rifiutano, e comunque si andrà verso ulteriori restrizioni e severità di metodo (vedi il limite di 6 kg/ha di rame in viticoltura, che sarà abbassato nei prossimi anni).
    In Olanda, ad esempio, c’è ora uno scontro fra i sostenitori di prodotti biologici con residui ammessi entro i limiti di legge e i prodotti biologici “senza residui”, cioè a residuo zero (ma è impossibile dichiarare “senza trattamenti”, non esistendo colture “naturali”, mai trattate, per il mercato) che, quindi, scavalcano in sicurezza quelli biologici classici. Ne è nata, in Belgio, una piccola guerra commerciale fra Gdo favorevoli alla prima soluzione o alla seconda (Klapwijk, 2017). In tal caso non si tratta semplicemente dell’uso corretto di una categoria di prodotti, entrambi biologici, ma di diverse strategie di difesa che hanno però come comune presupposto la “sostenibilità” del metodo di coltivazione.
    Il futuro del biologico. Intervento del Piano strategico nazionale?
    C’è da chiedersi quale sarà il futuro del biologico. Sino a che punto sarà possibile convertire progressivamente le singole colture verso il biologico, superando l’attuale limite del 3% circa (media complessiva del biologico, mettendo insieme tutte le colture frutticole). O, in altro verso, ci si domanda se le produzioni integrate che ora coprono l’80-90% di mele, pere, kiwi e solo il 50-60% di pesche e albicocche, arriveranno a coprire la totalità del prodotto italiano, e non solo quello delle Op. Ogni anno la farmacopea nazionale si arricchisce di prodotti più efficaci e con minore impatto ambientale, anche se nel complesso il numero dei principi attivi autorizzati è in forte diminuzione. L’ideale sarebbe che il “biologico” sostituisse a poco a poco quote di integrato e che una parte consistente di quest’ultimo si orientasse verso mezzi biologici all’insegna della “sostenibilità”.
    Questo confronto porterà molto lontano, senza probabilmente trovare una soluzione rapida. In Italia, come in Europa, la ricerca scientifica e tecnica e gli indirizzi politici mirano a garantire la sicurezza alimentare dei consumatori, nel rispetto sempre più alto dell’ambiente, cioè dell’ecosistema e della biodiversità. Sono perciò due tendenze che convergono e si avvicinano sempre più fra loro. Gli studiosi sostengono comunque che teoricamente le colture biologiche non potrebbero estendersi oltre un certo limite, in Italia. Qualche anno fa era stato ipotizzato un limite del 15-20% della superficie disponibile (Sau), limite peraltro già raggiunto (14,5% nel 2016). In un sistema globale proviamo ad ipotizzare cosa succederebbe: la produzione complessiva si ridurrebbe, forse troppo, a causa delle minori rese, perché non ci sarebbe sufficiente superficie compensativa per estendere le coltivazioni. C’è poi, in alcun comparti e in certi ambienti, l’insufficiente livello qualitativo del prodotto biologico, destinato a non essere colmato.
    Una recente ricerca americana sulla competitività dell’agricoltura biologica su scala globale (Crowder e Reganold, 2015) ha concluso che il sistema continuerà ad espandersi anche con eventuale calo dei prezzi. Solo se i prezzi delle due produzioni, biologica e convenzionale, fossero uguali, quella biologica non sarebbe più conveniente.
    La ricerca, comunque, deve compiere ogni sforzo per indirizzare le innovazioni tecnologiche, accompagnate ovviamente da presunti vantaggi economici, nella direzione della massima sostenibilità ecologica che, al di là delle implicazioni socio-economiche e del gradimento del mercato, deve comportare minime conseguenze negative per il suolo e l’ambiente in generale. Voglio qui citare lo studio di Phalam B. et al. (Science, 333, 2011; 1289/1291) richiamato recentemente da F. Salamini (com. pers.), volto a confrontare due macromodelli di agricoltura mirati alla conservazione della biodiversità. Il primo è un modello integrato di agricoltura intensiva (cerealicola, nella fattispecie dello studio) coesistente con un ecosistema non agricolo, naturalistico (“land sparing”); il secondo, fatto di sola agricoltura biologica applicata espressamente su tutta la superficie (“land sharing”) e finalizzata al massimo rispetto dell’ambiente. Il primo, integrato, ha dimostrato di sottrarre meno biodiversità e di minimizzare gli effetti negativi della produzione di cibo su grande superficie. Questo ci dice, in ogni caso, che l’agricoltura intensiva rimane valida solo qualora abbia rispetto della contestuale conservazione al suo fianco di ampie aree protette, naturalistiche, non agricole. Ecco perché, in Italia, le aree montane, con tanta e crescente superficie boschiva al loro fianco, offrono maggiori potenzialità per la sopravvivenza di una frutticoltura più sana e congeniale alla salvaguardia della biodiversità e degli ecosistemi.
    È qui il caso di riportare il pensiero recentemente espresso dalla Washington State University che, già prima nel mondo, preconizzò il grande successo mondiale dell’agricoltura biologica (Reganold, 2011). Lo stesso Autore (Reganold e Wachter, 2016), considerando i quattro punti cruciali del biologico – produttività, impatto ambientale, validità economica e benessere sociale – afferma che se l’obiettivo di oggi è quello di raggiungere sistemi agricoli pienamente sostenibili, non è con una scelta unidirezionale che si potrà ottenere la sicurezza alimentare del pianeta, ma cercando di integrare le coltivazioni biologiche con altri sistemi agricoli innovativi.
    Conclusioni
    Sono numerosi i problemi sul tappeto derivanti da una dimensione di massa dei prodotti frutticoli biologici che dovranno trovare soluzioni tecniche, gestionali, operative, di mercato e quindi di qualità e di certificazione, tali da richiedere scelte politiche appropriate, una programmazione degli impianti sostenuta da adeguata articolazione degli incentivi (ora ci sono bonus e contributi dati a tutti, senza distinzione con PSR e Ue), fino alla prevenzione delle frodi.
    Non dobbiamo disperare. Ora abbiamo anche una sede appropriata, pubblica, per promuovere la ricerca per la soluzione di punti critici, l’organizzazione della filiera, l’armonizzazione dei disciplinari e dei metodi di certificazione, anche per favorire le esportazioni. Questa sede è il “Piano strategico nazionale per lo sviluppo del sistema biologico”, la cui attivazione, lo scorso anno (Sansavini, 2017), in seno al Ministero delle Politiche Agricole, fu ampiamente annunciato come grande segno di speranza per il settore. Poi, silenzio.

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