Una frutticoltura che guarda avanti

frutticoltura
Silviero Sansavini, Direttore Scientifico Rivista di Frutticoltura

Ero molto giovane quando il grande editore Luigi Perdisa, fondatore di EdAgricole, mi affidò, nel 1986, la direzione di questa Rivista che, di lì a poco, avrebbe festeggiato i suoi primi cinquant’anni di vita.
Perdisa si era detto sicuro che il “giubileo d’oro” della Rivista sarebbe stato “un avvenimento di grande interesse e pieno di suggestione”. Purtroppo non riuscì a viverlo.
Scrissi allora, nel fascicolo commemorativo (1/2, 1988) che in “un momento di grandi trasformazioni in atto nella società, nella cultura, nella scienza, nella tecnologia (del Paese; ndr), la moderna frutticoltura è alla ricerca di nuove identità imposte dalla salvaguardia dell’ambiente e della salute, dalla qualità della vita, dalla ricerca di metodi di coltura alternativi, e dalla presa di coscienza del nuovo ruolo del frutticoltore in regime di surplus produttivo…”. “L’era post-industriale dei miracoli dell’informatica e dell’elettronica non presta forse sufficiente attenzione al settore primario?”
Parole ancora attuali, sebbene nel lasso di tempo trascorso siano cambiati in modo radicale i mezzi tecnologici e le modalità di coltivazione, produzione e distribuzione della frutta, ma non sono abbastanza migliorate le condizioni generali operative della frutticoltura. Le innovazioni corrono più forte della loro applicazione e la diminuita redditività di molti comparti impedisce alle imprese di provvedere ai necessari investimenti, rallentati questi dall’incertezza dei mercati e dalla volatilità dei prezzi. Non poche, soprattutto le piccole, operano sotto costo.
È pur vero che la vocazionalità ambientale offre un valore di tipicità territoriale ad alcune eccellenze produttive e qualitative (vedi prodotti tipici come le mele di Trentino-Alto Adige e Piemonte, le pere in Emilia-Romagna e Veneto, i kiwi del Lazio, ecc., fino alle uve da tavola di Puglia e Sicilia), ma questo spesso non basta per competere con successo nell’attuale internazionalizzazione dei commerci, che mette a rischio la redditività delle imprese e talvolta perfino la loro sopravvivenza. Quasi tutti i Paesi esportatori vogliono entrare in Europa con frutta prodotta a costi molto inferiori. C’è da riflettere su come fronteggiare la situazione e non mancano apparenti e reali contraddizioni.
È merito della Rivista di Frutticoltura se è riuscita, in questi frangenti, ad arricchire ed aggiornare costantemente gli operatori, ma nondimeno e nonostante le infrastrutture di cui dispone, una regione come l’Emilia-Romagna ha perso in pochi anni una superficie frutticola di oltre 30.000 ha. Non siamo però giunti a livelli irreversibili di sfiducia. I fattori positivi sono ancora tanti. È maturata la consapevolezza che per vincere la debolezza strutturale del settore produttivo – legata alla frammentazione aziendale e all’ancora insufficiente aggregazione di cooperative e consorzi – occorre essere parte attiva della filiera, possibilmente fino al termine della catena distributiva, cioè impossessarsi di buona parte del percorso della frutta, che va dalla terra alla tavola del consumatore.
Lo sviluppo dei marchi pubblici (europei e nazionali) e dei brand privati, basati sulla fidelizzazione dei consumatori, sembra essere la strada giusta per restituire ai frutticoltori una parte del valore aggiunto finale del prodotto che, per qualche motivo, a loro non arriva; come i consumatori sanno, il prodotto di qualità non si acquista per meno di 2-3 €/kg, ma ai produttori vanno appena 0,3-0,6 €/kg.
Purtroppo l’opinione pubblica non si rende abbastanza conto dell’inadeguatezza della filiera produttiva-distributiva, che è troppo lunga, dispersiva e senza sufficienti garanzie per chi produce, a meno che questi, attraverso l’aggregazione, non riescano a raccorciare il tragitto e ad acquisire sufficiente forza nella contrattazione.
Nell’altro fronte, quello della ricerca, sperimentazione e assistenza tecnica, quale necessario supporto dell’innovazione tecnologica, si possono constatare crescenti difficoltà organizzative, gestionali ed economiche da parte delle istituzioni pubbliche, scientifiche e sperimentali di indirizzo che, per essere davvero pari alle aspettative, non dovrebbero perdere l’aggancio con le grandi reti internazionali che oggi guidano la ricerca. I progetti e finanziamenti europei non sono facili da conseguire e con i soli mezzi italiani si rischia l’isolamento, o si possono raggiungere solo obiettivi locali, applicare tecniche escogitate da altri e dipendere dalle collaborazioni offerte dalle multinazionali o dalle imprese private interessate allo sviluppo.
La Rivista di Frutticoltura, con le novità introdotte negli ultimi anni, continuerà ad essere un valido strumento di informazione e formazione professionale. Siamo grati ai tanti Autori che hanno messo e metteranno a disposizione la loro esperienza e i risultati della loro attività di studio e di ricerca, al Comitato Scientifico che ci dà la validazione delle linee guida della Rivista ed un plus di conoscenze finalizzate alla sostenibilità applicativa di campo. Ringraziamo in particolar modo l’editore EdAgricole-New Business Media, che ha sempre garantito sviluppo e miglioramento editoriale della rivista, in ogni sua parte, mantenendo il primato da tempo conseguito in Europa.
Una rivista che, oltre alla tradizione cartacea, cara agli abbonati, sta conquistando, anno per anno, nuovi lettori “on line” e tutto questo comporta anche la revisione delle relazioni esterne con il mondo degli inserzionisti, che pubblicizzano prodotti o servizi senza i quali la rivista non riuscirebbe ad assorbire i costi. Oggi, a sostegno di Frutticoltura, non ci sono soltanto le aziende vivaistiche, gli editori e gli esclusivisti di novità varietali, i produttori di agrofarmaci, di macchine e di impiantistica strumentale, di software informatici, di “know how” tecnologico; ci sono anche i “retailer” che svolgono un importante ruolo collaborativo nel processo comunicativo e informativo, nelle promozioni di mercato e nello sviluppo di interscambi con le altre figure della filiera.
Tutti insieme dobbiamo continuare a collaborare e ad operare con obiettivi comuni, per migliorare e costruire quel “sistema paese” che solo può guidare un futuro di maggiori certezze per tutta l’ortofrutticoltura.

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