«Sistema Qualità Italia», la risposta del vivaismo italiano alle nuove regole Ue

Sistema Qualità Italia
L’organizzazione del Sistema Qualità Italia si basa sul mutato rapporto tra autorità di controllo e sistema di sorveglianza e mondo della produzione, oltre che delle nuove responsabilità ad esso assegnate.

Negli ultimi anni la globalizzazione degli scambi commerciali - piante comprese - ed i cambiamenti climatici hanno incrementato l’introduzione di nuovi organismi nocivi tristemente noti ai frutticoltori italiani ed europei. Per il futuro, considerato l’approccio Ue di “sistema aperto” (ovvero, “è permesso importare tutto fuorché quello che è vietato”), il rischio di nuove introduzioni è ritenuto elevato ed inevitabile, tanto più che non esiste un sistema di quarantena comunitario. Altri rischi incombenti sono quelli riferiti ai divieti commerciali per le esportazioni europee.
La Commissione Ue ritiene strategica la materia fitosanitaria alla luce anche di ricerche, stime e proiezioni elaborate a seguito delle innumerevoli emergenze fitosanitarie degli ultimi anni, che indicano un rapporto costo benefici di 1:500, ossia per ogni Euro investito nella prevenzione fitosanitaria si risparmiano e si genera una plusvalenza di 500 Euro. Per questo motivo il regime fitosanitario e le norme che regolamentano produzione e commercializzazione delle piante, ad esso strettamente correlato, hanno subito una profonda rivisitazione che, di fatto, richiederanno un totale differente approccio, nuovi ruoli, responsabilità e modi di fare da parte di quanti impegnati nella filiera frutticola, dal vivaismo alla produzione in campo.
Sono queste le premesse dell’ennesimo cambio di scenario che il vivaismo frutticolo deve affrontare, profondendo ancora una volta sforzi ed investimenti significativi che mettono a dura prova l’operatività e la capacità organizzativa e professionale del settore. Civi-Italia, su questa Rivista (vedere n°12 del 2017), aveva manifestato timori ed espresso critiche alle nuove proposte di certificazione europea. Ora cerca di porvi rimedio sposando appieno la proposta che qui esponiamo.
Le maggiori novità
Per quel che riguarda il vivaista (fornitore), ma anche il frutticoltore, il nuovo regolamento europeo prevede inedite responsabilità. Essi dovranno ricoprire il ruolo di “risk manager”, ossia di primi responsabili dell’adozione di opportune misure atte ad eradicare o contenere l’insediamento e diffusione di organismi nocivi e malattie e potranno inoltre essere assegnatari di ruoli e compiti ufficiali, come quelli previsti dalla nuova figura di “agente fitosanitario”. Per la riduzione del rischio di diffusione degli organismi nocivi dovranno essere predisposti “piani di emergenza” che definiscono le linee di azione, i ruoli, le responsabilità, le strutture coinvolte da approntare per ogni potenziale minaccia incombente. Essi troveranno applicazione negli specifici “piani d’azione” che si basano sulla tracciabilità completa dei materiali vegetali e sulla responsabilizzazione del produttore. La documentazione dei materiali di propagazione gestiti dovrà essere conservata per 3 anni al fine di permetterne la piena tracciabilità. I vivaisti che avranno approvato il piano di gestione dei rischi dalle autorità fitosanitarie potranno essere sottoposti a ispezioni e controlli con minor frequenza.
Per le piante, è importante ricordare che è ormai obbligatorio propagare (e di conseguenza commercializzare) portinnesti e varietà esclusivamente iscritte al Registro nazionale delle varietà che costituisce parte di quello comunitario Frumatis (“Fruit Reproductive Material Information System”).
Materiali di propagazione disponibili
Cosa comporterà tutto ciò nell’offerta dei materiali di propagazione vegetale e quali piante potrà mettere a dimora il frutticoltore?
Le categorie di piante sono sostanzialmente tre
1. CAC (Conformitas Agraria Communitatis): rappresenta il livello qualitativo minimo obbligatorio con responsabilità e garanzia a totale carico del vivaista (fornitore autorizzato) per gli aspetti riguardanti l’assenza di un ridotto numero di organismi nocivi non di quarantena (termine che sostituisce gli organismi nocivi di qualità) e la corrispondenza varietale.
2.Certificazione europea, livello qualitativo volontario che prevede una serie di requisiti da rispettare che possono essere così riassunti: fornitori identificati; filiera produttiva organizzata in fasi; tracciabilità del processo produttivo; controllo dei punti critici di processo; controlli a carico degli organismi ufficiali o sotto sorveglianza; responsabilità condivisa tra fornitore e Servizio Fitosanitario Regionale; etichettatura ed imballaggio secondo modalità definite. Esso è così del tutto simile al livello indicato dagli standard EPPO ed è piuttosto vicino allo stato sanitario “virus-controllato” dei vecchi protocolli nazionali. Chi aderisce a questo sistema opera all’interno di procedure che determinano e definiscono una certificazione di processo.
3.Sistema Qualità Italia: livello qualitativo volontario che, fatti salvi i requisiti previsti dalle direttive comunitarie, Certificazione europea compresa, vede l’implementazione di alcuni punti ed aspetti fondamentali quali:
- partecipazione dei soli operatori aderenti al sistema; mantenimento dei materiali iniziali in condizione di isolamento (“screen house”); materiali iniziali di comprovata sanità e identità varietale precedentemente ufficialmente riconosciuti dal sistema; adozione di disciplinari tecnici di produzione che identificano i punti critici del processo;
- prevedono l’assenza ed il controllo di un maggior numero di organismi nocivi rispetto alla Certificazione europea;
- prevedono un maggior numero di controlli sulle produzioni, indicando i tempi di esecuzione e le modalità di saggio.
Tutto ciò meglio definisce un sistema di certificazione di processo e di prodotto.
La struttura del nuovo SQI
L’organizzazione del SQI si basa sul mutato rapporto tra autorità di controllo e sistema di sorveglianza e mondo della produzione, oltre che delle nuove responsabilità ad esso assegnate. La figura 1 meglio esplicita questo concetto. La sua struttura non è diversa dagli schemi di certificazione classici che si sviluppano per fasi e con varie categorie di materiali di propagazione (Fig. 2). SQI garantirà la qualità delle produzioni dei vivaisti che aderiscono su base volontaria, assicurando nello stesso tempo una certificazione di processo e di prodotto, con attività di controllo eseguite esclusivamente da autorità ed organismi competenti.
Come progettato, strutturato ed organizzato, SQI spinge alla creazione di un marchio di qualità nazionale, immediatamente riconoscibile e riconducibile al significato di piante e materiali di moltiplicazione garantiti e di qualità superiore per quanto riguarda la certezza della varietà e lo stato fitosanitario. Quello dei marchi che facilmente identificano con precisione un determinato prodotto è un concetto che ha visto ormai pratica attuazione nel marchio francese Elite® gestito dal Ctifl o dell’olandese NAKT® che ha sostituito il meglio noto “virus free” del Naktuimbouw. SQI sarà perciò ambasciatore del vivaismo nazionale di qualità. Un marchio che facilmente identificherà il sistema di certificazione volontaria nazionale, che sia liberamente adottato dalla maggioranza dei vivaisti professionisti italiani - che si riconoscono in CIVI-Italia e non - per facilitare l’accesso a mercati globali, che sempre più richiedono garanzie di sanità e qualità dei materiali.
Preso atto che a livello comunitario è emersa la chiara tendenza a identificare come strumento di qualificazione dei materiali di propagazione l’adozione di una certificazione di processo con la figura del vivaista (fornitore) sempre più responsabilizzato, la creazione di un marchio SQI recupererà, dandovi nuovo valore aggiunto, l’esperienza pregressa accumulata dopo trent’anni di certificazione volontaria nazionale, offrendo standard qualitativi ancora più elevati. Così operando di certo si darà un contributo reale alla competitività delle imprese vivaistiche nazionali nel mercato globale, dando loro la possibilità di misurarsi con gli altri sistemi nazionali – specialmente quelli di Francia e Olanda - che hanno mostrato maggior reattività nell’adeguarsi alle nuove norme e sono operative già da quest’anno.
Nel frattempo, la consapevolezza di dover dare sempre maggiori garanzie alle produzioni italiane, minate nella credibilità, reputazione e fiducia dalla presenza di Xylella fastidiosa nel Salento, ha spinto il CIVI-Italia insieme all’olandese NAKT e con la collaborazione e sotto l’egida dell’EPPO (“European Plant Protection Organization”) a proporre un sistema dedicato di certificazione di processo. Tali attività si stanno sviluppando nell’ambito del progetto “H2020 XF-actors”, che vede coinvolte 29 istituzioni di 14 Paesi impegnati in ricerche specifiche sul batterio. E’ stato così approntato un sistema denominato VSPP (“Voluntary System Preventive Pest”) – focus su Xylella fastidiosa - che mira alla gestione e risoluzione delle fasi critiche della produzione vivaistica nei confronti di tale batterio, assicurando le più elevate garanzie di totale tracciabilità, e che vedrà le prime applicazioni a partire dal prossimo anno.
Tutto ciò conferma la determinazione del vivaismo italiano che si riconosce in CIVI-Italia per promuovere ed attuare su scala volontaria nazionale programmi di qualificazione dei materiali di propagazione, consapevole del ruolo primario che esso riveste nel rafforzamento delle filiere frutticole nazionali.
Le produzioni certificate in Italia
Quali sono i numeri della certificazione in Italia e che cambiamenti ci sono stati nel corso degli anni? Il continuo mutamento delle norme che regolamentano i processi di certificazione volontaria nazionale ha molto inciso sullo spirito con il quale i vivaisti hanno dovuto continuamente adeguare e riorganizzare cicli produttivi e procedure operative. Nel corso degli anni si è passati dagli oltre 100 vivaisti aderenti ed operanti in 12 regioni, ai 69 della stagione 2017-18, con attività in 8 regioni.
La pattuglia più numerosa riguarda imprese dell’Emilia-Romagna, che si conferma terra di vivai, anche se molte operano poi in Veneto o Lombardia per problematiche logistiche, maggiori disponibilità di superfici idonee ed in aree non funestate da emergenze fitosanitarie. Nella tabella 1 sono indicate le quantità certificate nell’ultimo decennio.
Per la fragola, è certificata circa l’80% della produzione nazionale, mentre i portinnesti prodotti in vitro risultano qualificati per la quasi totalità secondo le procedure volontarie. Le produzioni di drupacee in generale hanno subito un incremento del 40%, pur se restano numeri davvero esigui rispetto al totale delle piante prodotte dal vivaismo professionale. Tra le specie, ciliegio, susino e mandorlo hanno mostrato gli incrementi più significativi.
Per il melo si assiste invece al dimezzamento delle produzioni nel corso di un decennio; il pero invece è sostanzialmente stabile. Il trend negativo del melo è dovuto al poco interesse mostrato da vivaisti importanti che commercializzano gran parte della produzione in aree extra Ue e che mostrano come le garanzie offerte dal cartellino ufficiale nazionale vale meno delle capacità commerciali e dall’affidabilità assicurata dalla singola azienda. Altro aspetto alla base di tale calo è la carenza di varietà di nuova costituzione tra quelle ammesse alla certificazione. Ciò è dovuto ai tempi richiesti dagli accertamenti sanitari e alle lungaggini connesse alle procedure per l’accertamento varietale e le prove DUS (distinguibilità, uniformità e stabilità) per ottenere la privativa e quindi la registrazione presso il CPVO (ufficio comunitario delle novità varietali).
A tal riguardo, CIVI-Italia ha avviato da tempo una riflessione sull’utilizzo di nuove tecnologie HTS (“High Throughput Sequencing”) per la registrazione di una nuova varietà e della sua verifica nell’ambito dei programmi di certificazione genetico-sanitaria delle specie frutticole, al fine di ridurre i tempi e i costi necessari per tali attività.
A fine ottobre, con il CREA-DC di Roma e il CNR-IPSP di Bari è stato organizzato un incontro con ricercatori patologi, pomologi e breeder per discutere e per predisporre un documento da sottoporre al comitato tecnico del Mipaaft per prevedere queste procedure tra quelle adottate nei protocolli tecnici della certificazione. Tali problematiche sono sempre più attuali in quanto è impellente la necessità di avere strumenti che rendano competitivo il comparto del vivaismo frutticolo professionale.
Le ultime acquisizioni ed esperienze in corso in ambito internazionale con pratiche applicazioni e risvolti positivi nei processi di selezione e certificazione, a partire da queste nuove metodologie molecolari (simili procedure sono adottate nello schema operativo del Foundation Plant Service dell’UC Davis in California), prospettano un loro sviluppo e l’applicazione da parte di quanti operano a livello nazionale su tali tematiche. Così facendo, come illustrato in figura 3, si ridurrebbero i tempi e si favorirebbe la certificazione delle novità varietali di nuova costituzione.
L’auspicio è che le garanzie offerte dalle piante prodotte nell’ambito del SQI permetteranno di allargare la base produttiva dei vivaisti che aderiscono al sistema volontario di certificazione, con la qualificazione di maggiori volumi produttivi.■

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