Pesche e nettarine, produzioni e mercato in continua evoluzione

nettarine
Il punto di vista di un operatore del settore che descrive le problematicità della peschicoltura italiana, oggi non diverse da quelle spagnole. Aggregazione, qualità dell’offerta, promozione e rilancio dei consumi sono parole non nuove, ma forse non perseguite con la dovuta volontà e la giusta capacità.

Dopo i pessimi risultati economici ottenuti nel 2017, siamo arrivati nel pieno della campagna pesche e nettarine 2018 senza significative modifiche dell’organizzazione e gestione del prodotto, fatta eccezione per la riduzione delle superfici in Emilia-Romagna, alla quale si abbina una significativa riduzione della produzione prevista, pari a 3.671.600 t, con un calo dell’8%, quest’ultimo deciso da madre natura attraverso un difficile andamento stagionale primaverile.
Questo sarà sufficiente per ottenere risultati economici in grado di remunerare adeguatamente i produttori europei per i loro investimenti e sacrifici? Probabilmente la risposta dipenderà da una serie di condizioni fortuite che potrebbero influenzare in un senso o nell’altro il risultato di una stagione.
Nell’era dell’informatizzazione e della conoscenza, possiamo ancora accettare che il risultato di una stagione dipenda da condizioni accidentali e casuali? Credo che da un lato lo accettiamo perché ci rendiamo conto della complessità della situazione, ma dall’altro c’è la mancanza di una forte volontà dell’intero sistema a mettere in discussione l’attuale impianto organizzativo di tutta la filiera, al fine di revisionarlo, migliorarlo e perfezionarlo.
Proviamo ad analizzare quali sono state le significative variazioni verificatesi in questi ultimi anni per cercare di capire se esistono le condizioni necessarie ad invertire radicalmente la rotta. A livello europeo, dopo un incontrastato dominio italiano, a partire dal 2014 la produzione spagnola ci ha superato, assestandosi prima a quota 1.600.000 t fino ad arrivare nel 2017 alla quota eccezionale di 1.798.000 t. In Spagna, in questi anni, la produzione si è spostata più a Nord rispetto alle aree storicamente produttive del Sud quali Andalusia, Murcia, Estremadura e Valencia sviluppandosi quindi nelle regioni di Aragona e Catalogna, che da sole arrivano a produrre 1.148.600 t, vale a dire il 64% dell’intera produzione spagnola. Questo cambiamento della geografia produttiva spagnola ha fatto sì che mentre le regioni del Centro-Sud terminano la raccolta nei primi giorni di luglio, le due regioni del Nord proseguono invece con la raccolta di pesche, nettarine e pesche piatte per tutto il mese di settembre. Questo sviluppo delle superfici coltivate non è stato seguito però da un adeguato incremento di strutture per la conservazione.
Oltre al sorpasso spagnolo, anche nel nostro Paese si sono registrate importanti variazioni nella geografia produttiva, con una vigorosa crescita nel Sud e un calo importante al Nord. Questo cambiamento ha portato così la Campania al primo posto, seguita nell’ordine da Emilia-Romagna, Basilicata, Piemonte, Puglia nella graduatoria italiana. Si rileva anche un continuo aumento del numero di varietà: più di duecento pesche; altrettante nettarine e una cinquantina fra percoche e platicarpa con un forte sviluppo riservato alle cultivar subacide. In merito a questo proliferar, nessuno si è posto il problema di capire quali siano le reali aspettative del consumatore; alla incomprensione delle aspettative di gusto si aggiunge anche l’incapacità di differenziare tutte queste varietà in modo chiaro sul punto vendita per l’impossibilità di trovare adeguati spazi espositivi.
Il risultato è che il consumatore è confuso e disorientato nel reparto ortofrutta e sceglie senza comprendere se ciò che sta acquistando risponde al suo gusto. Questo è molto rischioso perché (e abbiamo visto che accade) lo può allontanare dal prodotto e ciò crea una poco rassicurante situazione nel trend dei consumi europei.
Approfondendo ulteriormente gli aspetti del consumo, la situazione è poco incoraggiante perché in tutta Europa, area di riferimento principale dopo la chiusura del mercato russo nel 2014, viene segnalata una stabilità della domanda. Unica eccezione in questo panorama è sempre la Spagna dove il consumo è passato dai 7 kg/pro-capite di fine anni ‘90 agli attuali 3,6 kg. Ciò dimostra come il consumatore stia vivendo una certa disaffezione per il prodotto ed è sempre più orientato verso altre tipologie di frutta, più semplici e più rispondenti al proprio gusto.
Se fino a qui abbiamo analizzato fattori non modificabili (o comunque limitatamente gestibili) come la globalizzazione dei mercati, l’aumento della competitività e le esigenze dei consumatori, ciò che si può e si deve invece cambiare è l’approccio commerciale al mercato. Pesche e nettarine, fiore all’occhiello dell’ortofrutta italiana, stanno scontando da ormai troppi anni una crisi di mercato e di prodotto che sembra non avere fine. L’offerta italiana, spagnola, francese e greca, gestita in modo frammentato da cooperative/consorzi e da singoli produttori, in aperta concorrenza gli uni con gli altri, non può far fronte a un mercato dominato da una distribuzione organizzata e concentrata in poche imprese. Il mondo distributivo si è evoluto e trasformato profondamente, cambiando il proprio modello radicalmente rispetto a quello degli anni ‘80. Non abbiamo assistito a questa stessa evoluzione, invece, nel mondo produttivo.
E qui torniamo alla domanda inziale: quali sono le strategie che potremmo/dovremmo mettere in campo per fronteggiare la situazione e dare dignità a questa coltura e quindi ai produttori europei? Quali misure intraprendere per interrompe questa crisi apparentemente irreversibile che sta mettendo in ginocchia una parte importante della frutticoltura? Per quanto riguarda misure più tecniche e operative, non possiamo più prescindere dalla redazione di un catasto che possa monitorare annualmente le variazioni censite in Grecia, Francia, Italia e Spagna. Occorre inoltre creare un sistema di certificazione che abbia come obiettivo quello di garantire al consumatore un frutto all’altezza delle proprie aspettative, con l’intento di ricreare una fidelizzazione che si è persa a causa di numerose delusioni.
Per ciò che riguarda la strategia, dobbiamo assolutamente mettere in campo modelli organizzativi commerciali radicalmente diversi da quelli attuali. È necessario ripensare e creare nuovi modelli che siano in grado di aggregare realmente la produzione, paragonabili a quelli adottati nella fase dell’acquisto e dalla distribuzione. Tali modelli devono rispondere all’esigenza principale attuale che è quella di pianificare l’immissione nel mercato del prodotto, che oggi è altamente limitata, se non nulla.
In aggiunta a ciò, sarebbe opportuno programmare un adeguato piano di comunicazione che sia in grado di raccontare e promuovere le caratteristiche di gusto e sapore di questi straordinari frutti estivi, con l’obiettivo di far ripartire i consumi. Un piano ragionato e studiato che si può realizzare utilizzando anche e soprattutto risorse comunitarie, le quali possono permettere di alleggerire notevolmente le spalle della produzione sui cui graverebbe ulteriormente il peso economico.
Non si può pensare che una sola di queste proposte possa risolvere da sola il problema, ma di certo è diventato essenziale un reale e convinto cambio di passo e perché ciò avvenga bisogna intervenire in modo congiunto sui due punti cardine del sistema: la produzione e il consumo.

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