Aumenta l’interesse per le percoche

percoca
ritorni di freddo primaverili del 2018 hanno inciso negativamente sull’entità delle produzioni.
Pesco: superfici stabili, produzioni in calo

In Italia la peschicoltura ha un importante ruolo nel comparto frutticolo, ma negli ultimi anni si è avuta una contrazione delle superfici investite a pesco e un cambiamento nella distribuzione territoriale; nell’ultimo anno, poi, la significativa riduzione della produzione è legata a fattori climatici, in particolare al difficile andamento stagionale che si è avuto nel periodo primaverile, in particolare ai ritorni di freddo.
“Negli ultimi anni la superficie investita a pesco in Campania è rimasta stabile, con circa 16.000 ha (dati Istat), ma le produzioni sono calate passando da circa 420.000 t nel 2016 a 300 mila nel 2017”. È quanto ci riferisce Milena Petriccione dell’unità di frutticoltura del Crea di Caserta.
La peschicoltura italiana è stata da sempre un modello esportato in tutti i Paesi peschicoli occidentali, ma attualmente è in ritardo soprattutto nel settore della meccanizzazione che potrebbe essere applicata nelle operazioni colturali come la potatura o il diradamento dei fiori, riducendo in misura notevole i costi di gestione dell’impianto. “L’attuale assortimento varietale” – specifica la ricercatrice – “consente di coprire un calendario di maturazione di circa 6 mesi, con pesche precoci e percoche coltivate principalmente nell’Italia meridionale e cultivar di pesco a maturazione media e tardiva nelle aree centro-settentrionali”.
La diminuzione delle superfici investite a pesco in Italia e Francia è stata compensata dall’aumento delle superfici in Spagna e Grecia facendo sì che la produzione complessiva europea sia ancora superiore rispetto alla domanda. “In Spagna si è avuto un aumento della produzione soprattutto delle cv precocissime a basso fabbisogno in freddo che consentono di ottenere interessanti ricavi per la ridotta offerta di prodotto e carenza di competitor sui mercati europei nelle prime settimane estive”.
In Campania, i frutticoltori stanno riscoprendo le percoche che sono sempre più richieste dal mercato e, in alcuni periodi, spuntano quotazioni interessanti. “Le percoche” – aggiunge Petriccione – “per le particolari caratteristiche organolettiche come l’intensità del sapore, del profumo e la compattezza della polpa, sono destinate sia al consumo fresco, sia all’industria di trasformazione (sciroppati). In Campania, così come in altre regioni meridionali, la maggior parte della produzione di percoche non viene destinata alla trasformazione industriale in quanto esse sono bene accette dal consumatore come frutto fresco e pertanto gli agricoltori tendono ad avviare sul mercato del fresco buona parte del raccolto soprattutto quando i prezzi sono sostenuti”.
Nella regione in coltivazione troviamo diverse cultivar tra cui: Federica, di buona produttività; Tirrenia e Romea, interessanti per produttività e caratteristiche organolettiche; Carson, interessante per le caratteristiche organolettiche; Babygold 9, valida per aspetti organolettici e le rese. “I nuovi impianti in Campania vengono realizzati con cultivar già diffuse e validate nei nostri areali di coltivazione. Nelle province di Napoli e Caserta sono ancora diffuse le percoche “Terzarole”, un insieme di ecotipi campani che maturano tra fine-agosto e settembre”.
In Italia la quasi totalità della produzione di percoche è concentrata nelle regioni meridionali, in particolare in Campania, Puglia e Basilicata. “Nel Metapontino” – precisa la ricercatrice del Crea – “seppure le superfici siano in fase stazionaria o in moderata espansione con impianti che coprono una superficie di circa 200 ettari e una produzione destinata principalmente ai mercati locali o su quelli del Meridione, c’è forte interesse a introdurre nuove varietà che consentano di anticipare il calendario di commercializzazione”.n

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