OSSERVATORIO IN CAMPO

Pomodoro, campagna deludente

Rese ridotte per le coltivazioni da industria nel Nord Italia, causa pioggia

La stagione fredda e piovosa di questa estate non ha certo favorito la coltivazione del pomodoro da industria nel Nord Italia nella sua fase di maturazione.

«La campagna 2014, ormai giunta al termine, risulta deludente – afferma Roberto Valentini, responsabile approvvigionamento materia prima Ferrara Food – con un ammanco produttivo del 15%».

Ferrara Food si rifornisce di materia prima per la trasformazione attraverso contratti di fornitura con le Op del bacino di Ferrara, Bologna e Ravenna per un volume medio annuo di 170mila t: «In condizioni climatiche normali il nostro areale di approvvigionamento realizza 72-74 t/ha, mentre quest’anno sono fermi a 63-64 t/ha. Al calo contribuisce anche il perdurare del clima piovoso ancora all’inizio di settembre che non consentirà alle produzioni tardive di raggiungere la completa maturazione di tutte le bacche».

Un 15% di produzione in meno che però gli agricoltori riusciranno in parte a recuperare sul prezzo, fissato dal Distretto del pomodoro del Nord Italia, a gennaio 2014, a 93 €/t, contro gli 85 dello scorso anno. «Un prezzo così elevato per l’industria di trasformazione – continua Valentini – ci mette in difficoltà rispetto alla concorrenza estera, che in Europa arriva soprattutto da Spagna e Portogallo, per quanto con volumi molto inferiori a quelli italiani, che non hanno avuto gli stessi problemi climatici dell’Italia. Fortunatamente però sul mercato non sono rimaste giacenze dalla campagna precedente, speriamo quindi di riuscire a spuntare dei prezzi buoni verso i nostri clienti: industrie e horeca. Per ribattere alla corsa al prezzo più basso cerchiamo inoltre di differenziarci anche sul piano dell’offerta puntando su polpe e passati, tipologie di conservati prerogativa dell’Italia, mentre nel resto del mondo prevale la commercializzazione dei doppi concentrati».

La campagna 2014 di pomodoro da industria risulta un po’ meno negativa se paragonata con il 2013, giudicato disastroso da Fabrizio Fichera, direttore Pomì Italia & marketing: «Rispetto allo scorso anno le superfici agricole destinate alla coltura del pomodoro erano aumentate del 20%. Le piogge di questi mesi però hanno sicuramente influito sia sulla quantità che sulla qualità del pomodoro in campo. Tuttavia la qualità del prodotto finito ottenuto non è assolutamente stata inficiata».

Pomì è un marchio del Consorzio Casalasco del Pomodoro che aggrega 300 soci per 4.500 ha di terreni, dislocati in Piemonte, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Ogni anno trasforma circa 3 milioni di q di pomodoro fresco di cui il 70% è esportato in 57 paesi del mondo in tutti i continenti con il marchio Pomì o con quelli di multinazionali come Barilla e Nestlè. «La maggior parte del pomodoro conservato venduto nel mercato italiano è di origine nazionale, il consumatore è molto attento a ciò che acquista: da una nostra indagine alla domanda su cosa dà valore a un prodotto industriale il campione ha messo al primo posto l’italianità e sta acquistando peso anche l’impatto ambientale. Per questo utilizziamo un imballaggio in carta reciclata. Come Consorzio abbiamo scelto di puntare meno sui fusti, su cui la concorrenza globale è più agguerrita, e maggiormente sulla specializzazione in condimenti; lavoriamo inoltre sulla ricerca varietale: l’ultima novità derivata dal miglioramento genetico è Pomì L+ con il 50% di licopene in più».

Negli ultimi dieci anni la produzione mondiale (l’Italia è il secondo produttore mondiale dopo gli Usa), è aumentata e si prevede un ulteriore incremento della domanda globale di conserve, spinta soprattutto dalla maggiore richiesta del Sud del mondo: Sud America, India e anche dalla Cina (terzo produttore), dove la coltura è stata da molti agricoltori e sostituita con il più redditizio cotone, dopo che le polemiche di qualche anno fa sulla scarsa qualità dei lavorati hanno fatto crollare gli acquisti europei.

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