ORTOFRUTTA

Arduo esportare nei paesi extra-Ue

Spesso le barriere fitosanitarie mascherano misure protezionistiche

L'apertura di nuovi mercati extra-Ue rappresenta un'opportunità molto interessante per le produzioni ortofrutticole italiane, soprattutto per quelle frigoconservabili e con shelf -life lunga. Tuttavia gli scambi internazionali di ortofrutta sono ostacolati da barriere fitosanitarie che nascondono vere e proprie misure protezionistiche.

Lo ha spiegato Simona Rubbi, responsabile “Progettazione e legislazione” del Cso di Ferrara, a Valenzano (Ba) in occasione del workshop finale del progetto Sal.U.Ta. Tecniche biologiche per la salubrità dell'uva da tavola”. «L'evoluzione normativa sugli scambi ortofrutticoli mondiali viene costantemente rallentata da ostacoli fittizi posti da paesi extra-Ue. L'Ue mantiene verso essi un approccio permissivo secondo il quale “tutto ciò che non è espressamente vietato è consentito”; unico obbligo è il rispetto di regole generali fissate dall'Ue (misure di protezione fitosanitaria, marketing standard, Rma, ecc.). Invece i paesi terzi hanno un approccio restrittivo, per il quale “tutto ciò che non è espressamente consentito è vietato”.

Per facilitare l'export dei prodotti ortofrutticoli comunitari nei paesi terzi l'Ue negozia con essi, oltre agli accordi di libero scambio, anche le condizioni fitosanitarie di accesso. «Tuttavia tali procedure spesso sono complesse e lunghe e tardano a portare risultati. Perciò i singoli stati membri sono costretti a negoziare direttamente specifici protocolli per singolo paese e prodotto».

In tale prospettiva il Cso, ha ricordato Rubbi, collabora con il Mipaaf e i Servizi fitosanitari regionali per favorire l'apertura di nuovi mercati per i prodotti italiani, come Cina, Corea del Sud, Giappone, Usa e altri.

«L'Italia è stato il primo paese europeo a esportare kiwi in Cina e Corea del Sud. Nel 2009, dieci anni dopo la presentazione del primo dossier, è stato ufficialmente sottoscritto il protocollo che autorizza e disciplina le condizioni per l'export di kiwi italiani in Cina. Per gli agrumi l'iter per un analogo protocollo è in fase di conclusione. Per uva da tavola, pere e mele nel 2007 sono stati inviati i dossier, ancora senza risposta. Per esportare kiwi in Corea del Sud, paese produttore e non in controstagione, il dossier tecnico è stato presentato nel 2004; solo ad aprile 2012 è stato pubblicato il protocollo di autorizzazione, che prevede la procedura di pre-clearance, cioè visite ispettive prima dell'invio. Le esportazioni sono iniziate a gennaio 2013, con 22 container. Nell'attuale campagna commerciale sono state effettuate due visite ispettive e sono stati inviati 28 container».

In Giappone l'Italia può esportare ancora poco, ha sottolineato Rubbi. «Per le arance è stato autorizzato l'export solo del Tarocco. A febbraio 2014 il ministero dell'Agricoltura giapponese (Maaf) ha autorizzato pure le varietà Moro e Sanguinello. Nel 2007, con l'invio dell'apposito dossier è iniziata la procedura per autorizzare l'export di kiwi. Il Giappone è un esempio emblematico di protezionismo: dopo più di tre anni ha chiesto ulteriori specifiche sulle attività sperimentali per la conservazione a freddo del kiwi, per cui è arduo prevedere i tempi per la conclusione dell'accordo bilaterale. In Giappone vogliamo esportare anche uva da tavola, pere e mele: i dossier sono stati inviati, ma i tempi saranno di sicuro lunghi».

In Usa l'Italia può esportare kiwi, uva da tavola e agrumi. «Dopo anni di tentativi nel settembre 2013 è stato firmato il piano di lavoro bilaterale volontario che finalmente permette di esportare mele e pere oltreoceano, sia pure gradualmente».

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